Nei salotti dei philosophes illuministi le basi del razzismo

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Si apprestava il Bicentenaire della rivoluzione di Francia e Jean Dumont – storico scomparso nel 2001 di cui la Francia farebbe bene a menare più vanto – pubblicò un pamphlet urticante, Pourquoi nous ne célèbrerons pas 1789 (ARGÉ, Bagneux 1987). Fu tradotto come “I falsi miti della Rivoluzione francese” (prefazione di Giovanni Cantoni, Effedieffe, Milano 1990), ma è il titolo originale a essere significativo: “Perché sarebbe meglio non celebrare l’Ottantanove come l’alba del mondo nuovo”.

Dumont si permise l’invettiva perché era un vero topo di biblioteca, uno studioso carico di importanti scoperte documentali. E così, dettagliate le proprie affermazioni lungo un’intera carriera, sciorinò in questo opuscolo “di battaglia” le inibizioni derivate alla società occidentale dalla rivoluzione francese e fortificate dalla cultura che ne derivò nei secoli seguenti.

Ovvero: il falso mito della “modernizzazione decisiva” rispetto ai presunti cascami del passato, quello del “popolo al potere” e quello della sua finalmente conquistata “felicità”. Poi mise in luce l’incapacità della cultura postrivoluzionaria di garantire le libertà sociali e le autonomie per colpa di uno statalismo opprimente e di un nazionalismo aggressivo. Infine la falsità egualitaristica e l’invenzione del terrore poliziesco come strumento di governo quotidiano.
Talché le parole proferite nel 1989 dall’arcivescovo di Bologna Giacomo Biffi – la rivoluzione francese ci ha lasciato solo il sistema metrico decimale – sono di più di una semplice boutade.

Ma se l’Ottantanove ha prodotto macerie, la philosophie che lo precedette lungo il “secolo francese”, dichiarandosi “lume” venuto a rischiarare l’antro tenebroso e fetido della superstizione e del servaggio (per dirla con Edgar Quinet), ha invece consegnato alla posterità retaggi profondi e purtroppo duraturi sull’intera cultura progressista, cioè, quella che per lo più oggi domina. Così che, nonostante la definizione di «secolo breve» di Eric Hobsbawm, il Novecento dei noti abissi appare, in verità come “secolo lungo”, apertosi più di 200 anni fa in Francia.

E tra le molte venature di questo lascito, tra le pieghe del suo razionalismo, nei meandri del suo statalismo e tra le ansie del suo laicismo, spunta pure, orrendo e raccapricciante, il razzismo.
Sì, il razzismo: quello che, anche ammesso di voler perdonare tutto ai Lumi e alla rivoluzione, mai si penserebbe di collegare al Settecento francese. Perché cozza con la triade libertè, egalitè, fraternitè; perché contrasta con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino; perché in urto con la sua retorica emancipazionista, liberazionista e universalista.

Ma non è così. Già da qualche anno in Francia lo storico Jean de Viguerie (cfr. il Domenicale 16 ottobre 2004 – qui di seguito) e oggi, in Italia, Marco Marsilio con il volume “Razzismo un’origine illuminista” (prefazione di Gianni Scipione Rossi, Vallecchi, Firenze 2006), documentano il contrario.
Il razzismo fece parte a pieno titolo del pensiero illuminista, non ne contraddice affatto i canoni e anzi fu un perno centrale di quel “pensiero nuovo” che mirò a travolgere duemila anni di riflessione culturale.

Fu infatti la philosophie che, tra sensismo, meccanicismo e materialismo incipienti, ridusse l’essere umano a specie tra le specie, inserendone la vicenda temporale nell’ambito della mera storia naturale e quindi sottoponendolo a classificazioni e tassonomie quasi fosse una pianta o una bestia qualsiasi. A ciò si accompagnò una critica sempre più serrata della narrazione biblica. E così l’idea di una comune origine dell’umanità lasciò presto il posto ad arzigogolate e aberranti teorie eziologiche che hanno finito per ridurre le “specie” umane a miceti spuntati qua e là per caso, belli o brutti, intelligenti o deficienti, così come i funghi sono eduli o velenosi.

