Gilbert Keith Chesterton

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Londra, Inghilterra, 29 maggio 1874 – Beaconsfield, Inghilterra, 14 giugno 1936
 
L’infanzia
Gilbert Keith Chesterton nacque a Kensington, un quartiere di Londra, il 29 maggio 1874.
Il padre, Edward, si era ritirato per motivi di salute dalla ditta di famiglia, un’agenzia immobiliare, e poté così dedicarsi pienamente ai propri tre figli (la maggiore, Beatrice, morì a soli otto anni). L’infanzia di Chesterton fu particolarmente serena anche grazie a questa presenza paterna. Dotato di un pacato senso dell’umorismo, dilettante felice, il padre coltivava innumerevoli passatempi:
“La sua versatilità, in tutte queste cose era sorprendente. La sua spelonca, o studio, era tutta tappezzata con alte stratificazioni di dieci o dodici giochi d’invenzione: pittura ad acquerello, e modellatura, e fotografia, e vetri dipinti, ed intaglio, e lanterne magiche e miniatura medioevale.” (GKC, Autobiografia, pag. 43)
Fra le meraviglie dello studio paterno fu il teatrino giocattolo quella che più entusiasmò il giovane Gilbert.
“Nella mia famiglia non si trattava di un passatempo, ma di cento passatempi, ammucchiati uno sull’altro. Per un accidente personale o forse per un gusto personale, il passatempo del teatrino è quello che si è attaccato alla mia memoria per tutta la vita.” (GKC, Autobiografia, pag. 46). L’immagine del principe con la chiave, personaggio del teatrino paterno, è posta all’inizio dell’autobiografia di Chesterton come primo ricordo infantile e ritorna alla fine della stessa, come immagine del successore di Pietro, a segnare il definitivo approdo al cattolicesimo. La fine si ricollega così idealmente all’inizio. Per Chesterton infatti la sua compiuta filosofia non fu che l’esplicitarsi di una posizione originale, un chiarificarsi sotto l’urto degli avvenimenti e un venire alla luce di quanto già c’era; per questo chiamerà la sua filosofia “la filosofia del giardino delle fate”, affermando di averla imparata fin da fanciullo sulle ginocchia della nutrice.
Dalla madre Marie Louise Grosjean, di ascendenza in parte elvetica e in parte scozzese (dal cognome di questo ramo materno scozzese Chesterton prese il suo secondo nome, Keith) egli ereditò piuttosto l’intelligenza che il carattere, che era in lei deciso e quasi autoritario. Entrambi liberali, i genitori di Chesterton propendevano dal punto di vista religioso per un vago Unitarianesimo. I figli furono battezzati nella Chiesa Anglicana. Chesterton ebbe a dire nella sua autobiografia
“Lo sfondo generale di tutta la mia giovinezza era agnostico. I miei genitori erano quasi un’eccezione, perché, in mezzo a persone tanto intelligenti, credevano in un Dio personale e nell’immortalità personale. […] Non propriamente la nostra generazione, ma molto di più la generazione precedente, era stata agnostica alla maniera di Huxley. […] Il socialismo secondo lo stile di Bernard Shaw e dei Fabiani era una cosa che sorgeva. Ma l’agnosticismo era una cosa stabilita […] V’era una uniformità di miscredenza, simile alla richiesta elisabettiana per l’uniformità di fede: non fra le persone eccentriche, ma semplicemente fra le persone istruite.” (GKC, Autobiografia, pagg. 145-146)
E concludeva “Lo sfondo di tutto quel mondo, non era mero ateismo, ma ortodossia atea, e persino rispettabilità atea.” (GKC, Autobiografia, pag. 147)
Facevano eccezione a questo clima, come abbiamo visto, i suoi genitori: scettici nei confronti del sovrannaturale aderirono al culto unitariano, i cui capisaldi erano la credenza nella paternità di Dio, la fratellanza degli uomini, la non eternità del male e la salvezza finale delle anime. Cecil Chesterton descriverà la loro fede come una “vaga ma nobile teo-filantropia”. Questo dato biografico è interessante in quanto sottolinea l’originalità del percorso filosofico del nostro autore, il suo pervenire alla religione per una via eminentemente logica, tanto più che ben poco della tradizione religiosa era a lui pervenuto attraverso l’educazione ricevuta.
Il membro della famiglia che più influenzò Chesterton fu, alquanto sorprendentemente l’appena citato Cecil, suo fratello, più giovane di cinque anni. Si raccontava in famiglia che Chesterton, il quale fin da piccolo amava recitare versi, all’annuncio di avere un fratello esclamò: “Ottimamente. Ora avrò sempre un pubblico ad ascoltarmi”.
