Animalizzare l’Uomo: “gli anziani si sbrighino a morire”

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di Enzo Pennetta

J.B.S. Haldane nel 1924 pubblicò “Dedalo o la scienza e il futuro” un saggio sul futuro dell’Uomo. Haldane fu anche uno dei padri del neodarwinismo. Oggi la sua visione sta diventando realtà.

Nel saggio Daedalus; or, Science and the Future, pubblicato nel 1923 il biologo John Burdon Sanderson Haldane, appartenente alla Società Eugenetica e uno dei padri del neodarwismo (Sintesi Moderna), proponeva una società nella quale la visione antropologica sarebbe stata dettata da quella scaturita dalle teorie biologiche sull’origine dell’uomo, teorie rivelatrici di una essenza in ultima analisi animale dell’essere umano.

Da quel saggio prese spunto il romanzo utopistico Brave New World che fu pubblicato nel 1932 dallo scrittore Aldous Huxley, fratello di un altro dei padri del neodarwinismo e primo presidente dell’Unesco, Julian Huxley.

Tra i punti principali di questo programma avevano un particolare risalto le politiche eutanasiche per gli anziani. L’essere umano considerato come un animale tra gli animali non aveva alcuno status particolare che lo ponesse al di là di pure considerazioni utilitaristiche ed economiche, quindi nel momento in cui avesse iniziato ad invecchiare divenendo un carico economico per la società, sarebbe stato avviato verso dei centri per la pratica dell’eutanasia.

Ma quella che doveva sembrare solo un’utopia in un tempo breve, se misurato in termini storici, sta prendendo forma sotto i nostri occhi, è solo del 22 gennaio la notizia che il Ministro delle finanze del Giappone, Taro Aso, ha auspicato che gli anziani “si sbrighino a morire“. La notizia è stata riportata dal Guardian in un articolo intitolato “Lasciate che gli anziani “si sbrighino a morire”, dice il ministro giapponese“:

Taro Aso, il ministro delle Finanze, ha detto lunedì che agli anziani dovrebbe essere consentito di “sbrigarsi a morire” per alleviare la pressione sullo stato per pagare le loro cure mediche. “Il cielo non voglia che si sia costretti a vivere quando si desidera morire. Mi sveglierei con una sensazione sempre peggiore sapendo che [il trattamento] viene interamente pagato dal governo”, ha detto nel corso di una riunione del Consiglio nazionale per le riforme sulla sicurezza sociale. “Il problema non sarà risolto a meno che non li si lasci affrettarsi a morire.”

La vita umana, una volta che si sia negato il “salto ontologico”, viene ad essere regolata dalle stesse leggi che valgono per gli animali da allevamento: le leggi dell’economia.

E’ dunque assolutamente coerente con questa visione che sia il Ministro delle Finanze e non quello della Salute ad occuparsi dell’eutanasia.

E a conferma di ciò, anche per l’aborto le motivazioni di tipo economico vengono ad assumere un peso sempre crescente. E infatti le stesse motivazioni economiche associate all’animalizzazione dell’Uomo sono quelle che poi portano a quell’aberrazione del pensiero che è costituita dall’ipotesi dell’ “aborto post nascita“, riportato recentemente all’attenzione in un convegno all’Università di Torino, come riferito dall’Avvenire del 12 gennaio scorso nell’articolo “Aborto post-nascita, si riapre la polemica”:

Per chi avesse ancora il dubbio – assai lecito e comprensibile – di non aver capito bene la tesi di Alberto Giubilini e Francesca Minerva, ieri all’università di Torino i due giovani studiosi italiani docenti in Australia la ribadivano a chiare lettere: «Se pensiamo che l’aborto è moralmente permesso perché i feti non hanno ancora le caratteristiche che conferiscono il diritto alla vita, visto che anche i neonati mancano delle stesse caratteristiche, dovrebbe essere permesso anche l’aborto post-nascita».

Ovvero: al pari del feto, anche il bambino già nato non ha lo status di persona, pertanto l’uccisione di un neonato dovrebbe essere lecita in tutti i casi in cui è permesso l’aborto, anche quando il neonato non ha alcuna disabilità ma ad esempio costituisce un problema economico o di altra natura per la famiglia.

L’utopia antiumana di J.B.S. Haldane è dunque oggi molto più di una proposta, le idee deliranti di un gruppo di scienziati della prima metà del ’900 sta diventando consenso sociale, e la visione darwiniana dell’Uomo come essere che differisce in grado, e non in sostanza, dagli animali è indispensabile per ottenere tale consenso.

Ed ecco perché oggi più che mai è necessario che si faccia luce su cosa la scienza veramente afferma, e su cosa non può affermare, sull’Uomo.

[Fonte: Critica scientifica, 29 gennaio 2013]

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Ota Benga, il pigmeo che la visione del mondo positivista paragonò ad un animale da mettere nello zoo di New York.

2 commenti su “Animalizzare l’Uomo: “gli anziani si sbrighino a morire”

  1. Carlo Delnevo ha detto:

    Conosco questa storia perché quel libro l’ho comprato su Amazon qualche anno fa. Bisognerebbe ricordare la vicenda di Ota Benga, il pigmeo portato allo zoo di un’esposizione universale come anello mancante vivente fra scimmia e uomo, tutte le volte che si partecipa ad una conferenza pubblica, magari nel Darwin day, quando un Telmo Pievani o un oddifreddi qualunque innalzano peana alle meraviglie dell’evoluzionismo e dicono ogni male possibile sull'”oscurantismo” religioso.

  2. unacasasullaroccia ha detto:

    Sì, è allucinante la vicenda raccontata da questo articolo, come la storia di Ota Benga. Sarebbero da far conoscere il più possibile, perchè si capisca dove porta quella visione neodarwinista e materialista sull’uomo che lo riduce ad “animale evoluto” e dimentica la sua natura ontologica “a immagine di Dio” e la sua speciale dignità nell’universo, dono del Creatore. Dignità e natura che rendono la vita umana intangibile e meritevole di rispetto sempre, anche – e soprattutto! – quando è in fase terminale o soggetta a malattia o handicap, cioè in momenti di maggiore fragilità.
    Siamo proprio ridotti male.. 😦

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