Fu questa la vera rivoluzione, quella che incoronò l’uomo-materia detronizzando l’antico essere umano imago Dei.
A essa contribuirono un po’ tutti i padri nobili dell’illuminismo, da Voltaire al conte di Buffon, da Jean-Baptiste-Claude Delisle de Sales a Guillaume-Thomas-François Raynal, da Denis Diderot a Baptiste-Henri Grégoire.
Il resto fu conseguenza pratica. La riduzione dell’essere umano alla semplice dimensione materiale e naturalistica venne poi rielaborata “scientificamente” nell’Ottocento, che dotò il razzismo di basi “oggettive” e biologiche.
La strada per Auschwitz era aperta.

Ma non solo. Da quel pensiero discende anche l’“eugenetica democratica”, e su questo si possono leggere con profitto Piero S. Colla, Per la nazione e per la razza. Cittadini ed esclusi nel modello svedese (Carocci, Roma 2005), Luca Dotti, L’utopia eugenetica del welfare state svedese, 1934-1975 (Rubbettino, Soveria Mannelli 2004) ed Edwin Black, The War Against the Weak: Eugenics and America’s Campaign to Create a Master Race (Four Walls Eight Windows, New York 2003).
In più, sempre da quel pensiero, derivò l’idea secondo cui si può fare qualsiasi cosa dell’uomo, se ciò serve, sin dal suo stadio embrionale. Per esempio, «rigenerarlo» come l’abbé Grégoire, prete giacobino, prospettava per gli ebrei «degenerati».
L’eugenetica, del resto fu inventata, termine e idea, dallo psicologo Francis Galton, il quale introdusse l’evoluzionismo del proprio cugino Charles Darwin nel biologismo “scientifico” con cui poi auspicò la manipolazione umana (tutto da leggere è Richard Weikart, From Darwin to Hitler: Evolutionary Ethics, Eugenics, and Racism in Germany [Palgrave MacMillan, New York 2004]).

Ora, gli orrori della Shoà hanno prodotto una valanga di riflessioni, ma la cultura occidentale – come bene scrive Marsilio – per non voler essere mai più razzista ha cercato di non esserlo mai stata, rimettendo ogni responsabilità al solo nazionalsocialismo, folle e improvviso.
Eppure la malapianta aveva radici più profonde. Forte delle teorie eugeniste e malthusiane che gli provenivano dai padri illuministi, la Francia rivoluzionaria si macchiò ben 200 anni fa degli stessi crimini che si è soliti associare al nazismo. Dai massacri del settembre 1792 con cui si eliminarono anche deboli e perversi prefigurando l’Operazione T4 realizzata nel 1939 dal Reich hitleriano, al primo genocidio della storia, quello praticato in Vandea tra il 1793 e il 1794 con tanto di camere a gas ed esecuzioni anzitutto di donne e di bambini, onde estirpare una «race maudite», una razza maledetta, di oppositori.
Insomma solo in virtù della sua memoria corta, certo Occidente può ancora gloriarsi dell’illuminismo.
 
ACCECATI DAI LUMI

Il vero mito fu quello del “selvaggio difettoso“. Da “rettificare”, rigenerare. Jean de Viguerie racconta l’antropologia eugenetica di certi “virtuosi” illuministi.
I negri sono brutti, i brasiliani sono bestie e gli ebrei puzzano. Non è il Mein Kampf, ma la summula del pensiero antropologico illuminista così come descritta dallo storico francese Jean de Viguerie [autore, fra l’altro, di Louis XVI, le roi bienfaisant (Éditions du Rocher, Monaco 2003), Christianisme et révolution: cinq leçons d’historie de la révolution française (NEL-Nouvelle Éditions Latines, Parigi 2000), Histoire et dictionnaire du temps de Lumières, 1715-1789 (Laffont, Parigi 1995) e Le catholicisme des français dans l’ancienne France (NEL 1988)].

Le “razze” umane, infatti, nascono da Voltaire, con tanto di annessi e connessi.