Chesterton stesso, riportando l’aneddoto nella sua autobiografia, così commenta:
“Se ho parlato veramente così, mi sono sbagliato. Mio fratello non era punto disposto ad essere un semplice ascoltatore, e molte volte forzò me a fare la parte del pubblico. Più spesso ancora, forse, si diede il caso che ci fossero simultaneamente due oratori, senza pubblico. Discutemmo durante tutta la nostra adolescenza e giovinezza, fino a diventare la disperazione di tutti coloro con cui, socialmente, avevamo contatto. Gridavamo l’uno contro l’altro, attraverso la tavola, intorno a Parnell o al puritanesimo o alla testa di Carlo I, finché coloro che ci erano più vicini e più cari, scappavano al nostro avvicinarsi, e intorno a noi si faceva il deserto. […] Sono piuttosto contento di avere discusso esaurientemente le nostre opinioni, su quasi tutti i problemi del mondo. Sono felice di pensare che, in tutti quegli anni, non abbiamo mai smesso di discutere, e mai, neppure una volta, abbiamo litigato.” (GKC, Autobiografia, pagg. 198-199)
Fu alla scuola di questo ininterrotto contraddittorio che Chesterton mise alla prova il rigore del suo pensiero, la solidità delle sue convinzioni, la forza dei suoi argomenti.
“Ad ogni modo la nostra discussione non veniva interrotta se non quando cominciava a raggiungere debitamente la sua conclusione, che è la convinzione. […]Penso sia stato un bene, per noi, mettere alla prova ogni anello della logica, martellandoci a vicenda.” (GKC, Autobiografia, pag. 199). Cecil, dotato di temperamento più impetuoso e di una indomabile esigenza di chiarezza intellettuale, agì sul fratello Gilbert, sottolinea Yves Denis con un’ immagine assai calzante, come un catalizzatore mettendo in moto una ricerca che doveva portarlo per un percorso di maturazione personale a condividere lo stesso approdo.(Y. Denis, Paradoxe et catholicisme. Etude sur la pensée de G. K. Chesterton, Université de Toulose le mirail, 1974, pag. 16).
Anche dal punto di vista biografico, le vicende di Cecil furono fondamentali nella vita del fratello maggiore. Fu Cecil, approdato per primo al cattolicesimo, ad insinuare nella cerchia di amici di Chesterton personalità cattoliche che furono protagonisti nelle vicende della sua conversione, a partire da quel Padre O’Connor che fornì il primo spunto per il suo personaggio più intramontabile e famoso, Padre Brown. Fu il più combattivo Cecil, con il giornale da lui fondato “The Eye-Witness“ ad aprire definitivamente gli occhi del fratello sulla corruzione del potere politico, a proposito del caso Marconi soprattutto, che Chesterton considerava avvenimento più significativo della Grande Guerra stessa, meritevole più di quella di essere considerato uno spartiacque storico. Fu infine la triste realtà della sua morte durante la I guerra mondiale, sul fronte francese, a lasciare sulle spalle del fratello la direzione del giornale. Dovere che Chesterton, per l’ammirazione e l’affetto che lo legavano al fratello, non riuscì a risolversi a rifiutare e che molti, per prima sua moglie stessa giudicarono un peso troppo grande per lui. Il giornale ebbe infatti vita difficile, e rappresentò un drenaggio non solo di tempo e di energie, ma anche di denaro, correndo più volte il rischio della bancarotta. D’altra parte esso rappresentava anche per Chesterton un luogo dove esprimere in piena libertà le sue idee paradossali.
Accontentiamoci però qui di dire che il fratello Cecil fu nei primi anni di vita di Gilbert il pubblico, l’avversario e lo specchio grazie al quale egli affinò le sue capacità.
 
Gli studi e la crisi
La media borghesia inglese di fine Ottocento aveva le sue idiosincrasie, e di queste la più virulenta era l’importanza data alla corretta pronuncia e alla corretta ortografia, vere discriminanti che ai suoi occhi la distinguevano dalle classi inferiori. Di questo ebbe a profittare Chesterton:“Grazie a questa preoccupazione, mio padre conosceva a perfezione tutta la letteratura inglese, e gran parte di essa entrò nella mia memoria, molto prima di entrare nel mio intelletto”. (GKC, Autobiografia, pag.18)
Letteratura e arte furono sempre i campi in cui più viva si manifestava la sua competenza. Dare un resoconto delle sue letture è però impresa ardua. Destò sempre meraviglia, in tutti quelli che lo conobbero, la sua straordinaria velocità di lettura e la sua prodigiosa memoria riguardo a ciò che leggeva. Sembrava avesse dedicato ad un testo solo una fugace attenzione e una scorsa veloce e si rivelava poi capace di citarlo a memoria, quando non giungeva a vederci qualcosa che nessun altro sarebbe stato capace di scorgervi. Aveva infatti anche questa dote singolare, che si potrebbe chiamare intuizione, per la quale egli coglieva con straordinaria esattezza il nocciolo di una opera o di una questione. Doti tanto più sorprendenti in lui, dal momento che per quanto riguardava la vita pratica, la sua smemoratezza e distrazione sarebbero ben presto divenute proverbiali. (Chesterton non smentì mai l’aneddoto secondo il quale egli avrebbe telegrafato alla moglie: “Sono a Market Haborough. Dove avrei dovuto essere?”. La risposta della moglie fu un laconico: “A casa”). Malgrado le sue indubbie doti il suo esordio scolastico non brillò di eccessivo splendore, a causa soprattutto di quella che passava per distrazione ma era invece il suo contrario: Chesterton sembrava assente agli occhi di chi l’osservava, professori compresi, perché era tutto presente a sé stesso: era assorto nelle sue riflessioni o nell’immaginazione creatrice. Frequentò la St. Paul School da esterno, continuando a risiedere in famiglia. Fu notato dai suoi professori e soprattutto dal preside Walker solo verso la fine del suo corso di studi, grazie ai suoi contributi alla rivista dello Junior Debating Club, da lui fondato e presieduto. Si trattava di una libera aggregazioni di studenti che si riunivano a casa ora dell’uno, ora dell’altro, per discutere un argomento di carattere letterario. Chesterton vinse anche, con un componimento su S. Francesco Saverio, il premio Milton per la poesia, e finì così in gloria quel periodo che nella sua autobiografia, in un capitolo intitolato “Come essere un asino”, definisce
“Periodo durante il quale venivo istruito da qualcuno che non conoscevo, intorno a qualcosa che non desideravo conoscere”.
