E’ sufficiente un atto di dolore per poter fare la Comunione, anche in caso di peccato grave?

imagesCA8M6WJA  
“Ho sentito un tale che ha detto che sarebbe sufficiente un atto di dolore per poter fare la Comunione, anche se si è commesso un peccato grave”.
 
Caro Padre Angelo,

volevo porre una domanda: ascoltando una lezione (catechesi) sul sacramento del perdono, riconciliazione il relatore ha detto che anche essendo in peccato mortale se c’è il pentimento sincero al peccato, in assenza di un confessore e nell’impossibilità di confessarsi prima della messa, si può comunque partecipare all’eucarestia.

In seguito ci si confessa quando possibile e non serve dire al confessore “ho fatto la comunione in peccato mortale” perché se c’è il pentimento sincero, non si è nel momento della comunione in peccato.
Vorrei sapere in merito un suo parere.
Io personalmente ho sempre evitato di fare la comunione in peccato cercando sempre prima di confessarmi. Questo purtroppo non è sempre possibile e molte volte (purtroppo spesso) capita di non avere un confessore a disposizione. E per non sbagliare evito di fare la comunione. Sbaglio?

Valerio
 
******
 
Risposta del sacerdote

Caro Valerio,

1. quanto hai sentito in quella lezione o conferenza è per lo meno inesatto e può indurre molti in errore.

2. La Chiesa è persuasa che con l’atto di dolore perfetto sia sufficiente riportare in grazia una persona che si trovava in peccato mortale. Anzi crede che non sia possibile emettere un atto di dolore perfetto se non perché si è già raggiunti dalla grazia santificante. Per questo la Chiesa stessa esorta ad emettere questi atti di dolore perfetto, perché solo se si è in grazia le nostre opere buone meritano per la vita eterna. Inoltre solo se si è in grazia, anche se non ci si è ancora confessati, si può avere la salvezza eterna.

3. Perché vi sia un atto di dolore perfetto si richiede che il dispiacere per il peccato non sia motivato semplicemente dalla paura di andare all’inferno, ma perché si è offeso Dio e si è stati causa della morte del Nostro Signore Gesù Cristo.

Inoltre è indispensabile che almeno implicitamente vi sia il proposito di confessarsi (CCC n. 1452). Non ci potrebbe essere vera riconciliazione tra noi e il Signore se non vi fosse concordanza di volontà anche su quest’ultimo punto. Il Signore infatti ha legato il suo perdono al perdono della Chiesa. Sicché quanto la Chiesa non rimette neanche lui lo rimette. Ecco il testo: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” (Gv 20,23).

4. Ma per accedere alla S. Comunione la Chiesa afferma che non è sufficiente il dolore perfetto, sia pure col proposito di confessarsi, ma è necessaria la confessione.

Anche per colui che ha tenuto la lezione che tu hai ascoltato valgono le parole di Giovanni Paolo II nella enciclica Ecclesia de Eucaristia: “A questo dovere (di confessarsi) richiama lo stesso Apostolo con l’ammonizione: «Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice» (1 Cor 11,28). San Giovanni Crisostomo, con la forza della sua eloquenza, esortava i fedeli: «Anch’io alzo la voce, supplico, prego e scongiuro di non accostarci a questa sacra Mensa con una coscienza macchiata e corrotta. Un tale accostamento, infatti, non potrà mai chiamarsi comunione, anche se tocchiamo mille volte il corpo del Signore, ma condanna, tormento e aumento di castighi». In questa linea giustamente il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1385) stabilisce: «Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla comunione». Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha concretizzato la severa ammonizione dell’apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione dell’Eucaristia, «si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale»” (Ecclesia de Eucharistia 36).

Come vedi, Giovanni Paolo II porta con sé la dottrina della Chiesa: il Concilio di Trento, il Codice di diritto canonico, il Catechismo della Chiesa Cattolica.

5. La Chiesa è attenta su questo problema così delicato, anche perché le parole di san Paolo sono particolarmente dure nei confronti degli abusi: “Perciò chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti” (1 Cor 11,27-30).

6. Pertanto hai fatto bene ad astenerti dal fare la Santa Comunione nei casi in cui non ti sei riconosciuto disposto come si deve. Diversamente avresti compiuto un sacrilegio.

7. Solo in un caso la Chiesa concede che si possa fare la Santa Comunione col solo dolore perfetto senza confessione. Ed è il caso previsto dal Codice di diritto canonico al canone 916: “Colui che è consapevole di essere in peccato grave, non celebri la Messa né comunichi al corpo e al sangue del Signore senza premettere la confessione sacramentale, a meno che non vi sia una ragione grave e manchi l’opportunità di confessarsi; nel qual caso si ricordi che è tenuto a porre un atto di contrizione perfetta, che include il proposito di confessarsi quanto prima”.

Due dunque i requisiti: vi sia una ragione grave e manchi l’opportunità di confessarsi.
Ora il fare la S. Comunione la domenica o perché si partecipa ad una Messa non costituisce una ragione grave. Ragione grave è quella del sacerdote, che riconoscendosi privo della grazia, avendo una Messa di orario da celebrare e non avendo la possibilità di confessarsi, deve per forza celebrare. Qui farà un atto di contrizione perfetta e poi si confesserà al più presto, dicendo che ha commesso un peccato grave, che ha celebrato la Messa perché era necessario, ma che ha premesso la contrizione perfetta.

Ma per un fedele laico quando vi è la ragione grave?
Un caso potrebbe essere quello in cui si è già in processione per fare la S. Comunione e si è ormai prossimi a riceverla e lì ci si ricorda di aver commesso un peccato grave. Ritirarsi di fronte al sacerdote, che magari ha già detto “il corpo di Cristo”, sarebbe motivo di sconcerto per tutti.
Ma la semplice partecipazione alla Messa, sia pure quella domenicale, non è sufficiente per tralasciare la confessione.

8. Senti che cosa dice Sant’Agostino a proposito di quelli che pensavano che fosse sufficiente la riconciliazione interiore senza sacramento della Penitenza: “Nessuno dica: ‘Faccio la Penitenza privatamente, per conto mio, di fronte a Dio’, e ‘il Dio che perdona conosce quello che compio nel cuore’. Dio allora avrebbe detto senza motivo: ‘ciò che scioglierete sulla terra sarà sciolto anche in cielo!’. Così come senza motivo avrebbe consegnato le chiavi del regno di Dio alla Chiesa! Si può rendere vano il Vangelo? Si possono rendere vane le parole di Cristo?” (Sermone 392, 3).

Sono parole forti e persuasive quelle di Sant’Agostino: per qual fine Gesù avrebbe istituito il sacramento della confessione se si potesse fare la S. Comunione anche senza di esso?

Sono contento che tu abbia attirato l’attenzione su un punto così delicato. Ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico.

Padre Angelo

[Amici Domenicani]
 

Leggi anche:

Consigli per una buona confessione. Distinzione fra peccati mortali e peccati veniali (Amici Domenicani)

Materia grave (Cathopedia)

Perché dobbiamo confessare i nostri peccati al sacerdote? (Amici Domenicani)

Il Sacramento del perdono

Le disposizioni del penitente