La grande esortazione apostolica del Papa “Ecclesia in Medio Oriente”

 

Commento di Massimo Introvigne

 

Lo scopo principale del viaggio di Benedetto XVI in Libano – uno scopo che purtroppo va perduto in molte cronache giornalistiche – è la presentazione della sua esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Medio Oriente, che fa seguito all’Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, celebrata in Vaticano dal 10 al 24 ottobre 2010.

Si tratta, ha detto il Pontefice nel momento della solenne firma nella basilica di San Paolo ad Harissa, di un documento «destinato certamente alla Chiesa universale»[1], ma che «riveste un’importanza particolare per l’intero Medio Oriente»[2].

Il Papa ha voluto firmarla il 14 settembre 2012, nel giorno della Festa dell’Esaltazione della Santa Croce, la cui celebrazione è nata in Oriente nel 335, all’indomani della dedicazione della basilica della Resurrezione costruita sul Golgota e sul sepolcro di Nostro Signore dall’imperatore Costantino I (274-337), «che voi – ha detto Benedetto XVI ai cristiani libanesi – venerate come santo»[3], e nei cui confronti ha usato toni in equivocamente positivi, quasi a fare giustizia di tante inutili polemiche. A proposito di Costantino, il Pontefice ha ricordato il 14 settembre che «fra un mese si celebrerà il 1700° anniversario dell’apparizione che gli fece vedere, nella notte simbolica della sua incredulità, il monogramma di Cristo sfavillante, mentre una voce gli diceva: “In questo segno, vincerai!”. Più tardi, Costantino firmò l’editto di Milano, e diede il proprio nome a Costantinopoli»[4]. L’esortazione apostolica Ecclesia in Oriente, secondo Benedetto XVI, può precisamente «essere letta ed interpretata alla luce della festa dell’Esaltazione della Santa Croce, e più particolarmente alla luce del monogramma di Cristo, il X (chi) e il P (ro), le due prime lettere della parola Χριστός»[5]. Non si tratta di una semplice curiosità. «Una tale lettura conduce ad un’autentica riscoperta dell’identità del battezzato e della Chiesa, e costituisce al tempo stesso come un appello alla testimonianza nella e mediante la comunione. La comunione e la testimonianza cristiane non sono infatti fondate sul Mistero pasquale, sulla crocifissione, la morte e la risurrezione di Cristo?»[6].

Il Sinodo del 2010 ha proposto a «tutta la Chiesa»[7] di ascoltare dal Medio Oriente «il grido ansioso e percepire lo sguardo disperato di tanti uomini e donne che si trovano in situazioni umane e materiali ardue, che vivono forti tensioni nella paura e nell’inquietudine, e che vogliono seguire Cristo – Colui che dà senso alla loro esistenza – ma che ne sono spesso impediti»[8]. Per questo, spiega il Papa, «ho desiderato che la Prima Lettera di San Pietro sia la trama del documento»[9]. Perché, afferma Benedetto XVI, quando ci si trova in una condizione di crisi occorre tornare all’essenziale: «la sequela Christi, in un contesto difficile e talvolta doloroso, un contesto che potrebbe far nascere la tentazione di ignorare o dimenticare la Croce gloriosa»[10]. E invece occorre esortarsi a vicenda «a non avere paura, a rimanere nella verità e a coltivare la purezza della fede. Questo è il linguaggio della Croce gloriosa! Questa è la follia della Croce: quella di saper convertire le nostre sofferenze in grido d’amore verso Dio e di misericordia verso il prossimo; quella di saper anche trasformare degli esseri attaccati e feriti nella loro fede e nella loro identità, in vasi d’argilla pronti ad essere colmati dall’abbondanza dei doni divini più preziosi dell’oro»[11].