Diverse strade si aprivano ora al giovane Chesterton. Tra i suoi molti talenti scelse il disegno e si iscrisse alla Slade School of Art. Dopo un infanzia particolarmente serena e felice, giunse la nemesi, sotto forma di un periodo di profonda crisi morale ed intellettuale che occupò tutto il periodo speso alla scuola d’arte. Dal punto di vista morale Chesterton era dominato da un intenso impulso di immaginazioni morbose, che si sostanziavano tra l’altro in disegni, di demoni o altro, tanto cupi che due suoi amici sfogliando il suo quaderno si chiesero preoccupati se non stesse diventando pazzo. Questa crisi, durante la quale Chesterton si immischiò anche in pratiche di spiritismo, lo lasciò per sempre persuaso della esistenza oggettiva del peccato e del diavolo. Da notare anche il giudizio che Borges diede su Chesterton, secondo il quale c’era in lui una vena di Poe, un’attrazione per il grottesco ed il macabro, solo a stento tenute a bada dalla lucidità del pensiero e dalla forza della fede (J. L. Borges, Altre Inquisizioni, Feltrinelli, pag 90: “Tali esempi, che sarebbe facile moltiplicare, provano che Chesterton si impedì di essere Edgar Allan Poe o Franz Kafka, ma che qualcosa nella creta del suo io inclinava all’incubo, qualcosa di segreto, e cieco e centrale.[…] Soltanto la “ragione” alla quale Chesterton sottomise la sua immaginazione non era precisamente la ragione, ma la fede cattolica.”) Dal punto di vista intellettuale invece la crisi si manifestò come uno scetticismo cosi profondo da cadere nel solipsismo.
“Un dubbio metafisico mi faceva sentire come se tutto fosse un sogno. […] Tuttavia non ero pazzo, nel significato medico o fisico della parola, semplicemente spingevo lontano, fin dove voleva andare, lo scetticismo del mio tempo. E mi accorsi subito che voleva andare un bel po’ più in là di quanto andasse la maggior parte degli scettici. Quando gli atei sciocchi mi dicevano che non v’era nulla all’infuori della materia, io li ascoltavo con una specie di orrore calmo e superiore e con il sospetto che non ci fosse nulla all’infuori della mente. […]. L’ateo mi diceva, pomposamente, che non credeva nell’esistenza di Dio, e v’erano momenti nei quali io non credevo neppure nell’esistenza dell’ateo”. (GKC, Autobiografia, pag. 92).
Il mondo che aveva attorno non lo aiutava certo ad uscire da quel “cieco suicidio spirituale”. L’opinione pubblica e la temperie filosofica del tempo erano dominate dallo scetticismo, dal materialismo, dall’evoluzionismo, che non offrivano appigli ai suoi sforzi. Il mondo dell’arte che egli frequentava alla Slade School of Art era dominato dall’Impressionismo, e Chesterton leggeva anche l’Impressionismo come scetticismo.
“Esso illustrava lo scetticismo nel senso di soggettivismo. Era suo principio che, se tutto quel che si poteva vedere di una mucca era una linea bianca e un’ombra porporina, si doveva riprodurre soltanto la linea e l’ombra: in un certo senso, si doveva credere soltanto nella linea e nell’ombra, piuttosto che nella mucca. […] Quali che possano essere i meriti di quella maniera d’arte, è chiaro che come maniera di pensiero essa ha qualche cosa di altamente soggettivo e scettico. Si presta naturalmente all’insinuazione che le cose esistono solo come noi le percepiamo, o che le cose non esistono del tutto”. (GKC, Autobiografia, pag. 91).
