Apocalypto, la scoperta e la colonizzazione delle Americhe

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Un vecchio articolo, ma molto interessante, sulla leggenda nera della conquista spagnola in America latina

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[…] La vicenda raccontata nel film di Mel Gibson, Apocalypto (2006), è quella della conquista spagnola dell’America Latina, e della fine dell’Impero maya e azteco. Per capirla è utile ripassare brevemente la storia, e accennare ad un altro celebre film sull’argomento, Mission, con Robert De Niro.

Quando gli spagnoli iniziano a penetrare nel Nuovo Continente si presenta davanti a loro una terra affascinante per la varietà dei colori, delle piante, degli stupendi uccelli variopinti che nessuno, in Europa, ha mai visto. Con grande stupore vedono anche “strade, argini ben costruiti, ponti acquedotti, case, torri, santuari e fortezze biancheggianti, templi smisurati, tutti fatti di pietra”, e oro, argento e monili preziosi in quantità.

Coloro che, giunti da lontano, conquisteranno queste terre meravigliose, sono pochi e male armati: Cortes, il conquistatore del Messico, ha con sé appena 600 uomini, sedici cavalli, trentadue balestre e qualche, primitivo, archibugio; Pizarro, conquistatore dell’ impero Inca, 62 cavalieri, 106 fanti e una dozzina di fucili. Ma i conquistadores non sono solo avventurieri assetati di ricchezze. Nella loro penetrazione nei territori americani vengono colpiti da spettacoli atroci: lungo le scalinate dei templi trovano arti e corpi di fanciulli e fanciulle massacrati e offerti in sacrificio alle divinità del luogo. Infatti, gli Aztechi, e, in misura minore, anche gli Incas, sono convinti che sia continuamente necessario sacrificare alle forze naturali, specie al dio Sole, per evitare che questo cessi la sua funzione e si spenga: “A insanguinare ogni giorno i gradini degli enormi templi era quest’ansia ossessionante di non lasciare finire il mondo, un’ansia che raggiungeva il suo culmine ogni cinquantadue anni, quando la minaccia della catastrofe si faceva più concreta e imminente” ( Bernal Diaz del Castillo, La conquista del Messico, Longanesi, Milano, 1980 (prefazione di Franco Marenco e Pietro Citati).

Così presso gli Aztechi “quattro preti afferravano la vittima scaraventandola sulla pietra sacrificale. Quindi il Gran Sacerdote piantava il coltello sotto il capezzolo sinistro facendosi largo attraverso la cassa toracica, finché, rovistando a mani nude, non riusciva a strappare il cuore ancora pulsante e a metterlo in una coppa per offrirlo agli dei. Dopodiché i corpi venivano fatti precipitare dalle scale dalla piramide: ad attenderli, al fondo, c’erano altri preti che incidevano ogni corpo sulla schiena, dalla nuca ai talloni, e ne strappavano la pelle…”; infine gli arti venivano donati, a seconda del loro pregio, a sacerdoti e guerrieri per essere mangiati (cannibalismo; Vittorio Messori, Pensare la storia, Paoline, 1992; Luigi Lunari, Cortes, Rizzoli, Milano 2000; G.C. Vailiant, La civiltà Azteca, Einaudi, Torino, 1992: in quest’ultimo testo si descrivono altre terribili usanze, quale quella di costruire “grandi rastrelliere coperte di teschi” o quella di fare a pezzi, con mazze armate di lame di ossidiana, dei prigionieri legati a pietre circolari e offerti al dio Sole).

Sotto gli Incas la situazione è analoga: specie bambini e vergini vengono sgozzati, strangolati o espiantati, alla maniera azteca, del cuore, per allontanare carestie, epidemie ecc. Si arrivano a sacrificare fino a 20.000 persone in un solo giorno. Queste vere e proprie mattanze determinano la necessità di continue guerre per procurare i sacrificandi, così che Aztechi ed Incas assoggettano e terrorizzano le popolazioni confinanti. Proprio su queste fanno leva Cortes e Pizarro, che altrimenti mai avrebbero potuto sconfiggere eserciti immensamente superiori al loro, per numero e conoscenza del territorio.