Non si tratta affatto «di un linguaggio puramente allegorico, ma di un appello pressante a porre degli atti concreti che configurano sempre più a Cristo»[12]: «atti simili a quelli dell’imperatore Costantino che ha saputo testimoniare e far uscire i cristiani dalla discriminazione per permettere loro di vivere apertamente e liberamente la loro fede»[13]. E chi vive apertamente la fede del Battesimo diventa «un figlio della Luce, un essere illuminato da Dio, una lampada nuova nell’oscurità inquietante del mondo affinché dalle tenebre facciano risplendere la luce»[14]. Il documento, ha detto ancora il Papa, «vuole contribuire a spogliare la fede da ciò che la imbruttisce, da tutto ciò che può offuscare lo splendore della luce di Cristo»[15], e a ripetere alle Chiese in Medio Oriente: «non temete, perché il Signore è veramente con voi fino alla fine del mondo! Non temete,perché la Chiesa universale vi accompagna con la sua vicinanza umana e spirituale!»[16].

L’esortazione si divide in tre parti. La prima presenta il contesto in cui la Chiesa svolge la sua missione in Medio Oriente, in un momento in cui «questa terra benedetta e i popoli che vi abitano, sperimentano in maniera drammatica i travagli umani. Quanti morti, quante vite saccheggiate dall’accecamento umano, quante paure e umiliazioni! Sembrerebbe che non ci sia freno al crimine di Caino […]. Il peccato adamitico, consolidato dalla colpa di Caino, non cessa di produrre spine e cardi (cfr Gen 3, 18) ancora oggi. Come è triste vedere questa terra benedetta soffrire nei suoi figli che si sbranano tra loro con accanimento, e muoiono!»[17]. «Il Successore di Pietro, che io sono, non dimentica le tribolazioni e le sofferenze dei fedeli di Cristo e, soprattutto, di quelli che vivono in Medio Oriente. Il Papa è in modo speciale unito a loro spiritualmente. Ecco perché nel nome di Dio, domando ai responsabili politici e religiosi delle società, non solo di alleviare queste sofferenze, ma di eliminare le cause che le producono»[18].

La Chiesa chiede dunque la pace. Ma è molto facile farsi della pace un’idea sbagliata. In realtà, «la pace non è solamente un patto o un trattato che favorisce una vita tranquilla, e la sua definizione non può essere ridotta alla semplice assenza di guerra. La pace significa secondo la sua etimologia ebraica: essere completo, essere intatto, compiere una cosa per ristabilire l’integrità. È lo stato dell’uomo che vive in armonia con Dio, con se stesso, col suo prossimo e con la natura. Prima di essere esteriore, la pace è interiore»[19]. «Il cristiano sa che la politica terrena della pace non sarà efficace se la giustizia in Dio e tra gli uomini non ne è l’autentica base, e se questa stessa giustizia non lotta contro il peccato che è all’origine della divisione»[20].

Il primo contributo che la Chiesa dà alla ricerca della pace in Medio Oriente è costituito dall’ecumenismo e dal dialogo interreligioso. La situazione delle Chiese cristiane in Medio Oriente, particolarmente frammentata, fa certo nascere la nostalgia dell’unità. Ma «l’unità è un dono di Dio che nasce dallo Spirito e che occorre far crescere con una paziente perseveranza (cfr 1 Pt 3, 8-9). Noi sappiamo che è una tentazione, quando delle divisioni ci oppongono, fare appello al solo criterio umano»[21]. L’ecumenismo non nasce dal compromesso umano, ma dallo sguardo rivolto a Gesù Cristo. Se ne leggiamo i documenti secondo i criteri indicati da Magistero, ci accorgiamo che «il Concilio Vaticano II ha incoraggiato questo “ecumenismo spirituale” che è l’anima del vero ecumenismo»[22].

L’ecumenismo promuove una maggiore comunione fra le Chiese e comunità cristiane. Ma «questa comunione non è certo una confusione»[23]. Più difficile in campo teologico ed ecclesiologico, dovrebbe partire da un impegno comune in campo morale. «Nella fedeltà alle origini della Chiesa e alle sue tradizioni viventi, è importante ugualmente pronunciarsi con una sola voce sulle grandi questioni morali a proposito della verità umana, della famiglia, della sessualità, della bioetica, della libertà, della giustizia e della pace»[24]. Quanto alla vita sacramentale comune, alla communicatio in sacris, questa «può essere raccomandabile in alcune circostanze favorevoli»[25], ma solo «in base a norme precise e con l’approvazione delle autorità ecclesiastiche»[26].

