“Ragione e sentimento, ragione e affezione: questo è il cuore dell’uomo”

Gius

Noi prendiamo il sentimento invece che il cuore come motore ultimo, come ragione ultima del nostro agire. Cosa vuol dire?

La nostra responsabilità è resa vana proprio dal cedere all’uso del sentimento come prevalente sul cuore, riducendo così il concetto di cuore a quello di sentimento. Invece, il cuore rappresenta e agisce come il fattore fondamentale dell’umana personalità; il sentimento no, perché preso da solo il sentimento agisce come reattività, in fondo è animalesco.
«Non ho ancora compreso – dice Pavese – quale sia il tragico dell’esistenza […]. Eppure è chiaro: bisogna vincere l’abbandono voluttuoso e smettere di considerare gli stati d’animo quali scopo a se stessi». Lo stato d’animo ha ben altro scopo per essere dignitoso: ha lo scopo di una condizione messa da Dio, dal Creatore, attraverso la quale si è purificati. Mentre il cuore indica l’unità di sentimento e ragione. Esso implica una concezione di ragione non bloccata, una ragione secondo tutta l’ampiezza della sua possibilità: la ragione non può agire senza quella che si chiama affezione. E il cuore — come ragione e affettività — la condizione dell’attuarsi sano della ragione. La condizione perché la ragione sia ragione è che l’affettività la investa e così muova tutto l’uomo.

Ragione e sentimento, ragione e affezione: questo è il cuore dell’uomo.

[don Luigi Giussani, L’uomo e il suo destino. In cammino – Marietti 1820 1999]

Fonte: Anna Vercos