La bottega dell’orefice

Ieri ho visto questo film: La bottega dell’orefice. Il film è tratto dall’omonima opera letteraria scritta da Karol Wojtyla nel 1960 quand’era vescovo a Cracovia. Poetiche e profonde riflessioni sull’amore di coppia, sul matrimonio e su cosa significhi donarsi l’uno all’altro, scritte come solo un sacerdote, prossimo Papa, potrebbe fare. E sappiamo bene quanto Giovanni Paolo II sia stato attento e appassionato studioso delle tematiche relative all’amore umano e alla famiglia.
La forza del sacramento del matrimonio è qualcosa di grande, straordinario… A noi è chiesta solo fede e umiltà.
Da non perdere!
 
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Titolo: La bottega dell’orefice
Paese: ITALIA, CANADA
Anno: 1998
Regia: Michael Anderson
Sceneggiatura: Jeff Andrus, Mario Di Nardo dal romanzo omonimo di KAROL WOJTYLA
Produzione: ALLIANCE ENT., BETAFILM GMBH, EUROPEAN FILM PARTNERS, PRODUZIONI ATLAS CONS., RAIUNO, ZWEITES DEUTCHES FERNSEHEN, OSTERREICHISCHER RUNDFUNK
Durata: 95
Interpreti: Burt Lancaster, Andrea Occhipinti, Olivia Hussey
Pubblico: per tutti
 
E’ la storia di due coppie, di due matrimoni, di due amori diversi, che si agitano sullo sfondo della Seconda Guerra Mondiale e degli scempi nazisti. Ma La bottega dell’orefice è soprattutto un’intensa metafora delle nozze, unione eterna e indissolubile, che deve vincere la fragilità dei sentimenti umani.
 
Il film verte sulla responsabilità dell’amore coniugale. La riflessione etica e rappresentazione artistica nell’itinerario wojtyliano si intrecciano profondamente, completandosi. La vita somiglia ad un’opera d’arte ma quando l’uomo non riesce ad amare, la sua vita si corrompe

L’orefice è interpretato da un maestoso e vecchio Burt Lancaster, che appare come una figura irreale, metafisica, priva di tempo

Karol Wojtyła nell’opera filosofica come nell’espressione poetica si è sforzato di congiungere la dimensione etica con quella estetica.

In occasione della Beatificazione di Giovanni Paolo II Rai Cinema, attraverso la 01 Distribuzione, edita di nuovo in DVD il film La bottega dell’orefice, adattato per lo schermo da Michael Anderson nel 1987, ricavato dall’omonima opera narrativa di Wojtyła.
Nel 1958 Wojtyła era stato nominato vescovo ausiliare di Cracovia, ed era nel pieno della maturità di studioso e insegnante universitario. Due anni dopo pubblicava un’opera filosofica fondamentale per il proprio percorso intellettuale, Amore e responsabilità, accompagnata da La bottega dell’orefice, versione poetica della medesima problematica.

I due testi, dissimili ma uniti dalla stessa visione, vertono sulla responsabilità dell’amore coniugale. Quindi riflessione etica e rappresentazione artistica nell’itinerario wojtyliano si intrecciano profondamente, completandosi. Prima del sacerdozio Wojtyła aveva mostrato una vera e propria passione per le arti, in particolare per la letteratura e il teatro, tanto da meditare di dedicarsi a tempo pieno nell’attività drammaturgica. Entrato nell’Università Jaghellonica nel 1938, si era orientato verso la filologia polacca.
Scrive nella sua autobiografia Dono e Mistero (Libreria Editrice Vaticana, 1996): «A proposito degli studi, desidero sottolineare che la mia scelta della Filologia polacca era motivata da una chiara predisposizione verso la letteratura. Tuttavia, già durante il primo anno, attirò la mia intenzione lo studio della lingua stessa. Studiavamo la grammatica descrittiva del polacco moderno ed insieme l’evoluzione storica della lingua, con un particolare interesse per il vecchio ceppo slavo. Questo mi introdusse in orizzonti completamente nuovi, per non dire nel mistero stesso della parola. La parola, prima di essere pronunciata sul palcoscenico, vive nella storia dell’uomo come dimensione fondamentale della sua esperienza spirituale. In ultima analisi, essa rimanda all’imperscrutabile mistero di Dio stesso». L’arte, la parola, il linguaggio. Tutta l’opera successiva di Wojtyła sarà segnata da quella giovanile esperienza, interrotta dall’occupazione tedesca della Polonia nel 1939, dalla chiusura dell’Università Jaghellonica e dal trasferimento del corpo docente in campo di concentramento. Il teatro e la frequentazione della letteratura, specialmente quella tragica, tiene vivo nel giovane Wojtyła l’interesse per l’arte.