Oltre al dialogo ecumenico, che riguarda i cristiani, «la natura e la vocazione universale della Chiesa esigono che essa sia in dialogo con i membri delle altre religioni. Questo dialogo in Medio Oriente è basato sui legami spirituali e storici che uniscono i cristiani agli ebrei e ai musulmani. Questo dialogo, che non è principalmente dettato da considerazioni pragmatiche di ordine politico o sociale, poggia anzitutto su basi teologiche che interpellano la fede. Esse derivano dalle Sacre Scritture e sono chiaramente definite nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium,e nella Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, Nostra aetate»[27] del Concilio Ecumenico Vaticano II.

Il Pontefice non tace la necessità, ma non si nasconde la difficoltà, del dialogo con le altre due grandi religioni presenti in Medio Oriente, l’ebraismo e l’islam. «Se l’ebraicità del “Nazareno” consente ai cristiani di assaporare con gioia il mondo della Promessa, introducendoli in modo decisivo nella fede del popolo eletto e unendoli ad esso, la persona e l’identità profonda dello stesso Gesù li separano, poiché i cristiani riconoscono in Lui il Messia, il Figlio di Dio»[28]. Benedetto XVI ribadisce la condanna dell’antisemitismo: «Inescusabili e altamente condannabili sono le persecuzioni insidiose o violente del passato!»[29]. Nota pure che, «nonostante queste tristi situazioni, gli apporti reciproci nel corso dei secoli sono stati così fecondi che hanno contribuito alla nascita e alla fioritura di una civiltà e di una cultura chiamata comunemente giudeo-cristiana. Come se questi due mondi che si dicono differenti o contrari per diversi motivi, avessero deciso di unirsi per offrire all’umanità un nobile legame. Questo legame che unisce, mentre li separa, giudei e cristiani, deve aprirli a una nuova responsabilità gli uni per gli altri, gli uni con gli altri»[30].

Ancora più delicata è la questione del dialogo interreligioso con l’islam. Da una parte, Benedetto XVI prende le distanze dalle posizioni che considerano il dialogo con i musulmani impossibile e sempre inopportuno. «Fedele all’insegnamento del Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica guarda i musulmani con stima, essi che rendono culto a Dio soprattutto con la preghiera, l’elemosina e il digiuno, che venerano Gesù come profeta senza riconoscerne tuttavia la divinità, e che onorano Maria, la sua madre verginale»[31]. E tuttavia il Papa sa che la storia della regione ha visto troppo spesso «giustificare, in nome della religione, pratiche di intolleranza, di discriminazione, di emarginazione e persino di persecuzione»[32]. La stessa storia, però, offre anche un modello di possibile dialogo. I cristiani della regione, «parte integrante del Medio Oriente, hanno sviluppato nel corso dei secoli una sorta di rapporto con l’ambiente che può servire come insegnamento. Si sono lasciati interpellare dalla religiosità dei musulmani, ed hanno proseguito, secondo i propri mezzi e nella misura del possibile, a vivere e promuovere i valori evangelici nella cultura circostante. Il risultato è una particolare simbiosi»[33], che crea una situazione non priva di ambiguità e pericoli ma per altri versi a suo modo affascinante.

Certamente l’esortazione apostolica riafferma nei termini più decisi il diritto dei cristiani medio-orientali alla piena libertà religiosa e civile. «I cattolici del Medio Oriente, che in maggior parte sono cittadini nativi del loro paese, hanno il dovere e il diritto di partecipare pienamente alla vita della nazione, lavorando alla costruzione della loro patria. Devono godere di piena cittadinanza e non essere trattati come cittadini o credenti inferiori»[34]. La questione della libertà religiosa, che tanto sta a cuore a Benedetto XVI, assume però in Medio Oriente profili particolarmente delicati. Talora i musulmani affermano che quello alla libertà religiosa è un diritto intrinsecamente occidentale o cristiano, che non potrebbe trovare posto in un contesto islamico storicamente e strutturalmente diverso. Il Papa risponde che, certo, «i cristiani riservano particolare attenzione ai diritti fondamentali della persona umana. Affermare tuttavia che questi diritti non sono che diritti cristiani dell’uomo non è giusto. Sono semplicemente diritti connessi alla dignità di ogni persona umana e di ogni cittadino, a prescindere dalle origini, dalle convinzioni religiose e dalle scelte politiche»[35]. La libertà religiosa è un elemento di diritto naturale, che come tale s’impone a tutti gli uomini dotati di retta ragione a prescindere dalla loro affiliazione religiosa.

