Wojtyla e la bellezza come Vangelo

INEDITI

​Il titolo del ritiro, «Il Vangelo e l’arte», annuncia bene il tema. Evidentemente, un tale ritiro non può interessare che quanti hanno qualcosa in comune sia con il Vangelo che con l’arte. È a loro che desidero rivolgermi in modo particolare, attraverso il vangelo, attraverso l’argomento di questa predicazione. A un primo colpo d’occhio, pare che non vi sia nulla sull’arte nel vangelo, ma si tratta di un’impressione dovuta a una lettura molto superficiale. Se noi leggiamo più profondamente, nella misura in cui vediamo il Vangelo come un insieme vivente, i legami tra il Vangelo e l’arte si disegnano sempre più nitidamente. Questi legami esistono innanzitutto perché il Dio del Vangelo è la Bellezza.

Dio è la bellezza: da Platone a Gesù
Il Vangelo dice esplicitamente da qualche parte che Dio è la bellezza? No. Non lo dice chiaramente. Non vi troviamo un’affermazione simile. Pertanto, vorrei menzionare qui il colloquio di Cristo con il giovane ricco, uno dei dialoghi più belli del Vangelo. Quando il giovane si rivolge a Cristo dicendogli: «Maestro buono….», il Cristo sembra respingere questo aggettivo. Pone dunque al giovane la domanda: «Perché tu mi chiami buono? Nessuno infatti è buono, se non Dio solo» (Mc 10,18 e Lc 18,19). Questa parola è molto significativa. Cristo, dicendo questo, ha voluto sottolineare che ciascun essere, ciascuna creatura è buona in una certa misura? Che ciascuna creatura è un certo bene? No. Cristo ha voluto sottolineare, accentuare, che Dio solo è il Bene nel senso assoluto del termine. Solamente in Dio si realizza tutto ciò che è contenuto nella nozione di «bene». È per questo che, di Lui solo, noi possiamo dire che è buono. Per analogia, di Lui solo, noi possiamo dire che è bello, cioè che è la Bellezza. Tutto quanto è contenuto nella nozione di bellezza è pure contenuto in Dio. Le creature – le opere della natura, dell’uomo, dell’arte – contengono solamente un riverbero, un riflesso, un frammento – se così si può dire- della bellezza. La bellezza è dentro di loro. Questa bellezza è dispersa nel mondo visibile in abbondanza, in sovrabbondanza. Ma giustamente, in questa dispersione, la bellezza -nessuna [bellezza] – non è la bellezza assoluta. Dio solo è la bellezza assoluta.
Cos’è la bellezza? È difficile rispondere a questo interrogativo; noi consideriamo la bellezza piuttosto sulla base delle sue funzioni. Tutto ciò che è bello ci attira, ci provoca meraviglia. La bellezza attrae la nostra conoscenza. Ma si tratta di una conoscenza particolare. Non di una conoscenza astratta, puramente intellettuale, ma di una conoscenza eccezionale. Una sensibilità particolare alla bellezza esiste nell’anima. Come una corda che vibra, quando l’uomo tocca la bellezza. La bellezza ci stupisce e ci attira. Tale attrazione ci indica che la bellezza nasconde dietro di sé qualcosa di più.

I filosofi – soprattutto Platone – hanno rimarcato già da parecchio tempo che esiste un rapporto stretto fra la bellezza e il bene. Quando l’uomo tocca la bellezza, questa indica un certo bene e questo bene l’attira. Ecco l’interpretazione esatta del dialogo di Cristo con il giovane, o, più precisamente, della risposta che questi ha ricevuto. Alla luce di quanto sappiamo sulla bellezza e sul bene, possiamo dire che Cristo, quando ha rivolto al giovane queste parole sorprendenti «Perché tu mi chiami buono? Nessuno infatti è buono, se non Dio solo», gli ha fatto comprendere effettivamente questo: «Perché tu mi chiami bello? Nessuno infatti è bello, se non Dio solo». Sarebbe questo il quadro più ampio nel quale noi scopriamo il rapporto fra il Vangelo e l’arte – perché vi scopriamo il legame tra il Vangelo e la bellezza.