Pochi spunti si offrivano al giovane Chesterton per reagire contro questa sua crisi insieme esistenziale e filosofica: il primo fu l’amicizia che, come sottolinea Maisie Ward nella sua biografia, (M. Ward, G. K. Chesterton, Londra, 1945, pag. 16 e seguenti) Chesterton concepisce in questo frangente come una unione quasi mistica, che pone fra le più eccelse realtà della vita. Un secondo fattore fu la scoperta della poesia di W. Withman e il conforto di quei pochi altri autori di moda che non erano pessimisti, come Browning e Stevenson. La lettura di Withman folgorò Gilbert a tal punto che per un certo periodo i suoi scritti furono di puro stile withmaniano e rifletterono le tesi di questi, rifiutando la credenza nella positiva esistenza del male e abbracciando il suo entusiastico ottimismo. Tuttavia questo non poteva bastargli: l’ultima citazione mette in rilievo una caratteristica precipua di Chesterton. Egli non può fare a meno di riferire ogni cosa alla filosofia, alla concezione dell’uomo che essa sottende, alla visione del mondo che presuppone. Questa incapacità di separare il piano della vita concreta da quello della riflessione filosofica fu la grande forza di Chesterton. Per lui il pensiero informa l’azione e l’azione verifica la teoria. Per questo egli lottò per uscire dallo scetticismo che l’avviluppava: perché era una dottrina realmente e oggettivamente insostenibile, nel senso letterale che la vita non poteva reggere una simile posizione senza finire nella disperazione e nel suicidio. Ciò che egli poteva trarre da Withman era però solo un sentimento della vita opposto a questo, non delle ragioni per preferire l’uno all’altro. Il suo intelletto aveva bisogno di solide ragioni che giustificassero l’ottimismo di Withman, senza le quali non avrebbe potuto farlo proprio. Questa esigenza di chiarezza intellettuale fu il terzo e decisivo fattore che lo condusse fuori della crisi. La realtà positiva della amicizia e la diversa temperie spirituale riscontrabile in Withman, Browning e Stevenson non furono quindi che l’esile appiglio esterno che diede modo di esplicitarsi ad un movimento che era eminentemente interiore. Egli usava le parole di Withman per esprimere qualcosa che sentiva urgere dentro di sé, e che si ribellava violentemente allo scetticismo nell’attimo stesso in cui Chesterton era pienamente convinto, in tutta sincerità, che ciò che lo scetticismo proclamava fosse vero. A salvare Chesterton dal baratro del solipsismo fu l’estrema serietà con cui egli considerava sé stesso dal punto di vista filosofico, serietà grande almeno quanto la scherzosità con cui trattava la propria persona sotto altri riguardi. Egli scelse di andare a fondo di questa rivolta, di ascoltare ciò che essa suggeriva, di rintracciarne l’origine e la consistenza, di seguirne i risvolti e le implicazioni, fino ad elaborare una filosofia fondata su queste basi ed aggredire con l’arma da lui forgiata lo scetticismo che l’opprimeva. L’infelicità di questo periodo lo costrinse a prendere sul serio e a indagare su cosa poggiasse il desiderio di felicità dell’uomo e a elaborare quindi una teoria che rendesse conto e difendesse la possibilità per l’uomo, per ogni uomo di essere felice. Non semplicemente felice ma ragionevolmente e quindi solidamente felice.

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Il matrimonio
Dalle esigenze di felicità del cuore umano, dalle evidenze originarie della ragione nacque il suo sistema, una filosofia personale costruita pezzo dopo pezzo, che alla fine del suo itinerario Chesterton riconobbe essere semplicemente il cattolicesimo, l’ortodossia.
“Sono io che ho scoperto con inaudito coraggio quel che era stato scoperto prima […] Come tutti i ragazzi che si rispettino, ho voluto essere in anticipo sulla mia età. Come loro, ho voluto essere qualche decina di minuti in anticipo sulla verità. La conclusione è stata, che mi sono trovato in ritardo di diciotto secoli. Ho fatto uno sforzo per esagerare giovanilmente la voce dell’annunzio delle mie verità; e sono stato punito, come meritavo, nel modo più comico: le mie verità le ho conservate; sennonché ho scoperto, non che esse non erano verità, ma semplicemente che non erano mie. […] Ho tentato di fondare di mia testa un’eresia; e quando stavo per dargli gli ultimi tocchi, ho capito che non era altro che l’ortodossia”. (GKC, Ortodossia, pagg. 17 e 18).
Abbiamo anticipato così il termine della sua vicenda; il suo percorso non sarà che una chiarificazione continua della posizione originaria fino alla trasparenza totale emblematicamente riassunta come dicevamo nella figura del principe con la chiave che apre e conclude la sua autobiografia. E’ un percorso che occuperà tutta la sua vita, ma per il tempo in cui, lasciata la scuola d’arte, Chesterton si apprestava a tuffarsi nel mondo della carta stampata egli sentiva già in sé “una nuova e focosa risoluzione di scrivere contro i decadenti ed i pessimisti che dettavano legge nella cultura di quel tempo”. (GKC, Autobiografia, pag. 95).
Quattro sono gli eventi che segnano la vita adulta di Chesterton: il matrimonio, il caso Marconi, la Grande Guerra e la conversione.
Innanzitutto lasciata la scuola d’arte nel l895 egli trovò impiego presso una casa editrice, e cominciò a frequentare alcuni circoli di discussione nei quali metteva in gioco i primi abbozzi delle sue idee, le stesse che confluivano negli articoli e romanzi che di sera scriveva. In uno di questi circoli di discussione, che si trovava a Bedford Park, nell’autunno del l896, conobbe la sua futura moglie, Francis Blogg. L’influenza di Francis fu fondamentale nell’esistenza di Chesterton. Fu infatti lei, anglo-cattolica fervente, a mettere in contatto Chesterton con una religione che non era soltanto professata, ma vissuta.