È anche sbagliato considerare la libertà religiosa solo una libertà fra tante altre. «La libertà religiosa è il culmine di tutte le libertà. È un diritto sacro e inalienabile»[36]. E la libertà religiosa non si riduce solo alla libertà di celebrare il culto chiusi nelle proprie chiese, secondo un equivoco frequente in certi ambienti musulmani del Medio Oriente. «Comporta sia la libertà individuale e collettiva di seguire la propria coscienza in materia religiosa, sia la libertà di culto. Include la libertà di scegliere la religione che si crede essere vera e di manifestare pubblicamente la propria credenza»[37]. Concretamente, «deve essere possibile professare e manifestare liberamente la propria religione e i suoi simboli, senza mettere in pericolo la propria vita e la propria libertà personale»[38]. La costrizione in materia di religione, «che può assumere forme molteplici e insidiose sul piano personale e sociale, culturale, amministrativo e politico, è contraria alla volontà di Dio. Essa è una fonte di strumentalizzazione politico-religiosa, di discriminazione e di violenza che può condurre alla morte»[39]. A chi giustifica il terrorismo Benedetto XVI ricorda che «Dio vuole la vita, non la morte. Egli proibisce l’omicidio, anche quello dell’omicida»[40].

Con un occhio forse rivolto anche a discussioni europee – tra cui quelle con la Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991) –, Benedetto XVI spiega, riaffermando e insieme interpretando la dichiarazione Dignitatis humanae del Concilio Ecumenico Vaticano II, che nel contesto attuale non è più sufficiente parlare di tolleranza religiosa. «La tolleranza religiosa esiste in diversi paesi, ma essa non impegna molto perché rimane limitata nel suo raggio di azione. È necessario passare dalla tolleranza alla libertà religiosa»[41]. Rispondendo appunto alle critiche secondo cui passare dalla nozione di tolleranza religiosa a quella di libertà religiosa, com’è avvenuto con la dichiarazione Dignitatis Humanae, favorirebbe il relativismo, il Pontefice afferma che «questo passaggio non è una porta aperta al relativismo, come alcuni affermano. Questo passo da compiere non è una crepa aperta nella fede religiosa, ma una riconsiderazione del rapporto antropologico con la religione e con Dio. Non è una violazione delle verità fondanti della fede, perché, nonostante le divergenze umane e religiose, un raggio di verità illumina tutti gli uomini»[42]. Per comprendere perché sia così è necessario approfondire la riflessione sul rapporto fra la nozione filosofica e quella teologica di verità. «Sappiamo bene che la verità non esiste al di fuori di Dio come una cosa in sé. Sarebbe un idolo. La verità si può sviluppare soltanto nella relazione con l’altro che apre a Dio, il quale vuole esprimere la propria alterità attraverso e nei miei fratelli umani»[43]. E tuttavia «la verità può essere conosciuta e vissuta solo nella libertà, perciò all’altro non possiamo imporre la verità; solo nell’incontro di amore la verità si dischiude»[44].