Entrambi spiegano agli indigeni di adorare un Dio che non richiede sacrifici umani e crudeltà e ottengono così il sostegno di intere tribù. D’altra parte sia Montezuma, imperatore degli Aztechi, che Atahualpa, imperatore degli Incas, considerato il figlio del Sole e proprietario di tutta la terra, reagiscono in modo altalenante ed ambiguo di fronte agli spagnoli: a momenti decisi a difendersi, appaiono invece, per lo più, sconfortati e rassegnati. Infatti, per rimanere a Montezuma, di cui abbiamo maggiori notizie, egli è convinto, secondo una tradizione antica, che il 1519, proprio l’anno in cui Cortes ha toccato la terra ferma americana, sia l’anno “della Canna”, quello stabilito da secoli per il ritorno del dio Quetzalcoatl, il Serpente Piumato, l’unico dio che non vuole sacrifici umani, “dalla carnagione chiara, i lunghi capelli e lunga la barba”: ora Cortes si presenta proprio così, con la carnagione chiara, così diversa da quella degli indigeni, e fieramente contrario ai sacrifici umani. Non può che essere un dio, e Montezuma, atterrito, non sa come affrontarlo e si lascia addirittura catturare senza opporre resistenza! La conquista del Nuovo Mondo da parte degli spagnoli non fu dunque quella descritta dalla storiografia illuminista prima (si pensi ai “generosi Incassi” del Parini) e da quella anglosassone poi: non fu lo scontro tra i cattivi Europei, da una parte, e “selvaggi buoni”, ma anche civilizzati, dall’altra. Questo è tanto vero che nei territori sotto la Spagna le popolazioni che avevano accolto benevolmente i conquistadores per liberarsi dall’oppressione azteca e incas, si amalgamarono piuttosto bene con i nuovi venuti. La Chiesa, tramite i suoi missionari, sollecitò il matrimonio misto e una pacifica convivenza, sforzandosi di limitare eventuali prevaricazioni e prepotenze, sempre presenti nell’agire umano.

La apparizione delle Vergine “morenita”, una Madonna di colore, identica alle donne indie fin nell’abbigliamento, nel 1531, contribuì enormemente ad unire i due popoli (Guadalupe è il santuario più frequentato al mondo). Ancora oggi questo si può vedere nella composizione etnica degli stati dell’America Latina che furono sotto la Spagna dei “re cattolicissimi”, Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia: infatti in Messico, in Bolivia, in Perù eccetera, “quasi il 90% della popolazione o discende direttamente dagli antichi abitanti o è il frutto di incroci tra indigeni e nuovi arrivati”, laddove negli Stati Uniti, dove giunsero gli inglesi anglicani e puritani, la popolazione del luogo, i cosiddetti pellerossa, sono stati quasi tutti sterminati. Certo, come appare anche nel film “Mission”, vi furono, tra i colonizzatori, di quelli che approfittarono degli indigeni per farli schiavi, ma questo contro il volere della corona di Spagna e della Chiesa. Nei territori dominati dai Portoghesi, invece, e in specie nel Brasile, la schiavitù era non solo praticata da alcuni, ma anche permessa per legge. Mentre i missionari gesuiti realizzano la cosiddetta “Repubblica del Guaranì”, vero modello di società cristiana e di armonizzazione pacifica tra due diverse culture, l’Europa è percorsa dalla dirompente vitalità del pensiero illuminista. I filosofi inglesi e, soprattutto, francesi, diffondono nel vecchio continente ideali nuovi e una critica piuttosto aspra nei confronti della Chiesa. Se è vero, infatti, che tolleranza e libertà religiosa divengono i capisaldi di questa nuova cultura, è altrettanto vero che, nella pratica, teoria e prassi, principi ed applicazioni, spesso, non si corrispondono: lo stesso Voltaire, acceso sostenitore della libertà di pensiero, ma in segreto partner economico di trafficanti di schiavi, afferma senza esitazione la necessità di combattere in ogni modo la Chiesa (il celebre motto “schiacciate l’infame”).

