I falsi miti intorno alle civiltà precolombiane

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La leggenda nera sugli Spagnoli in America

di Vittorio Messori

Le denunce di Bartolomé de Las Casas (frate domenicano che si rese paladino degli indios, ndr) sono state prese radicalmente sul serio dalla Corona spagnola e l’hanno spinta a promulgare leggi severe a difesa degli indios e poi addirittura ad abolire l’encomienda, la concessione temporanea delle terre ai privati, con grave danno dei coloni.
Sentiamo Jean Dumont: «Il fenomeno Las Casas è esemplare in quanto porta una conferma del carattere fondamentale e sistematico della politica spagnola di protezione degli indiani.
Il governo iberico, sin dal reggente Jiménez de Cisneros, nel 1516, non si mostra affatto offeso per le denunce — pur talvolta ingiuste e quasi sempre forsennate — del domenicano. Non solo il padre Bartolomé non è fatto oggetto di alcuna censura, ma i monarchi e i loro ministri, con una straordinaria pazienza, lo ricevono, lo ascoltano, riuniscono delle giunte per studiare le sue critiche e le sue proposte e anche per varare, sulle sue indicazioni e raccomandazioni, l’importante provvedimento delle “Leggi Nuove”. Ancor più: sono gli avversari di Las Casas e delle sue idee che la Corona riduce al silenzio».
L’imperatore, Carlo V, per dare maggiore autorità a questo protetto che pure diffama i suoi sudditi e funzionari, lo fa fare vescovo. È anche in base alle denunce del domenicano e di altri religiosi che, all’università di Salamanca, si crea una scuola di giuristi che elaboreranno il diritto internazionale moderno, sulla base fondamentale dell’ “eguaglianza naturale di tutti i popoli” e dell’aiuto reciproco tra le genti.
Un aiuto del quale gli indios avevano particolarmente bisogno: come ricordavamo (ma come spesso non si ricorda) i popoli dell’America Centrale erano caduti sotto l’orribile dominio degli invasori aztechi, una delle genti più feroci della storia, con una fosca religione basata sui sacrifici umani di massa. Nelle solennità, che duravano ancora quando giunsero i Conquistadores a sbaragliarli, sulle grandi piramidi che servivano da altare si giunse a sacrificare agli dei aztechi sino a 80.000 giovani per volta. Le guerre erano determinate dalla necessità di procurarsi sempre nuove vittime.
Si accusano gli spagnoli di avere provocato un tracollo demografico che abbiamo visto essere dovuto in gran parte allo “choc virale”. In realtà, senza il loro arrivo, la popolazione si sarebbe ridotta ancor più ai minimi termini, vista l’ecatombe che i dominatori facevano della gioventù delle popolazioni soggiogate. L’intransigenza, talvolta il furore dei primi cattolici sbarcati, sono ben spiegabili davanti a questa oscura idolatria nei cui templi scorreva sempre sangue umano.
Di recente, l’attrice americana Jane Fonda che tenta, dai tempi del Vietnam, di presentarsi come “politicamente impegnata” schierandosi a difesa di cause sbagliate, ha voluto adeguarsi al conformismo denigratorio che ha travolto anche non pochi cattolici. Se questi ultimi lamentano (incredibilmente, per chi un poco conosca che cosa fossero i “culti” aztechi) quella che chiamano «la distruzione delle grandi religioni precolombiane », la Fonda si è spinta ancora più in là, affermando che quegli oppressori «avevano una migliore religione e un migliore sistema sociale di quello imposto con la violenza dai cristiani». Le ha replicato, su uno dei maggiori quotidiani, uno studioso anch’egli americano, ricordando all’attrice (e magari ai cattolici che piangono il “crimine culturale” della distruzione del sistema religioso azteco) quale fosse il rituale delle continue mattanze sulle piramidi messicane.
Eccolo: «Quattro preti afferravano la vittima scaraventandola sulla pietra sacrificale. Quindi, il Gran Sacerdote piantava il coltello sotto il capezzolo sinistro facendosi largo attraverso la cassa toracica, finché, rovistando a mani nude, non riusciva a strappare il cuore ancora pulsante e a metterlo in una coppa per offrirlo agli Dopodiché, i corpi venivano fatti precipitare dalle scale della piramide. Ad attenderli, al fondo, c’erano altri preti che incidevano ogni corpo sulla schiena, dalla nuca ai talloni, e ne strappavano la pelle in un unico pezzo. Il corpo scuoiato era preso da un guerriero che Io portava a casa e lo faceva a pezzi. I quali erano offerti agli amici, oppure questi erano invitati a casa per festeggiare con le carni della vittima. Le pelli, invece, conciate, servivano di abbigliamento alla casta sacerdotale».
Mentre così erano sacrificati ì giovani e le giovani (a decine di migliaia ogni anno: il principio era che i cuori umani dovevano essere offerti senza interruzione alle divinità), i bambini erano precipitati nella voragine di Pantílàn, le donne non vergini erano decapitate, gli uomini adulti scorticati vivi e finiti poi con le frecce. E così via, con altre piacevolezze che verrebbe voglia di augurare a Jane Fonda (e a certi frati e clericali vari, oggi così virulenti contro i “fanatici” spagnoli) perché, provatele, ci dicano poi se davvero “il cristianesimo è peggio”.