Alla vera nozione di libertà religiosa, e al corretto rapporto fra religione e politica, si oppongono – come già si è accennato – da una parte il laicismo e dall’altra il fondamentalismo. «Come il resto del mondo, il Medio Oriente conosce due realtà opposte: la laicità, con le sue forme talvolta estreme, e il fondamentalismo violento che rivendica un’origine religiosa»[45]. Il problema è che spesso alcuni ambienti musulmani, rifiutando il laicismo – cioè l’inaccettabile e assoluta separazione fra religione e politica – finiscono per rifiutare anche la laicità, che è invece la corretta e necessaria distinzione fra queste due realtà, che evita la confusione tra loro che è tipica del fondamentalismo. «È con grande sospetto che alcuni responsabili politici e religiosi medio-orientali, di tutte le comunità, considerano la laicità come atea o immorale. È vero che la laicità può talvolta affermare, in maniera riduttiva, che la religione riguarda esclusivamente la sfera privata, come se non fosse che un culto individuale e domestico, situato fuori dalla vita, dall’etica, dalla relazione con l’altro. Nella sua forma estrema e ideologica, questa laicità, diventata secolarismo, nega al cittadino l’espressione pubblica della sua religione e pretende che solo lo Stato possa legiferare sulla sua forma pubblica»[46]. In verità, nota il Papa, «queste teorie sono antiche. Esse non sono più soltanto occidentali e non possono essere confuse con il cristianesimo»[47]. I musulmani hanno ragione di rifiutarle, ma questo rifiuto del laicismo non dovrebbe coinvolgere la laicità, che ha anche una sua forma sana e accettabile.

La spiegazione di che cosa si debba intendere per sana laicità, distinta e anzi opposta al laicismo, è particolarmente importante. «La sana laicità, al contrario, significa liberare la religione dal peso della politica e arricchire la politica con gli apporti della religione, mantenendo la necessaria distanza, la chiara distinzione e l’indispensabile collaborazione tra le due. Nessuna società può svilupparsi in maniera sana senza affermare il reciproco rispetto tra politica e religione, evitando la tentazione costante della commistione o dell’opposizione. Il rapporto appropriato si fonda, innanzitutto, sulla natura dell’uomo – dunque su una sana antropologia – e sul pieno rispetto dei suoi diritti inalienabili. La presa di coscienza di questo rapporto appropriato permette di comprendere che esiste una sorta di unità-distinzione che deve caratterizzare il rapporto tra lo spirituale (religioso) e il temporale (politico), perché ambedue sono chiamati, pur nella necessaria distinzione, a cooperare armoniosamente al bene comune. Una tale laicità sana garantisce alla politica di operare senza strumentalizzare la religione, e alla religione di vivere liberamente senza appesantirsi con la politica dettata dall’interesse, e qualche volta poco conforme, o addirittura contraria, alle credenze religiose. Per questo la sana laicità (unità-distinzione) è necessaria, anzi indispensabile ad entrambe»[48]. Tra religione e politica non dovrebbe esserci né confusione né separazione, ma insieme unità e distinzione nella collaborazione. A causa delle peculiari circostanze del Medio Oriente, riconquistare questa verità non è facile. «La sfida costituita dalla relazione tra politica e religione può essere affrontata con pazienza e coraggio mediante una formazione umana e religiosa adeguata. Occorre richiamare continuamente il posto di Dio nella vita personale, familiare e civile, e il giusto posto dell’uomo nel disegno di Dio. E soprattutto, a tale scopo, occorre pregare di più»[49].

Il rischio, naturalmente, non è costituito solo dal laicismo, C’è anche, all’estremo opposto, il fondamentalismo. «Le incertezze economico-politiche, l’abilità manipolatrice di certuni ed una comprensione insufficiente della religione, tra l’altro, costituiscono la base del fondamentalismo religioso. Quest’ultimo affligge tutte le comunità religiose, e rifiuta il vivere insieme secolare. Esso vuole prendere il potere, a volte con violenza, sulla coscienza di ciascuno e sulla religione per ragioni politiche»[50]. Cristiani, ebrei e musulmani dovrebbero lavorare insieme al fine «di sradicare questa minaccia che tocca indistintamente e mortalmente i credenti di tutte le religioni»[51]. «Utilizzare le parole rivelate, le Sacre Scritture o il nome di Dio, per giustificare i nostri interessi, le nostre politiche così facilmente accomodanti, o le nostre violenze, è un gravissimo errore»[52].

