La prova psicologica della personalità dell’embrione

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Il Re è nudo! gridava l’innocente nella favola. Ma nessuno dei presenti osava affermare l’evidenza. Embrione, morula, addirittura ootide, grumo – queste sono le alte espressioni tecniche nella definizione di un “qualcosa” che a molti non sembra affatto un figlio d’uomo.

Troppo angusto è lo spazio di una capocchia di spillo per coloro che, interessati o meno, non vogliono riconoscere nell’origine ciò che è perfino banale. Essi riesumano allora la metafisica aristotelica della potenza e dell’atto, si arrabattano attorno ad inconsistenti teorie del pre-embrione o dell’ovocita fecondato, narcotizzano l’uomo della strada con rassicuranti “non sente dolore, non può, è privo di cervello!”. Tutto, pur di negare l’umano e compiacere un potere, da sempre tra i più mostruosi.

“Da dove comincia l’io? Dove sta la cesura tra l’essere e il non essere? Insomma io quando sono comparso dal nulla?” è ciò che si chiede (e ci chiede) Carlo Casini, fondatore e presidente del Movimento Italiano per la vita, nell’illuminante e raccomandabile “Le cinque prove dell’esistenza dell’uomo” (Ed. San Paolo 2013).

Casini individua nella continuità dell’Io, nell’esperienza di un’identità permanente, la prova psicologica dell’essere umano fin dal suo concepimento. Innanzitutto, non è la memoria che determina la costanza dell’Io: “riconosco me stesso –spiega l’autore – anche quando (…) mi vedo anestetizzato prima di un intervento chirurgico, o in coma, o in preda a un sonno profondo, o nella primissima infanzia, nei periodi, cioè, di cui – a livello cosciente – non ricordo assolutamente nulla.” L’“incominciamento” è perciò molto prima dei barlumi di memoria o della forma distinta di un corpo.

Se voglio cercare l’inizio del mio io, di quello che sono oggi e che ero ieri, passando da varie fasi tutte legate da un filo unico che mi fa dire “io”, se non sono vento, mare e sabbia, se non sono un oggetto, ma un soggetto, cioè un’entità che può dire “io”, allora debbo soffermarmi stupito sul concepimento”, sul bagliore iniziale di un incontro. Tuttavia, continua Casini, “lo spermatozoo non è me, l’ovocita non è me. Io non sono né spermatozoo, né ovocita (…), perché io sono ‘io’ e non posso annegarmi nelle cose, né in altri viventi e neppure in altri esseri umani, siano pure a me vicinissimi come mio padre e mia madre.” Il “mio comparire dal nulla” è lo stesso incondizionato attimo “in cui il mio corpo ha cominciato ad organizzarsi e costruirsi. Il concepimento, appunto: l’incontro dello spermatozoo di mio padre e l’ovocita di mia madre”.

A questa attualissima cellula primigenia appartiene, poi, una forza di sviluppo che le è propria e non ne esiste altra; difatti, sia “in vitro” sia nel corpo della madre, è precisamente l’Io embrionale che determina il proprio futuro sviluppo, il quale “ha un solo destino, quello di diventare feto, neonato, bambino, giovane, adulto, etc. Se tale risultato non viene raggiunto è a causa di una patologia o di un intervento esterno che ne impediscono o ne bloccano lo sviluppo.” E’ dunque grave e sproporzionata, scrive Casini, l’espressione “l’embrione è soltanto un progetto di vita o un essere umano in potenza” ma serve, spesso e molto bene, alla macabra propaganda del “convincere la gente che l’embrione non sarebbe un essere umano ma soltanto un uomo in potenza.

E allora come mai la stessa “gente” non si chiede cosa comporta, ad esempio, la distruzione di un progetto di un ponte e cosa, invece, l’eliminazione di quella prima cellula d’identità? Certamente e con l’autore, più d’uno risponderebbe: “Se qualcuno avesse eliminato quella mia prima cellula, io non ci sarei. Io non sarei qui a scrivere. Semplicemente mi avrebbero ucciso. (…) A differenza del progetto di un grattacielo o di un ponte io non sono sostituibile”. Altri approfondimenti qui e qui.
 
[Fonte: UCCR, 12.04.13]

 

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