Caso Lambert. Don Colombo: hanno procurato la morte di un uomo malato

Paradossale la fine procurata del paraplegico francese in un reparto specializzato
 
di Roberto Colombo*
 
La morte di Vincent Lambert è avvenuta quando erano trascorsi dieci giorni dall’avvio del processo di eutanasia per omissione di idratazione e nutrizione. Sappiamo cosa è avvenuto nella camera dell’unità di cure palliative del policlinico universitario di Reims: al tetraplegico francese in stato di coscienza minima, un disabile motorio e neurologico, è stato tolto – per atto intenzionale del medico, avallato da sentenza inappellabile della Cassazione – l’apporto di fluidi e di sostanze alimentari che consente la vita di ogni paziente e quella di ciascuno di noi. Così la sua morte è stata voluta e provocata.

Lambert è ora nelle mani di Dio e della preghiera di tutti, come scritto dai suoi genitori. Il silenzio della stampa e delle voci pubbliche, con poche eccezioni, ha coperto impietosamente un dramma umano che non è senza responsabilità, che poteva e doveva essere evitato con una giusta resistenza alle richieste ingiuste di chi ha voluto la morte di Vincent al di là ogni considerazione delle sue condizioni umane e cliniche.

Non si è trattato – è necessario ripeterlo senza ombre né reticenze – di lasciare che sopravvenisse per cause patologiche la morte ormai prossima di un paziente nell’ultimo stadio di evoluzione della sua malattia inguaribile (Lambert era clinicamente stabilizzato e niente affatto morente) sospendendo trattamenti sanitari invasivi, sproporzionati o futili.

Non è quello che è accaduto: se così fosse stato, la scienza e la coscienza di tanti medici, la retta riflessione etica e la sapienza evangelica della Chiesa non sarebbero contrarie. Lo ha ribadito papa Francesco: «Non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte» (7 novembre 2017). Ciò che si è consumato in questi giorni a Reims è stato proprio interrompere la vita, procurare la morte di un uomo malato. Continua a leggere

LETTURE/ Dostoevskij, il miracolo della felicità e le nostre “notti bianche”

Viviamo in una continua altalena tra sogno, realizzazione, smentita della realtà e nuovi sogni. Ma un attimo di felicità vale tutto il resto
 
di Joshua Nicolosi – Il Sussidiario 15.06.2019
 
“Mio Dio! Un intero attimo di felicità! È forse poco, foss’anche il solo in tutta la vita di un uomo?”. Si chiude così, con questo accorato interrogativo del suo protagonista, Le notti bianche, piccolo gioiello partorito dalla penna di Fëdor Dostoevskij nel 1848. È l’interrogativo di un sognatore, che ha appena visto andare in fumo il suo amore per la bella Nasten’ka, che a sua volta aspettava il ritorno del suo amato dopo un anno di lontananza. Così come in cenere sembra essere andata la speranza che, per una volta, la realtà che aveva sempre fuggito trincerandosi nell’atmosfera ovattata dei sogni potesse soddisfare il suo disperato desiderio di vivere pienamente, di imbattersi in emozioni in carne ed ossa. Ed infatti al nostro protagonista, dopo la perdita della fanciulla che lo aveva illuso, non resta che tornare nella sua cameretta per rimuginare, per operare un nuovo rifiuto della realtà in nome di una nuova, più rassicurante dimensione onirica. Ma il sogno può davvero essere una prigione per l’anima? O, piuttosto, dev’essere il trampolino verso la concretezza dell’esistenza, per quanto essa possa risultare straziante e imprevedibile?

Tutti gli uomini, a ben pensarci, in misura naturalmente differente, possono essere classificati come dei sognatori. E forse, tra i tanti motivi, la grandezza di Dostoevskij sta nel riuscire a fare breccia tanto nel cuore di quello più incallito e irriducibile, tanto in quello del più pavido e ritroso. Perché ogni sognatore, ogni essere umano, nell’immaginare la sua felicità, nel disegnare astrattamente gli scenari della sua realizzazione, è pervaso da un intenso appagamento. Trovare l’amore, raggiungere un traguardo significativo, fare felici le persone a cui teniamo, realizzare le proprie ambizioni sono tutte esigenze connaturate alla struttura dell’essere umano, che come tale è sempre proiettato verso un futuro in fieri, verso tappe da raggiungere e da plasmare sul modello dei progetti che le hanno animate. Continua a leggere

Zeffirelli: la mia storia vera. Eccomi, son figlio di NN

Una toccante testimonianza di Franco Zeffirelli
 
***
 
(vita.it – 9 agosto 2002)
 
La mia vita è un premio; una madre che genera una vita è una donna premiata qualunque sia la sua situazione, qualunque siano i conti da pagare, qualunque siano i suoi problemi emozionali: ha il marito, non ha il marito, ha quello che la ricatta, quello che l’ha abbandonata.