Nell’estate del 1939 si apre La bottega dell’orefice. Quattro ragazzi, due donne e due uomini, Anna e Teresa, Andrea e Stefano, si recano ad un campo estivo. L’aria è pesante. La guerra con la Germania nazista viene ritenuta imminente. Al cinema le immagini dei cinegiornali fanno paura. I nazisti marciano ovunque: quale sarà la prossima vittima? La Polonia, non ci sono dubbi. Anna e Stefano e Teresa e Andrea decidono, nonostante tutto, di sposarsi. Stefano e la moglie espatriano in Canada, aiutati da un parente. Andrea, invasa la Polonia, parte per il fronte, perdendo la vita. Il tempo d’amore di una coppia è stato brevissimo, nonostante Teresa sia rimasta incinta, e dia alla luce Cristoforo. Quello di Anna e Stefano, invece, è lungo, fortunato (il marito si afferma come medico), modellato sugli stili di vita canadesi, e arricchito da tre figli, la cui primogenita Monica è coetanea di Cristoforo. Teresa, nonostante la vedovanza, si è affermata come pianista, ed emigra anche lei in Canada.
Il tempo trascorre, i figli crescono. Le loro esistenze sono al riparo dalla nuova disgrazia abbattutasi sulla Polonia: il comunismo. Il matrimonio di Teresa è stato fermato dalla guerra: quello di Anna si ritrova inaspettatamente sull’orlo della rottura.

Indifferenza, incomprensione, freddezza, scomparsa dell’affetto, reciproco egoismo, fanno naufragare la comunione famigliare. La vita non è facile, per nessuno. Monica e Cristoforo, siamo arrivati al 1962, decidono di sposarsi, e celebrano le nozze a Cracovia, città dei loro genitori. L’orefice menzionato nel titolo, interpretato dal maestoso e vecchio Burt Lancaster, è una figura irreale, metafisica, priva di tempo. Ha venduto le fedi prima ai genitori, poi ai figli, è apparso nei momenti cruciali delle loro esistenze intrecciate. E dopo aver chiuso la vecchia bottega di Cracovia, esce in strada e pronuncia queste parole: «il futuro dipende dall’amore».

Quando non riesce ad amare l’uomo si corrompe. Questa semplice constatazione regge l’impalcatura filosofica di Amore e responsabilità, ed è la semplice evidenza di La bottega dell’orefice. La vita, in fondo, nell’universo wojtyliano, somiglia ad un’opera d’arte. Il suo mistero può essere scandagliato nelle pieghe più complesse di pensiero, ragionamento, analisi. Ma può essere anche esplicitato nel realismo del fatto concreto, del vissuto personale, così come viene tradotto in scena dall’arte, dal dramma, dalla poesia, dalla letteratura, dal cinema.
Al sacerdote spetta il compito di indirizzare, essere presente, ricordare la verità agli uomini, soffrire e condividere le umane disgrazie. Poi sono loro che debbono decidere come comportarsi eticamente; a loro spetta trarre dalle difficoltà poste dall’esistenza il senso autentico della vita, al tempo stesso umano e divino.

Il dramma epocale della nazione che segnò Karol Wojtyła è lo sfondo entro il quale si muovono sei esseri umani e due generazioni. L’uomo, il professore, il sacerdote, il pastore che divenne Giovanni Paolo II amò l’arte, senza alcuna distinzione disciplinare. La frequentò attivamente, la difese da corruzioni nichiliste e secolarizzanti. Ci ha lasciato un patrimonio filosofico e poetico che col passare degli anni non è invecchiato. Leggere Amore e responsabilità e La bottega dell’orefice nella versione originale, vedere la trasposizione cinematografica che ne rispetta l’essenza morale, ne è ancora oggi, a mezzo secolo di distanza, una limpida dimostrazione.

Claudio Siniscalchi

[Fonte: www.familycinematv.it]

 
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