Le conseguenze degli errori in tema di rapporto fra religione e politica non si limitano alla sfera teorica. Si manifestano in modo tragico, inducendo i cristiani della regione a emigrare, mentre nei Paesi più ricchi della zona affluiscono lavoratori immigrati, spesso a loro volta cristiani, i cui diritti alla libertà religiosa e alla dignità del lavoro spesso non sono rispettati. I cristiani, «per esperienza, sanno anche di essere vittime designate quando vi sono dei disordini. Dopo aver partecipato attivamente nel corso dei secoli alla costruzione delle rispettive nazioni e contribuito alla formazione della loro identità e alla loro prosperità, i cristiani sono numerosi a scegliere cieli più propizi, luoghi di pace in cui essi e le loro famiglie potranno vivere degnamente e in sicurezza, e spazi di libertà dove la loro fede potrà esprimersi senza che siano sottomessi a diverse costrizioni»[53]. Questa massiccia emigrazione dei cristiani dovrebbe essere ove possibile prevenuta, mentre nei Paesi dove si recano i cristiani medio-orientali dovrebbero essere oggetto di un adeguato accompagnamento pastorale, che ne rispetti le peculiarità.

Nello stesso tempo, il Medio Oriente conosce oggi «la presenza nei paesi ad economia forte della regione di lavoratori di ogni sorta provenienti dall’Africa, dall’Estremo Oriente e dal subcontinente indiano. Queste popolazioni costituite da uomini e donne spesso soli o da intere famiglie, affrontano una doppia precarietà. Sono stranieri nel paese dove lavorano, e sperimentano troppo spesso delle situazioni di discriminazione e d’ingiustizia»[54]. «Sfruttati senza potersi difendere, con contratti di lavoro più o meno limitati o legali, queste persone sono talvolta vittime di infrazioni delle leggi locali e delle convenzioni internazionali. D’altra parte, subiscono forti pressioni e gravi limitazioni religiose»[55].

Se la prima parte dell’esortazione apostolica descrive il contesto sociale, politico e religioso del Medio Oriente – occasione per riflessioni che interessano tutta la Chiesa universale – la seconda e la terza entrano più direttamente nei problemi delle comunità cattoliche locali. Mi limito in questa sede a segnalarne alcuni. Anzitutto, com’è noto nei riti cattolici orientali vi sono – a differenza che nel rito latino – sacerdoti sposati, che sono a pieno titolo sacerdoti cattolici e coesistono con presbiteri che hanno scelto il celibato. Il Pontefice afferma che «il celibato sacerdotale è un dono inestimabile di Dio alla sua Chiesa, che occorre accogliere con riconoscenza, tanto in Oriente quanto in Occidente, poiché rappresenta un segno profetico sempre attuale. Ricordiamo, inoltre, il ministero dei presbiteri sposati che sono una componente antica delle tradizioni orientali. Vorrei rivolgere il mio incoraggiamento anche a questi presbiteri che, con le loro famiglie, sono chiamati alla santità nel fedele esercizio del loro ministero e nelle loro condizioni di vita a volte difficili. A tutti ribadisco che la bellezza della vostra vita sacerdotale susciterà senza dubbio nuove vocazioni che toccherà a voi coltivare»[56].

La ricchissima storia del monachesimo medio-orientale dovrebbe a sua volta spingere tutti i cattolici, anche quelli che monaci non sono, a «meditare lungamente e con cura sui consigli evangelici: l’obbedienza, la castità e la povertà, per riscoprire oggi la loro bellezza, la forza della loro testimonianza e la loro dimensione pastorale. Non può esserci rigenerazione interna del fedele, della comunità credente e della Chiesa intera senza che ci sia un ritorno deciso e senza equivoci, ciascuno secondo la propria vocazione, verso il quaerere Deum, la ricerca di Dio che aiuta a definire e a vivere in verità il rapporto con Dio, col prossimo e con se stessi»[57].

Altre indicazioni ribadiscono temi spesso affrontati da Benedetto XVI anche in contesti diversi da quello medio-orientale. Così, i laici sono invitati a «superare le divisioni e ogni interpretazione soggettivistica della vita cristiana. Fate attenzione a non separare questa – con i suoi valori e le sue esigenze – dalla vita in famiglia o nella società, nel lavoro, nella politica e nella cultura, perché tutti i vari campi della vita del laico rientrano nel disegno di Dio»[58]. Tra i campi d’impegno sociale e politico il Papa segnala la difesa della famiglia, in un contesto internazionale in cui «le proprietà essenziali del matrimonio sacramentale – unità e indissolubilità (cfr Mt 19, 6) – ed il modello cristiano della famiglia, della sessualità e dell’amore sono ai nostri giorni, se non contestati, almeno incompresi da certi fedeli. Vi è la tentazione di appropriarsi dei modelli contrari al Vangelo, veicolati da una certa cultura contemporanea, diffusa dappertutto nel mondo»[59].