Il privilegio di portare la vita è un privilegio che gli uomini non hanno: noi siamo inferiori alle donne per questo. Il miracolo di sentir germogliare nel proprio ventre una nuova vita, il vederla sbocciare e vederla venir su rende voi donne più forti. Anche se alla fine i figli vi deludono, gli anni della creazione della vita nessuno ve li toglierà mai e in qualunque momento della vostra esistenza, quando la pena del mondo, l’abbandono degli affetti vi cadrà sulle spalle, ripercorrerete certamente col pensiero, col cuore quei meravigliosi mesi in cui avete creato una vita. Che poi quello sia divenuto un assassino, un papà, non importa. Ed è strano che sia io a dire queste cose, io che non sono né padre né madre né niente? sono solo figlio.

Di più, sono un aborto mancato. Avrei dovuto essere abortito perché nascevo da due persone che erano entrambe sposate: lui aveva una famiglia bella e pronta, lei aveva tre figli ed erano tutti e due al tramonto dell’età delle frizzole. E invece si innamorarono pazzamente e mia madre rimase incinta. Tutti naturalmente le consigliarono di abortire. Il marito era moribondo, quindi non c’era neppure la possibilità di nascondere la gravidanza illegittima. Mio padre da buon galletto andava dicendo in giro che questo figlio era suo, però non faceva niente. Ma la gravidanza andò ugualmente avanti. La mia nonna stessa me lo confessò e mi chiese scusa; disse «Io ero la prima feroce nemica di questa gravidanza». E io invece nacqui contro il parere di tutti, perché mia madre ripugnava il pensiero di uccidermi: «Morirei di rimorso, nel pensiero di aver avuto tre figli e di aver distrutto un?altra vita». Continua a leggere

Inventare, spiegare, risolvere problemi: essere genitori è una risorsa, anche per le aziende

Inventare, spiegare, risolvere problemi: essere genitori è una risorsa, anche per le aziende

MAAM, un programma di formazione basato sulla genitorialità, e l’associazione Valore D lanciano un Osservatorio dedicato. Lo studio dimostra come si sovrappongano il profilo di madri, padri e talenti innovatori: proprio quel che cercano oggi i cacciatori di teste
 
di Raffaele Ricciardi

(Repubblica, 10 Giugno 2019)
 
MILANO – Fare figli taglia di un terzo le prospettive di busta paga delle donne. Trasforma la vita in una gimkana tra lavoro, asili e baby sitter (per chi se li può permettere). Distoglie energie e da ultimo pone la scelta tra affermazione professionale e famiglia. Il cahier de doleance è noto. E allora perché non ribaltare la prospettiva? Perché non mostrare quanto, in realtà, diventando madri e padri si acquisiscono miriadi di competenze vicine a quelle soft skills – capacità relazionali, di risolvere problemi, inventiva – che sono l’Eldorado dei cacciatori di teste, che pare badino molto più a trovare queste qualità che non alle competenze tecniche, quando cercano un collaboratore per le aziende? A queste voci va ormai il 40% della spesa per la formazione dei dipendenti, che in Italia ha raggiunto un valore di quattro miliardi e mezzo.

Da qualche tempo ci prova MAAM, una programma di formazione aziendale che ha fatto della genitorialità un vero e proprio master in competenze-chiave per la crescita professionale e, di rimando, per la produttività aziendale. Da MAAM, iniziato da Riccarda Zezza come progetto di lezioni in aula, è nata Life Based Value, una tech company che ha portato il master su una piattaforma digitale. Una cinquantina di grandi aziende l’ha già sperimentata come forma di welfare interno: ai dipendenti-genitori arrivano le credenziali per accedere al programma, che può durare fino a sei mesi. In vari moduli, come una sorta di Socrate 2.0, MAAM porta i genitori a riflettere sul loro quotidiano, per individuare che riserva di risorse sia la crescita di un infante. E scoprire che i figli sono un esercizio permanente di problem solving; che l’inventiva per trasformare due sassi in riva al mare in un castello fantastico è una capacità non da tutti; che rispondere a una raffica di “perché?” con un linguaggio semplice e appropriato – rigirando le frasi come un calzino per soddisfare la curiosità di un bimbo o una bimba – sviluppa processi mentali utili anche in una riunione di altissimi dirigenti. Continua a leggere

Un’artista trasforma le ecografie delle future madri in splendidi dipinti

 
Laura Steerman è un’artista irlandese di Dublino, dove vive e lavora come illustratrice. E’ anche diventata un’amante di una forma d’arte molto particolare: convertire le ecografie in dipinti colorati!

