“Tutta bella sei tu, amata mia” (Ct 4,7). A proposito de “La Chiesa bella del Concilio”.

Una utile e illuminante riflessione di don Antonio Ucciardo, sacerdote siracusano, Insegnante di Religione e docente di Teologia.

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“La Chiesa bella del Concilio”. Da ieri sera mi porto dentro questo slogan, scelto dall’Azione Cattolica Italiana per la Veglia di preghiera in apertura dell’Anno della Fede (11 ottobre 2012). Non è chiaro se l’espressione voglia indicare un punto di arrivo o uno di partenza. Propendo per il secondo, anche a motivo della descrizione che trovo riportata su una pagina dell’A.C.: “Rivivere la promessa del Concilio, in questo nostro tempo e a misura del nostro tempo. Mettendo insieme fede e vita e sapendo che prima di tutto dobbiamo essere vicini a coloro che soffrono, ai poveri, per dire loro che le loro angosce e le loro speranze sono le stesse del popolo di Dio”. Tralascio la prima parte, perfettamente condivisibile:”uniti nella preghiera per rinnovare il nostro impegno nella missione evangelizzatrice della Chiesa per il mondo”. Semmai trovo pleonastico il ricorso al mondo. Se evangelizzazione vuol dire annuncio del Vangelo, non si vede a chi possa essere annunciato Cristo, se non a quel mondo che ancora non lo conosce. Se non parliamo del mondo, della giustizia e della solidarietà, non ci sentiamo appagati.

Noto, innanzitutto, la citazione non propriamente corretta della Gaudium et spes. Il proemio della costituzione recita: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.

La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti”. Di poveri e sofferenti si parla, è vero. Però si dice soprattutto, non esclusivamente. Inoltre ci si riferisce agli uomi d’oggi, genericamente. Tra questi noi predilegiamo i poveri e i sofferenti. Sembrano questioni di lana caprina, ma non lo sono. A distanza di cinquant’anni le nuove povertà si sono acuite in modo drammatico. Se guardiamo al Concilio nello sforzo della nuova evangelizzazione, appare chiaro che l’uomo secolarizzato è povero ben più di colui che non ha i mezzi di sussistenza. Del resto, basta leggere il seguito della Costituzione per scoprire che l’interlocutrice del Concilio è l’umanità che “presa d’ammirazione per le proprie scoperte e la propria potenza, agita però spesso ansiose questioni sull’attuale evoluzione del mondo, sul posto e sul compito dell’uomo nell’universo, sul senso dei propri sforzi individuali e collettivi, e infine sul destino ultimo delle cose e degli uomini” (n. 3). Successivamente i padri conciliari tornano a specificare: “L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all’insieme del globo. Provocati dall’intelligenza e dall’attività creativa dell’uomo, si ripercuotono sull’uomo stesso, sui suoi giudizi e sui desideri individuali e collettivi, sul suo modo di pensare e d’agire, sia nei confronti delle cose che degli uomini. Possiamo così parlare di una vera trasformazione sociale e culturale, i cui riflessi si ripercuotono anche sulla vita religiosa.
Come accade in ogni crisi di crescenza, questa trasformazione reca con sé non lievi difficoltà” ( n. 4). E di nuovo evidenziano che “nella luce di Cristo, immagine del Dio invisibile, primogenito di tutte le creature il Concilio intende rivolgersi a tutti per illustrare il mistero dell’uomo e per cooperare nella ricerca di una soluzione ai principali problemi del nostro tempo” (n. 10). La povertà e la sofferenza c’entrano, indubbiamente, ma non sono il motivo dominante del documento.

Non posso leggere nelle menti degi estensori delle parole di presentazione della veglia. Mi direbbero che intendono proprio questo. Sicuramente è così, ma di fatto non si può dedurre dalle loro affermazioni.

Che senso ha affermare che esiste una Chiesa bella del Concilio? Indubbiamente la Chiesa del Vaticano II è bella! Lo è perchè è stata guidata dallo Spirito Santo, che è la fonte della sua perenne giovinezza. Lo è perchè quel Concilio è l’evento di grazia più importante per il suo cammino tra il secondo e il terzo millennio della sua storia. Ma lo è della stessa bellezza che in lei si è manifestata nei precenti Concili. Lo è della bellezza dei suoi padri e dei suoi dottori, dei suoi martiri e delle sue vergini, dei suoi ministri e dei suoi figli che qui, sulla terra, hanno creduto, amato e sperato. Lo è a motivo dei suoi figli che si purificano nell’attesa di poter possedere in eterno la vita di Dio. E lo è soprattutto per la gloria che essa contempla in cielo. Lo è per la bellezza della Vergine Immacolata, che riconosce quale suo “sovreminente e del tutto singolare membro ” (Lumen gentium, 53), che contempla quale modello e figura, che invoca quale madre e compimento, ben sapendo che in Maria essa ha già raggiunto “quella perfezione, che la rende senza macchia e senza ruga (cfr. Ef 5,27)” (Lumen gentium, 65).

La Chiesa del Concilio è bella per tutto questo. Non a prescindere da tutto questo o malgrado tutto questo.

