Il male e la sofferenza

“La sofferenza terrena, quando è accolta nell’amore, è come un nocciolo amaro che racchiude il seme della nuova vita, il tesoro della gloria divina che verrà concessa all’uomo nell’eternità.” (Giovanni Paolo II, 27/04/1994).
 

Tempo fa un’amica con cui intrattengo da anni una corrispondenza mi confidava tutto il suo sconforto nell’apprendere da tv e giornali i tanti fatti tragici che accadono ogni giorno nel mondo: catastrofi naturali (terremoti, alluvioni, tsunami, ecc.), immoralità dilagante ovunque, violenza gratuita (addirittura tra parenti e familiari), e tanto altro. Che senso ha tutto questo, si chiedeva?

In effetti si tratta di fatti che a volte lasciano senza fiato.

D’altra parte il male è presente nel mondo sin dall’inizio, e guardando ad altre epoche storiche ci accorgiamo che ci sono stati periodi altrettanto tristi e violenti.

Proprio il nostro sdegno morale di fronte a certi spettacoli dimostra che “in principio non fu così”. Avvertiamo tutti questa insofferenza di fronte al male. E abbiamo tutti innato il “come dovrebbe essere”.

Cosa si può fare di fronte a tutto questo?

Queste dolorose vicende mi portano a riflettere ancora una volta sulla evidente fragilità della condizione umana. Quando il mistero della vita ci sovrasta (come nel caso attuale del terremoto in Emilia, o in Giappone l’anno scorso, o come per altri tormenti che possono investire la vita di ognuno di noi: un lutto, una malattia, ecc.), oltre ad aiutare concretamente – ognuno come può – le persone coinvolte, possiamo solo pregare Dio di abbracciare il destino di questi fratelli, che ci ricordano nel loro dolore che non siamo padroni della vita, che non siamo onnipotenti; possiamo rivolgerci a Colui che, come scrive San Paolo, “non ha risparmiato il proprio Figlio”, e se ha dato suo Figlio perché morisse per noi, dice S. Paolo, è impossibile che ci rifiuti quanto ci aiuta e ci benedice, dato che non vi è nulla che Egli valuti più del Figlio (Romani 8, 32) [1].

E credo che tali vicende dovrebbero almeno aiutarci a riscoprire quei valori fondamentali su cui dovremmo basare la nostra vita. In una società che, ancora più che dai terremoti, è piagata dalla disgregazione delle relazioni umane, c’è almeno una cosa su cui ciascuno di noi può impegnarsi senza risparmiare alcuno sforzo: cercare di far crescere le relazioni con i familiari e gli amici, donandosi agli altri con generosità, in ogni circostanza quotidiana, ognuno nel suo piccolo.

Il dilagare del male morale ha spiegazioni sociologiche che non sono di mia competenza e che richiederebbero comunque una trattazione a parte. In generale, è chiaro che man mano che l’uomo si allontana da Dio smarrisce la via del bene e della Verità; e diventa anche inevitabile che la sua propensione al peccato (già conseguenza del peccato originale) si accresca e si propaghi a dismisura. Giovanni Paolo II nella Reconciliatio et Paenintentia, parla a questo proposito di “peccato sociale”, proprio per evidenziare che il peccato morale di ognuno di noi, pur essendo in primo luogo un peccato personale, non coinvolge in realtà solo noi stessi, ma si ripercuote in qualche modo sugli altri.. “Non c’è alcun peccato, anche il più intimo e segreto, il più strettamente individuale, che riguardi esclusivamente colui che lo commette. Ogni peccato si ripercuote, con maggiore o minore veemenza, con maggiore o minore danno, su tutta la compagine ecclesiale e sull’intera famiglia umana” (Giovanni Paolo II, Reconciliatio et Paenintentia, 17). Dunque, per poter riportare in questo mondo un po’ di giustizia e di pace, occorrerebbe anzitutto accogliere l’invito pressante dello stesso Giovanni Paolo II (come di Benedetto XVI) alla “nuova evangelizzazione”.

Quanto alla sofferenza, in particolare alla sofferenza dell’innocente, non può non venire in mente la figura biblica di Giobbe, uomo retto e giusto, colpito da una serie impressionante di sventure che gli portano via beni e affetti, e gravemente colpito dalla malattia. Eppure Giobbe, così duramente provato, non cede e capisce che la sua sofferenza deve essere accettata come un mistero.