Solo un po’ meno sanguinari erano gli incas, gli altri invasori che avevano ridotto in schiavitù gli indigeni più a Sud, lungo le Ande. Come ricorda uno storico: «I sacrifici umani erano pratica-ti dagli íncas per allontanare un pericolo, una carestia, un’epidemia. Le vittime erano di solito dei bambini, a volte degli uomini e delle vergini. Le vittime erano strangolate o sgozzate, a volte si strappava loro il cuore alla maniera azteca» . Tra l’altro, il regime imposto dai dominatori incas agli indios era un chiaro precursore del “socialismo reale” alla marxista. E, naturalmente, come ogni sistema di questo tipo, non funzionava, tanto che gli oppressi diedero una mano entusiasta per liberarsene ai pochi spagnoli giunti provvidenzialmente.
Come nell’Europa Orientale del XX secolo, sulle Ande del XVI era vietata la proprietà privata; denaro e commercio non esistevano; l’iniziativa dei singoli era vietata; la vita privata era sottoposta a un duro regolamento di stato. E, tanto per dare un ulteriore tocco ideologico “moderno”, precedendo in questo caso non solo il marxismo ma anche il nazismo, il matrimonio era permesso solo seguendo le leggi eugenetiche di stato, per evitare “contaminazioni razziali” e assicurare un razionale “allevamento umano”.
A questo terribile scenario sociale, si aggiunga che nessuno, nell’America precolombiana, conosceva l’uso della ruota (se non per impieghi religiosi), né il ferro, né sapeva impiegare il cavallo. Il quale pare non fosse assente all’arrivo degli spagnoli, forse viveva in alcune zone allo stato brado, ma gli indigeni non conoscevano il modo di domarlo né avevano inventato i finimenti. Niente cavallo significava assenza anche di muli e di asini, così che — aggiungendovi la mancanza delle ruote — tutti i trasporti, in quelle zone montagnose, anche per la costruzione degli enormi palazzi e templi dei dominatori, erano fatti a spalle da torme di schiavi.
E su queste basi che i giuristi spagnoli, nel quadro della “eguaglianza naturale di tutti i popoli”, riconoscevano agli europei il diritto oltre che il dovere di aiutare genti che ne avessero bisogno. E non si può dire che non avessero bisogno d’aiuto gli indigeni precolombiani. Non si dimentichi che, per la prima volta nella storia, degli europei si confrontavano con culture tanto diverse e lontane. A differenza di quanto faranno gli anglosassoni, che si limiteranno a sterminare quegli “alieni” che trovavano nel Nuovo Mondo, gli iberici raccolsero la sfida culturale e religiosa con una serietà che è una delle loro glorie.

tratto daPensare la storia”, ed. Sugarco, Milano 2006.

[Fonte: Europa Oggi]

 

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L’incontro tra il cristianesimo e gli indios guarnì (Zenit.org)