“D’altra parte aveva una specie di appetito ingordo per tutto ciò che dava frutto, come i campi ed i giardini […]. Secondo quel medesimo principio perverso, praticava di fatto una religione. Cosa assolutamente inesplicabile, sia per me, sia per tutta la rumorosa cultura in mezzo alla quale essa viveva. Moltissime persone parlavano di religioni, specialmente di religioni orientali, le analizzavano e ne discutevano, ma che si potesse considerare la religione come cosa pratica, simile alla coltivazione di un giardino, era per me cosa del tutto nuova e per i suoi vicini nuova ed incomprensibile. [… ] Per tutto quel mondo agnostico o mistico praticare una religione era cosa più difficile a capirsi che professarla”. (GKC, Autobiografia, pagg. 154-155).
Essa fu un costante punto di riferimento per tutta la sua esistenza, anche secondo un altro aspetto: egli era del tutto incapace di occuparsi di sé stesso dal punto di vista pratico, la sua mente era sempre troppo assorta dai suoi pensieri. Era perciò Francis ad occuparsi di tutto: senza di lei Chesterton era letteralmente perso. Fu essa a farsi carico di tutta l’organizzazione della vita del marito, a partire dall’aspetto esteriore, fino alla gestione della sua vita professionale: ogni accordo che non la avesse come testimone sarebbe stato inevitabilmente dimenticato dallo svagato genio che aveva sposato. Faceva tutto ciò lietamente, orgogliosamente consapevole di contribuire a che il marito potesse dedicare le sue energie unicamente al lavoro intellettuale, che gli era più congeniale, piuttosto che ai noiosi dettagli di quale treno prendere e di che vestiti indossare. Malgrado l’assenza di bambini, che entrambi desideravano ed amavano molto, il loro fu un matrimonio singolarmente felice; ancora in vecchiaia a lei Chesterton dedicava poesie e i suoi capelli sfumati di rosso torneranno, in un delicato e discretissimo omaggio, in tutti i personaggi femminili dei suoi romanzi.
Già prima del matrimonio, avvenuto nel l90l, Chesterton aveva iniziato a pubblicare alcune poesie e recensioni. Durante la guerra Anglo-Boera egli scoprì di trovarsi non solo nella minoranza di quelli che erano contrari alla guerra, ma in quella minoranza nella minoranza che era contraria alla guerra non per un generico pacifismo ma per un preciso giudizio su quella guerra in particolare. In generale egli rifiutava l’identificazione della guerra col male tout court perché avvertiva oscuramente che c’è nella lotta qualcosa di positivo. Questa sorta di esigenza di drammaticità sarà un’altra delle linee guida del suo pensiero. Tuttavia giudicava questa guerra in particolare ingiusta, in quanto si cercava di contrabbandare per patriottismo quello che non era altro che una difesa degli interessi dell’alta finanza, istituzione a suo vedere non particolarmente inglese. La minoranza pro boera del partito liberale (che nella maggioranza era favorevole alla guerra) accolse nel suo giornale i contributi di Chesterton alla causa. A partire da questa controversia la sua fama di giovane e promettente giornalista si andò ampliando finché la sua figura alta e via via più imponente diventò leggendaria in Fleet Street, la via londinese dei giornali, dove entrò a far parte, nel tempo, del folklore locale, fino ad esserne il maggior esponente.
 
Le polemiche e la conversione
Il secondo evento fondamentale della vita di Chesterton fu lo scandalo Marconi che vide coinvolto il fratello Cecil nello scontro con i due fratelli Isaacs.