Anche noi a volte veniamo catapultati in questo turbine di sventure senza riuscire a darci una spiegazione. Ma come Giobbe, dobbiamo essere capaci di accettare la sofferenza come un mistero che – per via del nostro punto di vista limitato – non riusciamo a cogliere fino in fondo con la nostra intelligenza, ma che in realtà non è qualcosa di contrario alla ragione dell’uomo, ma semmai la supera e la costringe ad abbandonarsi a qualcosa di più grande.

In tutto questo, io ho alcuni punti fermi che mi vengono suggeriti dalla Fede, dal Vangelo, e che mi danno consolazione:

1) Il male non può venire da Dio, perché Dio è amore. La sofferenza è stata introdotta nel mondo dall’uomo: è la pena di quella colpa che si chiama peccato originale [2]. Dio non gode né si compiace del male nel mondo, ma piuttosto lo permette in vista di un bene superiore e più grande.

2) Dio, per somma generosità e infinito amore, si è incarnato assumendo la natura umana compresa la sofferenza. Cristo, l’innocente per eccellenza, ha patito le più atroci sofferenze, sperimentando l’umiliazione (gli insulti, gli sputi, gli scherni, la crudeltà dei soldati), il dolore fisico (la corona di spine, la flagellazione, la salita al Calvario carico della pesantissima croce) e quello psicologico (derivante dal tradimento ad opera di coloro che aveva amato); ha persino sperimentato il massimo del male che può capitare ad un uomo: la lontananza e l’abbandono da Dio (“Dio mio, Dio mio perchè mi hai abbandonato?”) che è l’esito del peccato, senza peraltro che egli abbia peccato («colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccatore in nostro favore» 2Cor 5,21). Fino alla sofferenza lancinante della crocifissione e alla morte in croce. E ha assunto liberamente su di sé (con la croce) tutto il male presente, passato e futuro, compreso il peccato dell’uomo e la sofferenza dell’innocente.

3) Quindi in qualche modo la nostra sofferenza ci fa partecipare alla redenzione operata da Gesù in nostro favore quando è morto sulla croce;

4) La sofferenza può essere da noi offerta a Dio per il bene di coloro che amiamo;

5) In Gesù abbiamo un modello ed un compagno che ci insegna a rendere feconda la sofferenza. Un esempio di tale “fecondità” ci è dato dai Santi che spesso, dopo tante prove in vita, hanno dato frutti inesauribili di grazie e di miracoli.

6) Il “male” non ha l’ultima parola: Gesù infatti è risorto, ha vinto la morte, e sappiamo (perché ce lo assicura il Vangelo) che ripagherà ogni sofferenza con una felicità senza fine e senza limiti.

Questa condizione di sofferenza umana, è quindi sì un male, ma può essere paragonata alle doglie del parto che poi si trasformano in gioia, la gioia della nascita del proprio figlio e del vederlo crescere [3].

Ora, la stessa dinamica io vedo nella sofferenza terrena di tutti noi: è una sofferenza temporanea che prepara alla salvezza e alla felicità eterna.

Poi, vorrei aggiungere che, anche in questi frangenti, e nonostante lo sconforto in cui si è tentati di cadere di fronte ad avvenimenti drammatici o al male morale compiuto dall’uomo, ci si può rendere conto di quanto – a dispetto del male – il bene sia ancora e sempre presente nel mondo grazie all’opera di tantissime persone di buona volontà che nel silenzio vivono in pienezza il proprio essere fatti “per” (cioè per Dio e per il prossimo), che si dedicano con pazienza, abnegazione e coraggio agli altri, aiutando concretamente chi si trova nel bisogno.