Ora, non mi sembra che questa meraviglia di grazia emerga da uno slogan. C’è piuttosto il pericolo che si enfatizzi una sola stagione della vita della Chiesa. E’ innegabile che la Chiesa del nostro tempo sia caratterizzata dal Vaticano II, ma le questioni poste dal pontificato di Benedetto XVI interpellano in modo critico sulle modalità della caratterizzazione. Davanti ad uno slogan generico, non si comprende se si è con il Papa e la sua ermeneutica della continuità o con quanti si sono prodotti e superprodotti nell’opposta ermeneutica della rottura. Un colpo al cerchio ed uno alla botte, insomma. Il che è l’esatto contrario di quel “sì sì, no no” di evangelica memoria….

Tra gli intenti degli organizzatori vi è anche, come notavamo, il “rivivere la promessa del Concilio, in questo nostro tempo e a misura del nostro tempo”. Bella espressione, indubbiamente. Ora si tratta di capire quale sia la promessa del Concilio. Perchè se leggiamo tutti i suoi documenti, non troviamo nessuna promessa. In verità troviamo il termine promessa in Dei verbum 3, ma si tratta della promessa della redenzione da parte di Dio. Cosa avrebbe dovuto promettere il Vaticano II?

“Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!” (At 3,6). Questa è la sola promessa che un Concilio possa fare: trasmettere la vita della grazia per la salvezza! Nella Prima Lettera di Giovanni è scritto: “quello che avete udito da principio rimanga in voi. Se rimane in voi quello che avete udito da principio, anche voi rimarrete nel Figlio e nel Padre. E questa è la promessa che egli ci ha fatto: la vita eterna” (1 Gv 2, 24-25). Anche un Concilio non potrebbe promettere nulla, se non fosse la voce che assicura di rimanere in quel che abbiamo udito dal principio. Non deve dire altro, se non quello che abbiamo udito dal principio per mezzo della Chiesa.

A voler essere onesto, mi sorge il dubbio che per promessa del Concilio si possa intendere l’unione di fede e vita, che viene intesa (se ho ben compreso) come l’esser vicini a coloro che soffrono e ai poveri. Se così fosse, dovremmo de-canonizzare tutti i santi che la Chiesa venera. E dovremmo spiegarci cosa mai facesse un Vincenzo de’ Paoli qualche secolo prima del Concilio… Ma se avete fatto caso, tutti i santi (almeno dalla metà dell’Ottocento) hanno precorso il Vaticano II. A nessuno che venga in mente, tuttavia, di pensare che il Concilio, proprio per questo, possa rappresentare la perfetta continuità con la Tradizione e con l’ininterrotto flusso di santità che percorre tutta la storia cristiana. Non voglio generalizzare, ma a me pare che tutte le biografie recenti dei Santi mettano in evidenza due cose: che erano psicologicamente sani e che hanno anticipato il Concilio! Purtroppo non ne vengono fuori molto bene quei poveretti vissuti prima della Rivoluzione francese (non stupitevi: ho letto di una beata che nella Francia dei rivoltosi si diede ad opere sociali e anticipò il Vaticano II). Di virtù eroiche (nonostante i decreti di promulgazione dei Papi) nemmeno la traccia. Non vale più il tempo trascorso davanti al Santissimo, bensì quello dedicato al dialogo e alla promozione umana.

Potrei comunque sbagliarmi.

E siamo al tema del tempo! Qual è la misura del nostro tempo? Essa è costituita proprio da quello che abbiamo udito all’inizio. Non ci sono epoche contrapposte. C’è il solo tempo dell’annunzio e dell’ascolto di fede. Questo non vuol dire che non vi sia un progresso nella comprensione dell’annuncio. Vuol dire semplicemente che noi non possiamo stabilire quale debba essere la capacità dell’ascolto. E’ lo Spirito santo che apre i cuori e li dispone alla salvezza. Noi, in quanto singoli cristiani, e lo stesso Concilio, non abbiamo questa capacità. Gli Apostoli devono annunciare e noi dobbiamo ripetere: questa è la misura del tempo! Ma se noi annunciamo e viviamo in modo retto l’unico annuncio, allora abbiamo ottime possibilità di veder fiorire anche il deserto. Può cambiare il modo dell’annuncio, non il suo contenuto. Questo era, appunto, l’aspetto pastorale che l’ultimo Concilio aveva scelto per questo nostro tempo.