A partire da un seminario di ricerca su Les lumières et les peuples condotto nell’anno accademico 1992-1993 all’Università di Lilla III (dove insegna), De Viguerie è venuto raccogliendo e mettendo in parallelo numerosi documenti sulle concezioni antropologiche del siècle français.
Oggi le ripropone in una efficace sintesi sul trimestrale Nova Historica, diretto a Roma da Roberto de Mattei – docente di Storia moderna all’Università di Cassino e vicedirettore del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Nella lingua francese, il termine “specie” è stato adoperato fino al Seicento solo in ambito medico o farmacologico e mai in relazione agli esseri umani. È il Settecento che ne inaugura l’uso biologico. Da qui l’espressione passa poi all’antropologia e così si parla per la prima volta di “specie umane” a loro volta suddivise in altre “specie” più specifiche, altrimenti dette “varietà“.
O – come fa François Marie Arouet, detto Voltaire, (1694 – 1778) nell’ Essai sur les moeurs et l’esprit des nations et sur les principaux faits de l’histoire depuis Charlemagne jusqu’à Louis XIII (1756) – “razze“.

Ciò che accomuna i rappresentanti della “specie umana” è, per Voltaire, l’avere «tutti gli stessi organi vitali, dei sensi e del movimento»; eppure «solo un cieco può mettere in dubbio che i bianchi, i negri, gli albini, gli ottentotti, i lapponi, i cinesi e gli americani siano razze completamente diverse».

Il postulato voltaireano «la razza dei negri è una specie d’uomo diversa dalla nostra» viene illustrato da Jean-Baptiste-Claude Delisle de Sales (1741-1816) e da George-Louis Leclerc conte di Buffon (1707-1788), che peraltro adoperano sempre solo il termine “varietà”.
In De la philosophie de la nature ou Traité de morale pour l’espèce humaine. Tiré de la philosophie et fondé sur la nature, Delisle de Sales nota che la natura «non fa altro che produrre una serie d’individui in cui ciascuno rappresenta solamente un anello della lunga catena di esseri che compongono le varietà della specie umana».

Ma, nell’Histoire de l’Homme – parte dei 15 volumi della sua Histoire naturelle (1749-1767) – Buffon aggiunge che le varietà individuali degli uomini si sono cristallizzate in «varietà della specie umana» le quali con il tempo «si sono perpetuate».
Vale a dire: i singoli uomini nascono con determinate caratteristiche fisiche (Delisle de Sales), nei secoli questi si raggruppano in base a quelle caratteristiche (Buffon) e queste sono le “razze” in cui si suddividono quelli che chiamiamo genericamente “uomini” in ragione di alcune loro somiglianze morfologiche (Voltaire).

L’orizzonte globale è di tipo esclusivamente biologico (ciò che viene definito “morale” ne è infatti solo by-product o al massimo offshoot) e tali sono quindi pure la natura dell’essere umano così come le differenze fra singoli e “razze”. «Ciò significa – commenta De Viguerie – che il carattere dipende dal fisico e che lo “spirito delle nazioni” caro agli umanisti, ma anche a Montesquieu, non c’entra niente. Gli usi e i costumi, e il naturel di un popolo sono caratteristiche razziali legate a un aspetto fisico, al colore della pelle».
Si è, insomma, «pigri perché si è negri, oppure si è più o meno civilizzati perché si è bianchi» giacché «i popoli sono divenuti razze».

Per Voltaire, del resto, tutti i selvaggi sono brutti e stupidi, in specie i negri e gli ebrei, ma non da meno sono i paysan suoi compatrioti. [Anche in quanto fedeli alla Chiesa Cattolica, l'”infame“, che il maestro della tolleranza, Voltaire, desiderava fosse distrutta…].
Quanto ai primi, «gli occhi tondi, il naso camuso, le orecchie dalla strana conformazione, i capelli crespi e il livello della loro intelligenza producono tra loro e le altre specie di uomini una differenza sorprendente».
I secondi – così alla voce Juifs del Dictionnaire philosophique del 1764 – vengono definiti «solo un popolo ignorante e barbaro, che coniuga da lungo tempo l’avarizia più sordida alla superstizione più odiosa e all’odio più irrefrenabile per i popoli che li tollerano e che li arricchiscono».
I terzi, nell’Essai sur les moeurs, sono descritti come «zotici che vivono in capanne con le proprie donne e qualche bestia […], i quali parlano un gergo mai sentito nelle città»; a loro sono addirittura superiori gli autoctoni «del Canada e i cafri».

