“Non faccio male a nessuno”

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“Cosa c’è di sbagliato se non faccio male a nessuno?”, quante volte ci sentiamo rispondere così da un amico o conoscente per giustificare il proprio comportamento discutibile e, al contempo, contestare la morale cattolica giudicata “troppo severa”?

Eppure siamo sicuri che quando compiamo un atto di per sé moralmente sbagliato, anche se apparentemente innocuo, non abbia ricadute sulle persone che abbiamo accanto?

Tipico esempio è quello dei peccati in materia sessuale, dall’adulterio alla pornografia (quest’ultima diventata oggi una vera e propria piaga sociale, fin troppo sottovalutata). Oppure si pensi a quei tanti giovani e meno giovani che sprecano la loro vita drogandosi, o a chi crede di risolvere il problema della malattia e della disabilità con l’eutanasia. Ma di esempi ne potremmo fare tanti.

Riporto a tale proposito un intelligente e lucido commento letto proprio oggi su Facebook, lo condivido pienamente:

“Una frase che purtroppo riassume il modo di pensare di molti è questa: ‘La salvezza non si misura sull’ortodossia dottrinale ma su quanto avremo amato’.
Ma l’errore che commette chi parla in questo modo non è certo sull’amore, è certo infatti che Dio desidera che noi amiamo il prossimo come lo ama Lui. Ma escludere la sana dottrina è il vero errore perché in essa sono contenute tutte le verità sull’amore.
Se una persona si riempie la bocca della parola amore e poi vive una situazione di adulterio lasciando e tradendo il coniuge al quale ha promesso fedeltà eterna e che deve essere il primo soggetto di amore che senso ha? Oppure se in contrasto con la dottrina abortisce o consiglia ai suoi parenti di eliminare un figlio scomodo, può parlare di amore? Inutile usare questa parola se poi le regole per amare pretendiamo di farle da soli. Amare è fare la volontà di Dio anche quando costa, e non seguire falsi profeti che per accrescere la loro notorietà ci propongono strade a buon mercato”.

E’ proprio così. In effetti, ogni nostra azione, anche quando a prima vista sembra coinvolgere solo noi, in verità si riflette anche sugli altri, sia nel bene che nel male.

Checché se ne dica oggi (in questa “società liquida”), non siamo isole, non siamo una massa di individui isolati e slegati gli uni dagli altri; chi lo crede e lo teorizza è in errore perché si illude che l’uomo possa realizzare se stesso e raggiungere il suo bene senza entrare in relazione col suo prossimo, senza interessarsi di lui e senza permettere che egli si interessi di lui. Invece, del bene personale di ciascuno siamo responsabili tutti. Ciascuno di noi è affidato non solo a se stesso ma anche a coloro che lo circondano, e questo vale non solo per lo stadio infantile della vita ma per tutte quelle situazioni di occasionale debolezza che ognuno di noi può attraversare. Ritenere gli uomini isole di egoistici interessi equivale a negare la nostra vera natura: l’uomo è sempre in relazione con l’altro. Sin dalla creazione dell’uomo, Dio ha voluto che fosse così (vedi i primi capitoli della Genesi). La stessa Trinità è relazione fra le tre Persone divine. Il messaggio di amore che Gesù ci ha lasciato è un messaggio che presuppone l'”essere in relazione” dell’umanità.

Ecco perché, dunque, tornando al “non faccio male a nessuno”, l’azione moralmente riprovevole non è mai indolore, nè priva di conseguenze. In primo luogo perché dà scandalo (parola oggi fuori moda, ma il Vangelo è chiaro sulla enorme gravità del “dare scandalo”), secondariamente perché propaga il vizio, inducendo altri al male o assecondandoli nell’errore. Giovanni Paolo II nella “Reconciliatio et Paenintentia”, parla a questo proposito di “peccato sociale”: “Non c’è alcun peccato, anche il più intimo e segreto, il più strettamente individuale, che riguardi esclusivamente colui che lo commette. Ogni peccato si ripercuote, con maggiore o minore veemenza, con maggiore o minore danno, su tutta la compagine ecclesiale e sull’intera famiglia umana” (Giovanni Paolo II, Reconciliatio et Paenintentia, 17).

In terzo luogo, perché compiendola nuociamo a noi stessi, e l’esperienza insegna che quando iniziamo ad agire contro noi stessi finiamo a poco a poco per smarrire la retta via, la ragione, il vero bene e persino il buon senso a volte. Perché in fondo il peccato è un oscuramento della realtà, e l’ostinarsi pervicacemente in esso porta alla fine alla cecità morale, fa perdere la percezione del male. E questo – in ultima analisi – non può non avere ripercussioni anche sugli altri.

E’ la legge del ‘piano inclinato’. Su un piano inclinato la pallina scivola all’inizio pian piano, poi rotola giù sempre più veloce senza potersi più fermare. “Quando si imbocca il ‘pendio scivoloso’ del male non si può che percorrerlo tutto per intero, perché fermarsi diventa impossibile. Ci si affaccia sulla china e, fatto il primo passo, si galoppa sempre più veloci in discesa, trascinati dall’inerzia verso a valle, fino alla fine” [1]. In altre parole, una volta giustificate certe possibilità, le conseguenze sono ineluttabili, e spesso irreparabili.

Lo vediamo anche nella società: dall’aborto in casi particolari si è arrivati a quello generalizzato e per motivi futili, dal suicidio assistito all’eutanasia, dagli embrioni creati in laboratorio alla realizzazione di quelli misti umano-animali, dall’utero in affitto fino all’infanticidio, non sembra più esserci limite alle possibilità di manipolazione dell’umano. E quello che sembrava sconvolgente fino a qualche tempo fa quasi non disturba più.