Il Vangelo e l’inquietudine creatrice
Ma al di là di questo quadro più ampio, nel quale scopriamo il rapporto fra Dio e l’arte, cioè fra il vangelo e l’arte, esiste ancora un altro quadro. Direi quello degli avvenimenti. Non è vero che la religione, il cristianesimo, è diventato una fonte abbondantissima d’ispirazione per l’uomo, per l’umanità? D’ispirazione artistica. La storia della cultura, la storia dell’arte, soprattutto europea, non sono una prova che il cristianesimo, la religione, il Vangelo sono una fonte d’ispirazione artistica per l’uomo – di ispirazione che porta alla creazione della bellezza? Bisognerebbe porre la domanda: perché ciò era vero nel passato e perché ciò è vero oggi? Non è una questione solo inerente il “passato”: è del tutto attuale. Il cristianesimo è una sorgente inesauribile di ispirazione. Verso la fine del XIX secolo tale fonte sembrava prosciugata. Ora, noi siamo testimoni che sgorga e scorre nuovamente. Per l’uomo di oggi, per l’artista di oggi, il Vangelo torna ad essere una fonte di inquietudine creatrice, una sorgente d’ispirazione – d’ispirazione letteraria, nella pittura, nella musica e nell’arte del teatro. In un modo nuovo, sotto nuove forme.

Dalle conseguenze dobbiamo risalire alla causa. Perché il Vangelo continua ad essere una fonte così abbondante di ispirazione e di creazione? Noi afferriamo qui – in flagranza di delitto (che è forse un’espressione maldestra) – che il Dio del Vangelo è la Bellezza. Tale noi lo vediamo nel Vangelo, tale Egli si è manifestato nel Vangelo (non dico che Egli si è “rivelato”, ma che Egli si è “manifestato”, perché a dire il vero Egli si è manifestato nel Vangelo). Tutti gli elementi – tutte le tappe di questa manifestazione di Dio nel Vangelo – sono diventati un’espressione singolare della Bellezza. E per gli artisti, una fonte di ricerca, di inquietudine creatrice.

Quanti artisti hanno tentato di rappresentare il neonato, il Bambino Gesù In seguito, tutto ciò che il Gesù del Vangelo ha detto, tutto ciò che ha fatto , continua -direi- a ispirare gli artisti. Il dialogo con la Samaritana, il colloquio con Nicodemo, il miracolo a Cana e soprattutto ciò che costituisce l’esito del Vangelo, ovvero la sua passione, la sua morte, la croce e la resurrezione. Perché? Perché gli artisti comprendono perfettamente che un elemento del mistero è presente negli avvenimenti del Vangelo.

Il mistero della bellezza incarnata
Dio si è manifestato, Dio si è rivelato, e il Dio del Vangelo in ogni modo resta un mistero. Si è manifestato, si è rivelato nella misura del possibile. Affinché l’uomo possa contemplarlo. L’artista può sempre avvicinarsi, con la sua immaginazione e attraverso le sue opere, a questo Dio che si è manifestato e si è rivelato nel Vangelo. Al tempo stesso questo Dio del Vangelo resta un mistero. Pienamente mistero. Resta inesprimibile, l’unico. Mi ricordo di un giorno in cui ho passato lunghe ore a visitare le Terme di Diocleziano a Roma. Avevo davanti a me capolavori della scultura classica, greca. Era una giornata assai laboriosa. Ero molto stanco. Ho visto con quale immenso sforzo tutti questi grandi artisti -questi grandi scultori- ricercavano l’Incarnazione. Mostrare la bellezza perfetta, l’assoluto nel corpo umano. Dopo questa passeggiata di qualche ora, che per me costituiva un tentativo di approccio all’arte antica, all’arte pagana, ho capito il Vangelo di nuovo. Ho compreso che questa ricerca dell’assoluto nelle opere di arte antica – la ricerca delle bellezza perfetta del corpo umano – si è realizzata nell’Incarnazione: in questo Dio che si è rivelato, perché si è manifestato, e che, attraverso questa manifestazione, ci ha donato in se stesso tutta la perfezione della Bellezza. Tutta la perfezione della Bellezza che a Lui solo tocca, che -sola – s’identifica in Lui, come Lui solo s’identifica nella Bellezza.[…]. (traduzione di Marco Roncalli)

Karol Wojtyla

[Avvenire, 22 ottobre 2012]