Grazie a lei, le future madri possono conservare un ricordo molto speciale di questo momento che è il palcoscenico della gravidanza. Inizialmente Laura iniziò a dipingere le proprie ecografie mentre era incinta, in modo da rendere meno lunga e difficoltosa l’attesa. Presto si rese conto che queste immagini mediche potevano essere una fonte inesauribile di ispirazione. Continua a leggere

Perché il liceo classico è il migliore investimento che si possa fare su un figlio

Un professore ha scritto un libro in difesa del liceo più formativo del nostro sistema educativo spiegando perché studiare greco e latino significa formarsi per il futuro e non guardare al passato
 
(fonte: wired.it)
 
Tra le molte cose che sono cambiate, nelle abitudini educative dei genitori italiani, c’è il paradigma della spendibilità. Se fino a pochi anni fa, infatti, i genitori costruivano spesso per i figli la possibilità di scoprire e sperimentare il mondo attraverso le libere espressioni ( corsi di teatro, di disegno, di musica, di fumetto ), adesso sembra che anche il tempo libero dei bambini debba essere “professionalizzante”. Ecco quindi che chiudono le scuole di musica e aprono centinaia di corsi di inglese madrelingua, informatica per bambini, sport agonistici e addirittura corsi di coding e programmazione.

Una scelta, quella di legare il tempo dei bambini e dei ragazzi all’idea dell’investimento il più possibile produttivo, che si riflette anche nell’iscrizione alle scuole superiori. Il costante calo delle presenze al liceo classico, sembra potersi leggere anche all’interno di questa prospettiva: perché perdere tempo a sudare sulle versioni di latino e greco, che “non servono”? – dicono molti genitori.
Meglio utilizzare i cinque anni precedenti alla maggiore età per specializzarsi in un ambito richiesto dal mondo del lavoro (su tutti, il caso dell’aumento vertiginoso di iscrizioni agli istituti alberghieri, che hanno doppiato, come riportato dal Miur, gli altri istituti tecnici) oppure per gettare le basi per una carriera in ambito scientifico.

All’interno di questo stravolgimento, a fare la parte della cenerentola non invitata al ballo, è proprio il liceo classico: quella che per oltre un secolo è stata la scuola della classe dirigente, vive un momento di abbandono diffuso.
Ne parla Federico Condello – docente di filologia a Bologna – nel suo recente La scuola giusta. In difesa del liceo classico (Mondadori). Continua a leggere

Il microchierismo: le cellule fetali che vivono per sempre nel corpo della madre

È proprio vero che le madri portano il proprio figlio dentro di sé per tutta la vita ma non solo dal punto di vista affettivo, anche in senso puramente biologico. A dirlo non sono i “bacchettoni” pro life ma la scienza!

Stiamo parlando di un fenomeno su cui la comunità scientifica internazionale si va interrogando da tempo ovvero il “microchimerismo” che altro non è che la migrazione di alcune cellule fetali, nel corso della gravidanza, nei tessuti materni. Un fenomeno sorprendente emerso anche da un recente studio dell’Arizona State University, nel corso del quale si è analizzato il cervello di donne decedute, riscontrando che, nel 60% dei casi, esso presentava cellule maschili.

La migrazione delle microchimere fetali avverrebbe attraverso la placenta ma probabilmente anche tramite l’allattamento. Gli scienziati, inoltre, non escludono nemmeno un altro fenomeno sorprendente e cioè che le cellule del bambino possano essere trasmesse ai suoi fratelli più piccoli, sempre tramite la placenta, per via di gravidanze successive. E ancora più incredibile sarebbe la scoperta che riguarda non solo le madri, ma anche le madri delle madri: ogni donna conserverebbe le cellule della propria madre nel proprio organismo, questo andrebbe a creare, di conseguenza, uno stretto legame biologico anche tra le nonne materne e i nipoti. Si ipotizza, per di più, che le cellule della nonna materna abbiano un ruolo chiave nella rigenerazione delle cellule staminali e del sistema immunitario, in quanto una maggiore quantità di queste cellule è stata riscontrata nel sangue di donne sane, rispetto a quello di donne che si erano ammalate di cancro al seno.

Tutto questo dimostra come l’essere umano non sia un’isola senza identità e senza storia, ma è al contrario frutto di importanti legami, innanzitutto biologici: a partire dalla profonda connessione madre-figlio che arriva a determinarlo nel profondo, nelle sue stesse “ossa”, potremmo dire. Continua a leggere