Il pensiero cristiano viene infatti denigrato e ripudiato sotto molti aspetti: l’illuminista Diderot, ad esempio, contrappone alla morale cristiana il modello del buon selvaggio tahitiano, che pratica, senza alcun falso scrupolo, l’incesto, l’adulterio, l’accoppiamento libero e casuale. Sulla stessa lunghezza d’onda si muovono le riflessioni di Morelly, Dom Deschamps e Restif de la Bretonne, che, “in omaggio alla dottrina settecentesca che considerava il tabù dell’incesto alla stregua di un pregiudizio religioso”, arrivò ad avere rapporti con le sue stesse figlie. In campo economico poi, il pensiero illuminista francese era tributario del liberismo inglese, il quale rintracciava nella riforma anglicana e nella separazione dell’Inghilterra dalla Roma cattolica ad opera di Enrico VIII, l’origine del suo processo di modernizzazione economica. Così ai filosofi illuministi e ai “despoti illuminati” del Settecento (Maria Teresa d’Austria, Federico II di Prussia; Caterina II di Russia…) sembrava che, da una parte, fosse necessario assoggettare la Chiesa al potere politico (dottrina del giurisdizionalismo); dall’altra che occorresse sopprimere il più possibile gli ordini religiosi, per incamerarne i beni al fine di arricchire il potere statale e di rifornire di terre e di capitali la ricca borghesia imprenditrice. Succedeva insomma quello che era avvenuto in Inghilterra ai tempi di Enrico VIII e di Elisabetta, con l’esproprio massiccio dei terreni della Chiesa, affidati di solito ai più poveri, e quindi poco produttivi, e con la loro privatizzazione. E’ facile capire che, in questo clima, il potente ordine dei Gesuiti non fosse visto di buon occhio nelle corti europee, che, come dice il cardinale protagonista del film, apparivano a quell’epoca giungle insidiose e terribili. Infatti, oltre che proprietari di scuole e di beni appetibili per i vari Stati, i gesuiti si ergevano a difesa degli interessi degli indigeni nei paesi dell’America Latina sottomessa agli europei.

In Portogallo, il primo ministro, il marchese di Pombal, sostenne una vera e propria campagna di denigrazione contro la Compagnia di Gesù, cercando addirittura di instillare nel pontefice Clemente XIV il sospetto di poter essere avvelenato da un sicario gesuita. Tra le altre cose, “fece persino coniare delle monete con l’effige di un gesuita che si definiva re del Portogallo con il nome di Nicola I”. Così, quando nella notte del 3 settembre 1758 il sovrano portoghese rimase leggermente ferito nel corso di un attentato da parte di ignoti, Pombal colse l’occasione per far sopprimere l’Ordine dei Gesuiti, da lui accusati di essere i mandanti. Ne sequestrò poi i beni, ne condannò alcuni a morte ed espulse gli altri dal paese. Similmente avvenne in Francia dove si giunse allo scioglimento dell’Ordine nel 1762. In Spagna invece l’espulsione dei 5000 gesuiti “durò lo spazio di un mattino”: molti si imbarcarono su zattere di fortuna per raggiungere Roma ma morirono per mare. La persecuzione si estese ad altri paesi europei, finché papa Clemente XIV, coartato dai potenti dell’epoca, soppresse egli stesso la Compagnia fondata da S. Ignazio, nell’agosto del 1773. Ovunque, naturalmente, le terre e i beni dell’Ordine furono incamerati dagli Stati, che li rivendettero alla ricca borghesia, mentre le scuole gestite dai gesuiti divennero tra le prime scuole statali dell’età contemporanea. Se ora facciamo un passo indietro di pochi anni, al 1750, cioè all’epoca in cui è ambientato il film, possiamo comprendere il dramma interiore del cardinale gesuita protagonista: da una parte la sua volontà di salvare le missioni guaranì, dall’altra la paura che un gesto simile avrebbe provocato le ire del marchese di Pombal nei confronti della Chiesa in generale e del suo Ordine in particolare. Ma, come si è visto, il suo cedimento non valse a nulla, perché l’Ordine fu ugualmente travolto e gli indigeni finirono come, nelle corti, si era deciso ( C.Lugon, La rèpublique des Guaranis, Foi Vivante, Paris, 1949; Guido Sommavilla, La compagnia di Gesù, Rizzoli, Milano 1985).

di Francesco Agnoli

[Fonte: Libertà e Persona, 3 gen 2007]

 

Leggi anche:

I falsi miti intorno alle civiltà precolombiane

Poveri Indios ‘salvati’ dai filosofi (R. Cammilleri, Il Giornale 8 maggio 2000)

L’incontro tra il cristianesimo e gli indios guarnì (Zenit.org)