Speciale attenzione ha destato la parte dell’esortazione apostolica che, in un contesto segnato da discussioni sul tema specie all’interno del mondo musulmano, ribadisce la nozione cristiana dell’uguale dignità fra l’uomo e la donna. «Il primo racconto della creazione mostra l’uguaglianza ontologica tra l’uomo e la donna (cfr Gen 1, 27-29). Questa uguaglianza è ferita dalle conseguenze del peccato (cfr Gen 3, 16; Mt 19, 4). Superare questa eredità, frutto del peccato, è un dovere per ogni essere umano, uomo o donna»[60]. «Vorrei assicurare a tutte le donne – prosegue Benedetto XVI – che la Chiesa cattolica, collocandosi nella fedeltà al disegno divino, promuove la dignità personale della donna e la sua uguaglianza con l’uomo, di fronte alle forme più varie di discriminazione alle quali è sottomessa per il semplice fatto di essere donna. Tali pratiche feriscono la vita di comunione e di testimonianza. Esse offendono gravemente non solo la donna, ma anche e soprattutto Dio, il Creatore»[61].

Il Papa afferma che «i cristiani dei paesi della regione devono avere la possibilità di applicare nel campo matrimoniale e negli altri campi il loro diritto proprio, senza restrizione»[62], cioè non devono essere sottoposti al diritto di famiglia islamico nei Paesi dove questo si confonde con la legge civile. È possibile tuttavia che anche nell’applicazione del diritto canonico cattolico ci siano talora problemi che derivano dal contesto culturale. Ecco allora la raccomandazione secondo cui «nelle vertenze giuridiche che, purtroppo, possono opporre l’uomo e la donna soprattutto in questioni di ordine matrimoniale, la voce della donna deve essere ascoltata e presa in considerazione con rispetto, al pari di quella dell’uomo, per far cessare certe ingiustizie»[63]. «La giustizia della Chiesa deve essere esemplare a tutti i suoi livelli e in tutti i campi che essa tocca. Bisogna assolutamente aver cura che le vertenze giuridiche relative a questioni matrimoniali non conducano all’apostasia»[64].

La terza parte dell’esortazione fornisce indicazioni pastorali, catechistiche e liturgiche, che partono dall’accostamento alla Sacra Scrittura, raccomandando lo studio di un importante documento del Magistero dello stesso Benedetto XVI: «Nella prospettiva di un approccio ecclesiale alla Bibbia, una lettura, individuale e in gruppo, dell’Esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini sarà di grande utilità»[65]. Dal contesto storico medio-orientale, il Papa trae un richiamo ai principi fondamentali illustrati nella stessa Verbum Domini. «Le scuole esegetiche di Alessandria, di Antiochia, di Edessa o di Nisibi hanno contribuito potentemente all’intelligenza e alla formulazione dogmatica del mistero cristiano nel IV e nel V secolo. La Chiesa intera ne è loro riconoscente. I sostenitori delle diverse correnti di interpretazione dei testi concordavano su alcuni principi tradizionali di esegesi, comunemente ammessi dalle Chiese d’Oriente e d’Occidente. Il più importante è credere che Gesù Cristo incarna l’unità intrinseca dei due Testamenti e di conseguenza l’unità del disegno salvifico di Dio nella storia (cfr Mt 5, 17)»[66]. «Viene poi la fedeltà ad una lettura tipologica della Bibbia, secondo la quale certi fatti dell’Antico Testamento sono una prefigurazione (tipo e figura) delle realtà della Nuova Alleanza in Gesù Cristo, chiave di lettura di tutta la Bibbia»[67].