Il caso Marconi occupa un intero capitolo della fondamentale biografia di Chesterton scritta da M. Ward; l’autrice stessa, data la complessità del caso, ricorse nella sua stesura all’aiuto del marito avvocato. Noi non ci addentreremo per ovvi motivi nei particolari: basterà dire che nel 1912 vi furono delle compravendite sospette di azioni della ditta Marconi, con la quale il governo britannico aveva appena stipulato un contratto, tra i due fratelli Isaacs, di cui uno era proprietario della azienda, l’altro Ministro. Il giornale di Cecil “The EyeWitness” aveva denunciato lo scandalo con toni molto duri, cadendo nell’eccesso di attacchi personali ed egli venne condannato per calunnia sebbene solo con una multa e non, come tutti temevano, con il carcere. La sua condanna nulla diceva, né poteva dire, sulla innocenza o colpevolezza dei due fratelli ebrei; lo scandalo non ebbe comunque per loro alcuna conseguenza: l’inchiesta parlamentare non trasse mai le sue conclusioni. L’evidente ingiustizia indignò Chesterton. Il caso Marconi fu fondamentale per Chesterton perché segnò la fine dell’illusione liberale, del tempo felice in cui credeva oltre che nel liberalismo anche nei liberali, e fu la riprova della verità del giudizio sulla politica inglese espresso dal suo grande amico Hilaire Belloc nel libro “Lo Stato Servile”. Lo scandalo contribuì non poco al progressivo approfondirsi del pessimismo di Chesterton nei riguardi della politica
In quegli stessi anni la fama di Chesterton gareggiava con quella di George Bernard Shaw. GBS e GKC erano le iniziali che il pubblico era abituato ormai a riconoscere quotidianamente sui giornali da cui, come da un pulpito, i due diffondevano le loro opposte visioni del mondo. Non c’era argomento sul quale essi non polemizzassero; ma è difficile dire quanto il pubblico capisse del loro dibattito. Nonostante la fama e la popolarità della controversia che oppose Shaw e Wells da un lato e Chesterton e Belloc dall’altro, nell’opinione del pubblico essi erano stranamente simili. Difatti uno strano destino li accomunava: tanto più essi ripetevano con sincera convinzione ciò in cui credevano, tanto più gli ascoltatori sembravano convinti che scherzassero; tanto più essi ribadivano le loro incrollabili convinzioni, tanto più venivano accusati di essere dei fabbricatori di paradossi, pronti a sostenere qualsiasi idea purché strana e sorprendente. Chesterton non perdeva comunque occasione per ribadire la visione del mondo che andava elaborando e precisando anche tramite questo continuo confronto polemico: sfornava libri nei più disparati campi, scriveva articoli, disegnava le illustrazioni per i libri di Belloc, teneva conferenze da un capo all’altro dell’isola, arrivando spesso in clamoroso ritardo e a volte non arrivando affatto, perché si era perduto. La sua salute però ne risentiva: il suo corpo riteneva i liquidi ed egli divenne famoso per la sua larga stazza, su cui tra l’altro era il primo a scherzare. Il peso però sovraffaticava tutto il fisico e a ciò si aggiungeva il superlavoro e lo strapazzo. In coincidenza con lo scoppio della prima guerra mondiale il suo fisico crollò. Cadde in un profondo stato di incoscienza e si temette per la sua vita. Nel delirio accennava ad un passo cui aveva già pensato ma che compì effettivamente molti anni più tardi, la conversione al cattolicesimo. Da tempo si era avvicinato sempre più alla Chiesa Cattolica. La sua ortodossia è già chiaramente visibile nella sua opera dallo stesso titolo e benché egli dica nel primo capitolo di riferirsi al cristianesimo in generale, riassunto sufficientemente nel Credo degli Apostoli, senza entrare nella polemica tra cattolici e protestanti, non sono pochi i passi i cui contenuti dottrinali sono riferibili soltanto al cattolicesimo in senso stretto (cfr. Y. Denis, Paradoxe et catholicisme. Etude sur la pensée de G. K. Chesterton, Université de Toulose le mirail, 1974, pag. 43 e pag. 60 e segg.). Superata la crisi tuttavia dovette passare ancora molto tempo prima che il passo meditato e in spirito già pressoché compiuto fosse compiuto anche esteriormente. Ciò che lo tratteneva era in gran parte la sua riluttanza a fare qualsiasi cosa senza sua moglie e il timore di offendere colei che con la sua fede lo aveva condotto fino alle soglie della conversione. La Chiesa Alta non gli sembrava che la copia sbiadita del cattolicesimo, ma temeva che questo giudizio offendesse la fede di Francis. Più tardi ebbe a dire che l’Anglo Cattolicesimo era come un portico: un portico può essere anche molto bello ma non è una casa; il portico è fatto per introdurre alla casa e un portico tutto solo in un campo, senza casa, è decisamente un’assurdità. Tuttavia egli aspettò a lungo la moglie che pure lo seguirà più tardi e il passo decisivo fu compiuto solo nel 1922.
 
Defensor Fidei
La conseguenza più importante del conflitto fu però, come avevamo anticipato, la morte del fratello Cecil. Fu un colpo gravissimo per Chesterton, tanto da muoverlo a scrivere e pubblicare una lettera, indirizzata ad uno dei fratelli Isaacs, dai toni durissimi ed assai insoliti per lui. Tutti quelli che lo conoscevano erano concordi nel riconoscere nella cordialità il suo tratto più caratteristico, e per quanto graffianti fossero le sue satire, esse sempre e quasi istintivamente seguivano la massima cattolica di colpire il peccato e non il peccatore.