Così ammaestrati (anche per Buffon i contadini francesi del nord sono «grossolani, pesanti, mal fatti, stupidi» e le loro mogli «quasi tutte brutte»), i giacobini del 1793 e 1794 ci metteranno poco a decretare lo sterminio totale della “race maudite” della Vandea [Anche con metodi che anticiparono quelli usati poi dai nazisti…].
 
I calmucchi poi… E gli ebrei…

Per Buffon il top sono quindi gli europei: gli uomini (così ne sintetizza il pensiero De Viguerie) «più belli, più bianchi e meglio fatti su tutta la Terra». Fuori dal Vecchio Continente qualcuno pur si salva (grosso modo i popoli che una “scienza” posteriore definirà di ceppo ariano), la Cina e il Giappone ancora passano perché vi abitano uomini più o meno sapienti ancorché non belli, ma quello che proprio non va è il resto del mondo, popolato di esseri affetti da tare fisiche o morali (che è sostanzialmente lo stesso). I tartari, per esempio: del tutto sproporzionati. O alcuni indù, pure fuori misura e per di più gialli. Ma certo nessuno batte i calmucchi, «il cui aspetto ha qualcosa di spaventoso». A Timor, poi, sono pigrissimi, gli egiziani oziosi e i negri della Sierra Leone capiscono solo di femmine e di non-far-nulla. Gli arabi, che sono più belli, «si fanno onore dei propri vizi».

Più parco con l’aggettivo “brutto” è Guillaume-Thomas-François Raynal (1713-1796), autore dell’Histoire philosophique et politique des établissemens et du commerce des Européens dans les deux Inde (1774). Eppure per lui, a parte i cinesi, tutti gli orientali sono viziosi. E così pure sono i brasiliani.

Ma il pezzo forte dell’illuminismo restano comunque i neri e gli ebrei.
Johann Heinrich Samuel Formey (1711-1797), ministro di culto protestante franco-tedesco (tant’è che è noto pure come Jean Henri etc.) scrisse la voce Nègre dell’Encyclopédie; così: «se ci si allontana dall’Equatore verso l’Antartico, il nero si schiarisce, ma la bruttezza rimane».
Sugli ebrei s’incentra invece specificamente l’attenzione di Baptiste-Henri Grégoire (1750-1831), il famoso “abbé Grégoire” che fu il primo, nel 1790, a giurare fedeltà a quella scismatica Costituzione civile del clero che costò la vita a molti suoi confratelli, e che lo creò “vescovo” rivoluzionario. Pubblicò un Essai sur la régénération physique, morale et politique des Juifs, vantata come «ouvrage couronné par la Société royale des Sciences et des Arts de Metz, le 23 Août 1788» di cui l’autore era membro.
In essa Grégoire afferma che la «maggior parte delle fisionomie ebree sono di rado abbellite dal colorito della salute e dai tratti della bellezza.
[…] Essi hanno un colorito smorto, il naso adunco, gli occhi infossati, il mento prominente», inoltre «sono arcigni e molto soggetti alle malattie
», e per di più «esalano costantemente cattivo odore». Insomma, «sono piante parassite che succhiano la sostanza dell’albero al quale si attaccano finendo con esaurirlo o distruggerlo».

E se in mano illuminista negri ed ebrei piangono, certo i lapponi e gli ottentotti non ridono. I primi sono per Formey «termini estremi della razza dell’uomo» e per Delisle de Sales «aborti della razza umana»; i secondi «hanno qualcosa della sporcizia e della stupidità degli animali che rigovernano» per Raynal, «si tratta di uomini imperfetti» per Delisle de Sales e sono un «popolo spregevole» per Buffon.

Ma c’è addirittura dell’altro.
 
Uomini come renne e licheni

Viziose e turpi, molte “razze” non sono nemmeno pienamente umane.
Voltaire afferma che la natura produce una tal varietà qui e un’altra là. Volatili, licheni o uomini, sono tutti il prodotto del territorio su cui vivono: «la natura che ha posto solo renne o rangiferi in una contrada sembra aver prodotto i lapponi». Diversi i terreni, diversi gli abitanti. Le caratteristiche fisiche, cioè, che gl’individui possiedono per natura, le quali poi generano i popoli secondo l’idea che il simile sta con il simile, da cui si esplicitano infine le differenze anche morali fra le “razze”, sono solo il prodotto materiale di un determinato luogo geografico. Inutile chiedersi da dove derivi l’uomo: lo sprigiona la terra che poi egli abita. Non a caso, però, ma secondo una catena gerarchica dell’essere, «un sistema – indica De Viguerie – che comporta livelli intermedi fra uomo e animale».