Sul piano pastorale, le Chiese del Medio Oriente aggiungono ai loro impegni quello di accogliere i milioni di pellegrini che vengono in Terrasanta. Si tratta di un pellegrinaggio cui la Chiesa non può rinunciare. «Improntato alla penitenza per la conversione e alla ricerca di Dio, ripercorrendo i passi storici di Cristo e degli Apostoli, il pellegrinaggio ai luoghi santi e apostolici può essere, se vissuto con fede e profondità, un’autentica sequela Christi. In un secondo tempo, dà anche ai fedeli la possibilità di impregnarsi maggiormente della ricchezza visiva della storia biblica che delinea davanti a loro i grandi momenti dell’economia della salvezza»[68]. A chi organizza pellegrinaggi Benedetto XVI fornisce anche un’ulteriore indicazione specifica: «Al pellegrinaggio biblico è opportuno anche associare il pellegrinaggio ai santuari dei martiri e dei santi, nei quali la Chiesa venera Cristo, fonte del loro martirio e della loro santità»[69].

L’esortazione si chiude con due raccomandazioni consuete nel Magistero recente, relative all’Anno della fede e al Catechismo della Chiesa Cattolica. «L’Anno della fede che si situa nel contesto della nuova evangelizzazione sarà, se vissuto con intensa convinzione, un forte stimolo per promuovere una evangelizzazione delle Chiese della regione, e per consolidare la testimonianza cristiana»[70]. «Il Catechismo della Chiesa Cattolica è una base necessaria. Come ho già indicato, la sua lettura e il suo insegnamento devono essere incoraggiati, come anche un’iniziazione concreta alla Dottrina sociale della Chiesa»[71].

 

[1] Benedetto XVI, Visita alla Basilica di St. Paul ad Harissa e firma dell’Esortazione apostolica post-sinodale, del 14-9-2012.

[2] Ibid.

[3] Ibid.

[4] Ibid.

[5] Ibid.

[6] Ibid.

[7] Ibid.

[8] Ibid.

[9] Ibid.

[10] Ibid.

[11] Ibid.

[12] Ibid.

[13] Ibid.

[14] Ibid.

[15] Ibid.

[16] Ibid.

[17] Idem. Esortazione apostolica postsinodale Ecclesia in Oriente, del 14-9-2012, n. 8.

[18] Ibid., n. 96.

[19] Ibid., n. 9.

[20] Ibid., n. 10.

[21] Ibid., n. 11.

[22] Ibid.

[23] Ibid., n. 12.

[24] Ibid., n. 13.

[25] Ibid., n. 16.

[26] Ibid.

[27] Ibid., n. 19.

[28] Ibid., n. 20.

[29] Ibid., n. 22.

[30] Ibid.

[31] Ibid., n. 23.

[32] Ibid.

[33] Ibid., n. 24.

[34] Ibid., n. 25.

[35] Ibid.

[36] Ibid., n. 26.

[37] Ibid.

[38] Ibid.

[39] Ibid.

[40] Ibid.

[41] Ibid., n. 27.

[42] Ibid.

[43] Ibid.

[44] Ibid.

[45] Ibid., n. 29.

[46] Ibid.

[47] Ibid.

[48] Ibid.

[49] Ibid.

[50] Ibid., n. 30.

[51] Ibid.

[52] Ibid.

[53] Ibid., n. 31.

[54] Ibid., n. 33.

[55] Ibid., n. 34.

[56] Ibid., n. 48.

[57] Ibid., n. 54.

[58] Ibid., n. 56.

[59] Ibid., n. 58.

[60] Ibid., n. 60.

[61] Ibid.

[62] Ibid., n. 61.

[63] Ibid.

[64] Ibid.

[65] Ibid., n. 70. Cfr. sul punto M. Introvigne – Pietro Cantoni, Esegesi biblica e Concilio Ecumenico Vaticano II. Una riflessione sull’esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini di Papa Benedetto XVI, in Cristianità, anno XXXVIII, n. 358, ottobre-dicembre 2010, pp. 19-33.

[66] Benedetto XVI, Esortazione apostolica postsinodale Ecclesia in Oriente, cit., n. 70.

[67] Ibid.

[68] Ibid., n. 83.

[69] Ibid.

[70] Ibid., n. 88.

[71] Ibid., n. 93.

 
 
[Fonte: ilquintuplo.it]