Ci sembra il caso di inserire qui alcune parole su quello che viene definito l’antisemitismo di Chesterton. Molti hanno cercato di lavarlo da questa accusa, un po’ semplicisticamente, affermando che era sentire comune ai tempi in cui viveva. Molti hanno cercato di farlo ancora più semplicemente attribuendolo alla nefasta influenza di Hilaire Belloc. In effetti l’amicizia tra i due durava dall’infanzia e la loro collaborazione intellettuale era tale, che Shaw prese a parlare del Chesterbelloc come di un essere unico, un animale favoloso con quattro gambe e quattro braccia, in cui la scalpitante parte anteriore era Belloc, e la restia parte posteriore era Chesterton. E’ vero che Chesterton, ferratissimo quando si trattava di letteratura o di arte, nei suoi giudizi storici si lasciava spesso guidare dal più esperto amico, così come nel campo della politica. E’ anche vero che se di antisemitismo si trattava, era una sorta di antisemitismo impersonale, poiché nella vita privata egli aveva molti amici ebrei. Personalmente non credo che si trattasse di un odio razzista quanto del congiungersi di due fattori, un giudizio sociologico che era forse in parte un pregiudizio, e un giudizio storico, che si dimostrò orribilmente esatto. Il suo giudizio dal punto di vista sociologico si basava sull’evidenza della diversità tra il popolo ebraico e quello inglese. Diversità priva di connotazione positive o negative; egli non faceva propria nessuna delle teorie che motivavano l’avversione agli ebrei con questa o quella causa storica: riandando ai tempi della scuola in cui si era fatto paladino dei ragazzi ebrei perseguitati dai compagni di scuola, osservava che nessun ragazzino, all’oscuro di storia, economia e sociologia, aveva mai avuto la minima difficoltà a distinguere tra ragazzini inglesi e ragazzini ebrei. Gli ebrei formavano, nel suo giudizio, un corpo riconoscibile all’interno del più vasto organismo nazionale; un corpo che aveva inoltre più affinità con gli altri analoghi, sparsi nelle varie nazioni, di quanto ne avesse con la nazione che abitava. Questa situazione rappresentava un pericolo, non solo o non tanto per la nazione inglese, quanto per gli stessi ebrei.
In qualsiasi momento questa distinzione, riconosciuta ma non ammessa, poteva sfociare in una aperta persecuzione, questo era il giudizio storico che si rivelò esatto. Se non si voleva la persecuzione occorreva che fosse chiara e ammessa la distinzione e chiari i motivi della convivenza: occorreva una politica di privilegi in Inghilterra, secondo la versione di Belloc; occorreva che gli ebrei avessero una loro nazione, era la soluzione di Chesterton. Non si può negare che le parole di Chesterton fossero a volte pesanti, specie quando il problema della presenza degli ebrei nella società si confondeva con il problema del predominio dell’alta finanza, in cui accadeva che fossero implicati molti ebrei. Ancor più, quando gli ebrei erano rappresentati dai fratelli Isaacs, coi quali fu effettivamente quasi feroce. La questione è complessa, ma certo è paradossale chiamare antisemita un uomo che avvisava del pericolo che di lì a poco, in modo orribile, si sarebbe rovesciato sul popolo ebreo. Chesterton non poté vedere l’enormità della tragedia, morendo nel 1936; ma mentre il mondo sembrava intenzionato a chiudere gli occhi, era l'”antisemita” Chesterton che scriveva
“Sono agghiacciato dalle atrocità hitleriane. Alle loro spalle non vi è alcun motivo né alcuna logica. Si tratta, con tutta evidenza, dell’espediente di un uomo che dovendo cercare un capro espiatorio, ha trovato con sollievo il più famoso capro espiatorio della storia europea: il popolo ebraico. Sono più che convinto che, adesso, Belloc e io moriremo difendendo l’ultimo ebreo d’Europa”. (M. Finch, G.K Chesterton, Ed. Paoline, Milano, 1990, pag. 361).
La morte del fratello significò anche per Chesterton assumersi la direzione della rivista, lavoro che lo occuperà per il resto della vita. Dalla costola della rivista di Cecil e poi sua, “The Eye Witness” poi “The New Witness”, che diventerà infine, con grande angoscia di Chesterton, “G.K.’s Weekly”. nacque la lega distributista, un associazione che vedeva nella redistribuzione delle terre, confiscate dai latifondisti all’epoca delle “Enclosures”, la salvezza dall’epoca industriale. Essa cercava di tradurre in pratica i principi della enciclica papale “Rerum Novarum”. Tuttavia non c’era accordo tra i suoi membri su quale strada si dovesse seguire e la lega di cui il giornale era divenuto portavoce sembrava esaurirsi in stizzose e inconcludenti contrapposizioni interne, mentre il suo capo, Chesterton, non cessava di occuparsi esclusivamente dell’aspetto teorico, lasciando ai suoi seguaci di stabilire la rotta dal punto di vista pratico. La lega ebbe un certo successo soprattutto negli USA e in Canada, ma non sopravvisse al suo fondatore. Nel frattempo i Chesterton viaggiavano: giri di conferenze li condussero in Canada, due volte negli Stati Uniti, ove Chesterton era popolarissimo, in Irlanda, in Polonia, in Palestina e a Roma. Questi viaggi si traducevano in libri e articoli. Intanto Chesterton andava riflettendo su quel passo a lungo meditato. Per lungo tempo aveva tentato di convincere sua moglie; ma essa che pur lo seguirà nella fede cattolica, aveva i suoi tempi e non poteva certo cambiare fede solo per compiacere il marito. Tuttavia il confronto con lei chiariva a Chesterton i termini della questione ed infine nel 1922 egli compì il grande passo. La sua conversione al cattolicesimo segna tuttavia non tanto un cambiamento, quanto una definitiva sanzione di un processo insensibile che ha portato Chesterton sempre più vicino alla religione del successore di Pietro, tanto che poche differenze si possono trovare nei suoi scritti anteriori o posteriori a tale data. Non fu tuttavia un avvenimento indolore: ma la fase di entusiasmo e di raffreddamento dell’entusiasmo, le gioie e i pericoli che ogni convertito deve affrontare furono avvenimento personalissimo, che ebbe scarso influsso nella sfera del pensiero, nella quale già da tempo Chesterton si trovava in pieno accordo con l’ortodossia cattolica. Gli ultimi anni furono spesi in battaglie politiche e nello snervante sforzo di mantenere in vita il giornale, oltre che nella stesura di opere di più chiaro intento apologetico. Quando si spense il 14 giugno 1936, i giornali inglesi che ne dettero l’annuncio non vollero pubblicare per esteso il telegramma di condoglianze del Santo Padre perché in esso si attribuiva a Chesterton un titolo, quello di Difensore della Fede, che in Inghilterra spetta unicamente al re.