Mi vengono in mente i tanti missionari che nei Paesi più disparati del mondo, soprattutto in quelli più poveri, portano l’annuncio evangelico prodigandosi anche per sollevare le popolazioni dalla povertà, dalla fame, dalle malattie, e per l’educazione e la scolarizzazione dei ragazzi (tutto questo, spesso, a rischio della propria vita). Ma ci sarebbero tanti altri esempi di amore gratuito vissuto concretamente ogni giorno, nel silenzio delle famiglie, del volontariato, dell’educazione, delle parrocchie, degli oratori, ecc., benché non facciano quasi mai notizia (è un dato di fatto – purtroppo – che i media tendano a divulgare per lo più il male esistente, e solo di rado il bene).
Nel 2009 Papa Benedetto XVI, in occasione dell’Atto di venerazione all’Immacolata in Piazza di Spagna a Roma, ebbe a dire: “Voglio rendere omaggio pubblicamente a tutti coloro che in silenzio, non a parole ma con i fatti, si sforzano di praticare questa legge evangelica dell’amore, che manda avanti il mondo. Sono tanti, anche qui a Roma, e raramente fanno notizia. Uomini e donne di ogni età, che hanno capito che non serve condannare, lamentarsi, recriminare, ma vale di più rispondere al male con il bene. Questo cambia le cose; o meglio, cambia le persone e, di conseguenza, migliora la società”. Parole significative e molto molto vere!

Le paure che a volte ci assalgono – che sono comuni a tutti – sono comprensibili e umane, ma occorre non abbattersi, non scoraggiarsi, perchè specie chi ha il dono della Fede sa che la speranza è cristiana. La disperazione viene invece da chi (e ha la coda e le corna) gode a sapere che ci si sta abbandonando.

Il Cristianesimo non ci esime dalla sofferenza, ma, indicandoci Cristo come modello, ci permette di guardare ad essa accostandoci a quell’Amore infinito che Cristo stesso ci ha donato sulla Croce [4].

Scriveva Giovanni Paolo II nella Salvifici Doloris: “L’umana sofferenza ha raggiunto il suo culmine nella passione di Cristo. E contemporaneamente essa è entrata in una dimensione completamente nuova e in un nuovo ordine: è stata legata all’amore, (…) a quell’amore che crea il bene ricavandolo anche dal male, ricavandolo per mezzo della sofferenza, così come il bene supremo della redenzione del mondo è stato tratto dalla Croce di Cristo, e costantemente prende da essa il suo avvio”.

Per approfondire:

a) Se a soffrire è un innocente

b) Tutta colpa della prima colpa

c) Se Dio esiste, da dove viene il male?

 
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NOTE

[1] Lettera di S. Paolo ai Romani (Rm 8, 32): “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?”

[2] “La perdita dell’amicizia con Dio, che era loro connaturata, si trasmise poi per propagazione ai loro discendenti. «Tutto il genere umano è in Adamo […] come un unico corpo di un unico uomo. Per questa “unità del genere umano” tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo» (cfr. Catechismo, n. 404). In un certo senso, si potrebbe paragonare il peccato originale, nelle persone dopo i progenitori, a uno stato patologico determinato da una malattia genetica che si trasmette di padre in figlio. In tal modo si comprende parzialmente il mistero di come tale peccato contagi tutti i discendenti senza però che essi ne siano responsabili. Perciò il Catechismo dice che – in noi – è peccato solo in senso analogico, perché non è frutto di una nostra scelta libera, come fu in Adamo ed Eva, ma è uno stato nel quale ci si trova una volta che si viene creati, viene contratto e non commesso. Esso ha delle conseguenze drammatiche che vengono mirabilmente descritte nel terzo capitolo della Genesi” (Cfr. Giovanni Zenone, Tutta colpa della prima colpa, Il Timone N. 57 – Novembre 2006 – pag. 44 – 45).

[3] Lettera di S. Paolo ai Romani (Rm 8,18-24): “Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati”.

[4] «Il Dio di Gesù, il Dio in cui crede il cristiano, non può essere coinvolto dalla bestemmia dell’uomo per la marea di dolore che sale spesso a soffocarlo. […] la sofferenza ha un significato che ci sfugge (anche se possiamo forse intravederlo) ma […] fa parte di un disegno divino alle cui regole Dio stesso si è sottomesso. E ne ha sperimentato per primo il fuoco» (Vittorio Messori – con Michele Brambilla, Qualche ragione per credere, pp. 186-187).

 
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Leggi anche: “Dio e il problema del male”, di Giampaolo Barra, Radio Maria, 14/10/2006

Guarda il video: La sofferenza dei bambini, con padre Maurizio Botta