Mi chiedo se questa misura del tempo non risenta di quella cronolatria formulata da J. Maritain e magistralmente esposta dal Cardinale Giacomo Biffi: “Senza affermarsi mai espressamente, essa trapela in modo spesso involontario e quindi tanto più significativo dal linguaggio d’uso corrente, nel quale l’aggettivazione del biasimo teorico non è: falso, errato, illogico, cattivo, aberrante; ma piuttosto: superato, sorpassato, attardato, vecchio. Non conta tanto la verità quanto la formulazione recente. Le idee, come le uova, devono essere “di giornata”.
Talvolta si sente perfino squalificare un teologo o un vescovo con la frase: “è fermo al concilio di Trento”; dove è mirabile il fatto che la condanna sia espressa con l’indicazione non di ciò che, una volta dimostrato, potrebbe costituire una giusta critica (e cioè, ad esempio, la non consonanza con l’insegnamento del Vaticano II), ma di ciò che dovrebbe se mai rappresentare un titolo di merito (e cioè la fedeltà alla dottrina di un magistero solenne che, per quanto antico, resta tuttora autorevole). E con questa disinvoltura “cronolatrica” ci si dispensa dall’addurre le prove di una eventuale infedeltà al magistero più recente.
Allo stesso modo, veniamo spesso esortati a pregare per gli “uomini del nostro tempo”, come se qualcuno fosse mai tentato di ricordare nelle sue orazioni gli assiro-babilonesi; o a vivere nel “mondo di oggi”, contro il pericolo di sconfinare inavvertitamente nell’epoca carolingia; o a impegnarci a “essere moderni”, che è un po’ come se una mucca si impegnasse ad avere la coda” (La bella, la bestia e il cavaliere. Saggio di teologia inattuale, Jaca Book, Milano, 1984, p. 25).

Mi chiedo, anche, se la doverosa vicinanza ai poveri non possa qui essere intesa come la religione, tutta laica, dell’impegno per l’uomo, che tanta ammirazione riscuote in un mondo che non reclama un Salvatore. Però spingerei ben oltre la mia malizia. Magari si tratta della via per accedere al cuore dell’uomo ed io non so ravvisarla. Da quarant’anni e più si sente dire che bisogna uscire dal tempio. Questo è giusto, e dice tutta la nostra ansia di missione. Da quarant’anni e più attendiamo, però, che quanti sono usciti, facciano ritorno insieme con coloro che sono stati raggiunti dalla grazia. Se qualcuno trovasse inopportune le mie parole, non avrebbe che da considerare quelle di Paolo VI: “Diciamo piuttosto una parola, una sola e fugace, sull’altro fenomeno, che si verifica anche negli ambienti, che si qualificano come religiosi e come cristiani: il fenomeno della religione antropocentrica, cioè orientata verso l’uomo come suo principale oggetto d’interesse, mentre la religione deve essere, di natura sua, teocentrica, cioè orientata verso Dio, come a suo primo principio e a suo fine ultimo (cfr. S. Th. II-II, 82) e poi verso l’uomo considerato, cercato, amato in funzione della sua derivazione divina e dei rapporti e dei doveri che da essa scaturiscono. Si è parlato di religione verticale e di religione orizzontale; ed è questa seconda, filantropica e sociale, che oggi prevale in chi non abbia la visione sovrana dell’ordine ontologico, cioè reale e obbiettivo, della religione (…) Dare nella religione il primato alla tendenza umanitaria induce nel pericolo di trasformare la teologia in sociologia, e di dimenticare la fondamentale gerarchia degli esseri e dei valori: «Io sono il Signore Dio tuo . . . non avrai altro Dio fuori che me» (cfr. Ex., 20, 1 ss.); così nell’antico Testamento; e, nel nuovo, Cristo c’insegna: «Ama Dio, . . . questo è il più grande e il primo comandamento. Il secondo poi è simile a questo: amerai il tuo prossimo come te stesso» (Matth. 22, 37-39)” (Udienza generale del 10 luglio 1968).

Non la Chiesa del Concilio, ma la Chiesa Cattolica è bella! Da duemila anni essa non ha mai smesso di sentire rivolte a sè le parole del Suo Sposo divino: “Tutta bella sei tu, amata mia, e in te non vi è difetto” (Ct 4, 7). Non potrebbe essere diversamente, se crediamo nelle parole di Paolo: “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata” (At 5, 25-27). E l’Apocalisse ci mostra la Chiesa che scende ” dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Ap 21, 2). L’immagine si riferisce al compimento. Ma nulla si può compiere che non sia già dato! La Gerusalemme del cielo non sarà qualcosa di diverso: sarà questa Chiesa nella pienezza della gloria! Non vi sarà più annuncio, nè sacerdozio; non vi sarà più martirio nè servizio ai poveri. Sarebbe grave se i cristiani, in un determinato momento della storia, decidessero quale forma debba assumere la Chiesa. Sostituirebbero i loro sforzi, forse pur lodevoli, alla dote che Cristo ha pagato per unire a sè la Sua Sposa. Nessuno (neppure tutti i vescovi riuniti in Concilio) potrebbe mai avere questa capacità. Perchè la Chiesa è opera Sua e non nostra! Per questo la Sua Chiesa è sempre bella! E noi dobbiamo farci belli della sua bellezza, se vogliamo rendere bello anche il mondo!

Don Antonio Ucciardo, 13 settembre 2012
 

Un commento su ““Tutta bella sei tu, amata mia” (Ct 4,7). A proposito de “La Chiesa bella del Concilio”.

  1. […] bella riflessione assolutamente condivisibile di don Antonio Ucciardoscritta lo scorso venerdì 17 maggio, in occasione di quella che l’UE ha ufficialmente stabilito […]

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