Al tempo si credeva che gli albini fossero una “razza” di “negri bianchi“: ebbene, per Voltaire «sono al di sotto dei negri per la forza del corpo e dell’intendimento, e la natura li ha forse collocati dopo i negri e gli ottentotti, e sopra le scimmie, come uno dei livelli che scendono dall’uomo verso le scimmie».
E poi, nel settimo dialogo dell’ “A.B.C. Dialogues et anedoctes philosophiques” (1768), sempre Voltaire scrive: «il brasiliano è un animale che non ha ancora raggiunto la maturazione della propria specie». Né dal sistema antropologico illuministico è assente il concetto di “degenerazione“. Per questo Grégoire può auspicare la «rettificazione» degli ebrei.

Attorno al 1790, infatti, il termine “rigenerazione” cominciò ad assumere connotati sia antropologici sia politici. La Grande Révolution, del resto, fu intesa proprio così: una colossale palingenesi dell’umanità, finalmente liberata dai propri difetti.

Era insomma una natura sbagliata quella che aveva prodotto piante, bestie e una catena dell’essere tanto rabberciata; ma l’analisi degli “scienziati” e l’action dei virtuosi della République corresse il tiro.
Nel febbraio 1757, sul Journal économique, tale «M. le C**» propose di arruolare «dei reggimenti di gobbi, di storpi e di guerci, facendo diminuire nello stesso modo l’estinzione di uomini forti tolti dalle campagne e che, servendo le truppe, non sarebbero in seguito più in grado di sposarsi».
Venne poi l’Essai d’éducation nationale (1763) con cui Louis-René Caradeuc de La Chalotais (1701-1785) si chiese: «Esiste un’Arte per cambiare la razza degli animali, non ce ne sarebbe una per perfezionare quella degli uomini?».
Gli rispose, nel 1883, Sir Francis Galton (1822-1911), cugino di Charles R. Darwin, coniando il neologismo: eugenetica.
Le magnifiche sorti e progressive avevano la strada spianata. Anzi, illuminata.

Nell’immaginario collettivo europeo si associa all’idea di tolleranza il philosophe Voltaire(1). Il Voltaire che dissertava sulla tolleranza, lanciando la più intollerante delle parole d’ordine: «Schiacciate l’infame!», cioè la Chiesa.
Egli, parlando dei contadini francesi, li associava alle scimmie. La loro colpa? Essere legati alla religione cattolica ed ai valori tradizionali.
(Non meravigliamoci se, ispirati da cotanto maestro, i terroristi dell’89 e i loro successori massacreranno i vandeani, a centinaia di migliaia…).

[Marco Respinti – Il Domenicale n.12 – Marzo 2006]
 

Note:

(1) Voltaire, padre dell’illuminismo e della democrazia, investiva i proventi della vendita dei suoi libri nelle compagnie dedite alla tratta dei neri; dei quali, in società con l’armatore di una nave negriera di base a Nantes, era un attivo trafficante. (Cfr. “Le origini illuministe del Razzismo e della schiavitù americana“).

 

***

 

SENTITE COSA DICEVANO VOLTAIRE E MARX

di Antonio Socci

Ho detto a Medvedev che Obama ha tutto per andare d’accordo con lui: è giovane, bello e anche abbronzato“. Bisogna essere molto faziosi e molto prevenuti per trasformare queste parole di Berlusconi in una gaffe. Da due giorni si celebra l’elezione del primo presidente nero della storia americana e si esalta il suo fascino e la sua avvenenza. Ma se è Berlusconi a dirlo, allora ci si stracciano le vesti.
E’ evidente che il premier italiano – alla sua maniera affabile e scanzonata – elogia l’aspetto del neoeletto che egli palesemente trova invidiabile.
Mi pare il contrario del razzismo.