Oggi i media e la cultura dominante vogliono convincerci che il peccato non esiste più. I comandamenti si sono ridotti a due o tre. Tutti gli altri sono stati praticamente cancellati dal senso comune.

Ma non è così, il peccato purtroppo riguarda tutti noi, tutta la nostra vita, la nostra quotidianità, è il primo nemico da combattere ogni giorno. Quando scegliamo consapevolmente di seguire una strada che sappiamo essere quella sbagliata (perché all’inizio qualcuno – o meglio Qualcuno – che ci mette in guardia c’è, anche se noi fingiamo di non sentire) il rischio di andare incontro al disordine, al buio, è molto forte.

L’ho potuto sperimentare sulla mia pelle. Le volte in cui ho intrapreso testardamente e risolutamente vie non conformi alla volontà di Dio, le tappe successive erano come tracciate: l’errore portava altro errore.
Ricordo bene come mi sentivo durante quel breve (ma lungo) periodo della mia vita in cui avevo deciso di fare mia la logica del mondo, “fai quel che vuoi, non fai male a nessuno”; questo mantra ripetuto all’infinito per anni da amici e conoscenti era penetrato nella mia mente, nel mio pensiero, e avevo finito per applicarlo anche nella vita concreta.

A seguito di una serie di vicissitudini (evidentemente non casuali) che mi hanno aperto gli occhi, ho potuto poi constatare che, continuando così, mi condannavo all’infelicità. Ho iniziato a percepire che quella non era felicità, non era libertà, era – al contrario – schiavitù, era lasciarsi vivere, il vivere la vita degli altri, quella di chi continuava a ripetermi che “l’unica regola è il non avere regole” (slogan sessantottino che tutti – anche chi non appartiene a quella generazione – ci portiamo dentro come il Dna, purtroppo). Grazie al Cielo non ero arrivata a commettere grossi guai, ma avevo progressivamente rimosso la linea di confine (prima per me molto chiara) tra bene e male.
L’esito di questo mio atteggiamento, però, non era altro che una grande tristezza, l’aridità nel cuore, la depressione, il vuoto incolmabile.

Ho cominciato così a risalire faticosamente la china, piano piano (non senza ricadute), invocando il perdono di Dio, la Sua grazia, il Suo Amore (che nel frattempo avevo avuto il dono e l’immensa gioia di riscoprire e sperimentare). Ho iniziato a sentire il bisogno di farmi guidare dalla Sua volontà, dai Suoi comandamenti.

Comandamenti che – poi ho capito – sono “promesse”, non divieti; sono un cammino verso la gioia piena, non regole o sterili convenzioni che opprimono; sono un tesoro prezioso che ci è stato donato per “liberarci” e per custodirci felici, non per tarparci le ali.

Non posso tacere, dunque oggi, la mia profonda e rinnovata convinzione che la vera felicità, a cui tutti tendiamo, possa risiedere solo nella partecipazione viva del divino nella nostra vita. Viceversa abbiamo l’illusione della felicità, conseguiamo felicità effimere, parziali, costruite con la sola forza umana e quindi destinate inevitabilmente a sgretolarsi. Quando la felicità trova la sorgente in Dio, non può venir meno: è beatitudine, pace, stupore, letizia, speranza, gratitudine senza fine (benché ciò non esima da difficoltà e tribolazioni su questa terra).

Gilbert K. Chesterton diceva che “come ogni essere umano, anche il credente è immerso nelle fatiche e nei dolori quotidiani, ma trova nella fede una lente che gli permette di vedere le stesse cose di sempre sotto una luce nuova. La fede non cambia il paesaggio, ma modifica lo sguardo dell’uomo”. Ecco, il cammino di conversione porta proprio a questo.

Ora – ovviamente – non è che non pecchi più, tutt’altro; sono però consapevole che rivolgendomi a Colui che guarisce le colpe, e confidando nella Sua misericordia, posso ogni volta risollevarmi e, forte della Sua grazia, combattere con più forza quel peccato che – ahimè – è sempre dietro l’angolo, pronto a farmi nuovamente cadere. Consapevole in ogni caso che il concetto “se non faccio male a nessuno” è un inganno (non per niente il primo ingannatore è il demonio).

Una persona che concepisce se stessa in ordine alla soddisfazione del proprio interesse o della propria utilità, e che si rapporta nel medesimo modo con gli altri, non è più realmente capace di amare. Con il suo egoismo e la sua immaturità diventa causa di enormi ferite a sé e agli altri. Smarrisce il vero senso dell’esistenza, perché vivere è amare, e amare è donarsi. Donarsi vuol dire anche sacrificarsi, essere disposti a mettersi in gioco per l’altro, a perdonare, a cambiare strada se necessario. Ma per fare ciò occorre affidarsi a Chi per primo ci ha insegnato ad amare, a Colui che sulla croce ha dato se stesso per salvarci. Solo Cristo può trasformare il nostro amore e renderlo fecondo (“Senza di me non potete far nulla” Gv. 15,8; “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore… Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” Gv 15,9.11).

Questo è l’unico modo realmente “umano” (perché rispondente all’intimo del cuore di ogni uomo) di percorrere il viaggio della vita.

 

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[1] Assuntina Morresi, “Quel «piano inclinato» che ci abitua al peggio” (Avvenire, 29 Marzo 2012)