Il razzismo è l’ideologia che inventa le razze e squalifica alcuni gruppi umani come “inferiori” o discriminabili. E’ comico che la stessa cultura “politically correct” che pretende di giudicare gli elogi di Berlusconi come razzismo, poi veneri come fari di progresso degli intellettuali che, proprio su questo aspetto, hanno scritto cose sconcertanti.

Una rassegna di questi “illuminati” ci è fornita da Léon Poliakov, grande storico dell’antisemitismo.
Nel volume “Il mito ariano” (pubblicato da Editori Riuniti) partiva dalla voce “Negri” che si trova nella celebre Enciclopedia di Diderot e D’Alembert.
“Quanto esplicitamente a Diderot, gli accadeva di proclamare la superiorità bianca per bocca del suo ‘buon selvaggio’ tahitiano e di filosofare sulla razza inferiore dei lapponi“.

“Così alcuni degli esponenti più accreditati dei Lumi ponevano le basi del razzismo scientifico del secolo successivo”. Con ciò intendevano combattere la Chiesa e la sua dottrina dell’ “unità del genere umano” fondata sulla Bibbia, sulla Genesi. Si credette di attaccarla in nome di “presupposti apparentemente scientifici”.

Voltaire – proprio quello che è venerato come il maestro della tolleranza – manifesta, dice Poliakov, “un esclusivismo a cui non si saprebbe dare altra qualifica che quella di razzista e di cui i suoi scritti sono una testimonianza altrettanto valida della sua vita”.
Egli, spiega Poliakov, situava “i Negri nel gradino più basso della scala: i Bianchi erano ‘superiori a questi negri, come i Negri alle scimmie e le scimmie alle ostriche'”.
E nel suo “Essai sur les moeurs et l’esprit des nations” dopo “aver stabilito che ‘è permesso soltanto a un cieco di dubitare che i Bianchi, i Negri, gli Albini sono razze completamente diverse‘, bollava con l’epiteto di animali soprattutto i Negri“.
Per non dire degli “attacchi antiebraici” vergati dallo stesso Voltaire nel Dictionnaire.

E che dire del veneratissimo maestro laico David Hume? Poliakov ci ricorda certi suoi passi: “sono portato a sospettare che i Negri e in generale tutte le altre specie umane sono per natura inferiori ai bianchi“.
Stupefacenti poi le pagine del maestro della modernità, Hegel: “Il negro rappresenta l’uomo naturale in tutta la sua barbarie; bisogna compiere un’astrazione di tutto rispetto e moralmente elevata se si vuol comprenderlo; non si può trovare niente nel suo carattere che ricordi l’uomo“.
Ma sentiamo ancora Poliakov sui due autori del “Manifesto del partito comunista”.
“Per Engels come per Marx, era inteso che la razza bianca, portatrice del progresso, era più dotata delle altre razze. Nella ‘Dialettica della natura‘ per esempio, Engels scriveva che ‘selvaggi inferiori‘ potevano ripiombare in ‘uno stato abbastanza vicino a quello dell’animale‘; più avanti un ragionamento più preciso gli faceva concludere che i Negri erano congenitamente incapaci di capire la matematica”.

Per quanto riguarda “il pensiero di Marx” osserva Poliakov “restava influenzato dalle gerarchie germanomani”, si rifaceva all’ “idea dell’influenza del suolo” di Trémaux, un “determinismo geo-razziale, che fondava agli occhi di Marx l’inferiorità dei Negri e dei Russi”.
Per non dire poi della sua prevenzione verso gli ebrei (pur essendo lui stesso ebreo). “Nel suo scritto ‘La questione ebraica‘, questa intolleranza era ancora velata dalla dialettica hegeliana; ma nel ritratto che egli faceva del suo amico e rivale Ferdinand Lassale” scrive Poliakov “tutti i pregiudizi e tutti i furori del razzismo volgare sembravano essersi dati appuntamento”.
Ecco cosa scriveva Marx: “Vedo ora chiaramente che egli discende, come mostrano la forma della sua testa e la sua capigliatura, dai Negri che si sono congiunti agli Ebrei al tempo della fuga dall’Egitto (a meno che non siano sua madre o sua nonna paterna che si sono incrociate con un negro). L’importunità dell’uomo è altresì negroide“.
 
(fonte: antoniosocci.com)

 

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