 
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Le opere
Nessuno avrà probabilmente il coraggio di sostenere di aver letto tutto Chesterton: i suoi scritti sono una miniera pressoché inesauribile di paradossi e di immagini illuminanti, benché l’idea centrale da cui scaturiscono sia unica. Qui di seguito tracceremo un parallelo tra le sue opere più importanti e le sue vicende biografiche, rimandando per il resto alla bibliografia.
Chesterton fu autore prolifico all’eccesso. Tanto che nella enorme massa delle sue opere, ogni critico ha avuto modo di intagliarsi il suo Chesterton, e se tutti sono d’accordo nel dire che qualcosa di Chesterton non perirà mai, difficilmente si trovano due critici che siano d’accordo su quale sia questo qualcosa, se il Chesterton saggista, il Chesterton poeta o il Chesterton romanziere; qualcuno rivaluterà il suo impegno politico spesso profetico, qualcuno si dorrà che non si sia dedicato tutto al teatro, molti giudicheranno riduttivo il suo impegno come giornalista, altri lo porranno al centro della sua vocazione di scrittore (una panoramica dei diversi giudizi sull’opera di Chesterton in D.J.Conlon, A Half Centurv wiews, NY,1987). Nessuno avrà probabilmente il coraggio di sostenere di aver letto tutto Chesterton: i suoi scritti sono una miniera pressoché inesauribile di paradossi e di immagini illuminanti, benché l’idea centrale da cui scaturiscono sia unica. Qui di seguito tracceremo un parallelo tra le sue opere più importanti e le sue vicende biografiche, rimandando per il resto alla bibliografia.
Chesterton fu autore fin quasi dalla culla. Se da piccolo declamava modestamente Shakespeare, fin dai tempi della scuola riempiva quaderni di disegni e di abbozzi di opere. I primi ad essere stampati furono i suoi contributi a “The Debater”, l’organo del Junior Debating Club, tra cui il saggio sui draghi (Dragons: a sketch) che inizia “Il drago è certamente la più cosmopolita delle impossibilità”, esordio già tutto chestertoniano. Tra i suoi contributi vi erano anche saggi storici e poesie, che Chesterton adulto definì “cattive imitazioni di Swinburne perfettamente bilanciate da pessime scopiazzature di “Lays of ancient Rome”. (La frase ricorre in GKC, Autobiografia, pag. 66; ma è citata nella più scorrevole traduzione di M. Ffinch, G.K. Chesterton, ed. Paoline, 1992, pag 48. “Lays of ancient Rome” è un opera di Macaulay)
Il Debater nacque nel marzo 1891 e continuò la pubblicazione fino al 1893.
Il suo periodo di “follia” alla Slade School non trovò espressione letteraria, ma pose le fondamenta della sua carriera di giornalista. Frequentando le lezioni di inglese del professore Ker, conobbe Ernest Hodder Williams, della omonima casa editrice. Questi gli affidò alcune recensioni di libri d’arte, che apparvero anonime sul “Bookman”, la rivista organo della casa editrice. Nel 1900 il padre di Chesterton curava la pubblicazione di una raccolta di sue poesie col titolo “Il Cavaliere Selvaggio”. Questa raccolta fu preceduta di poco da un’altra: “Barbagrigia si diverte”, che Chesterton non cita nella sua autobiografia, per cui “Il cavaliere selvaggio” viene spesso considerato la prima opera pubblicata di Chesterton. A voler essere ancora più precisi e volendo escludere i contributi al Debater, la prima opera pubblicata di Chesterton è però la poesia “La canzone del lavoro” pubblicata sul “The Speaker” nel 1892. Lo stesso giornale, divenuto proprietà di una piccola minoranza liberale pro-boera, ospiterà qualche anno dopo il primo contributo regolare di Chesterton ad un giornale, una serie di articoli in cui supportava tra l’altro la causa dei pro-boeri.
Nel 1901, vale a dire l’anno del matrimonio, inizia la regolare collaborazione col “Daily News” che terminerà bruscamente nel 1913 a causa dello scandalo Marconi. Nello stesso anno viene pubblicato “The Defendant”, termine tecnico legale che in Inghilterra indica l’accusato che si difende da sé, (in Italia per mancanza di un sinonimo è stato tradotto “Il bello del brutto”), raccolta di articoli apparsi nel l898 su “The Speaker”. Nel l902 appare “Twelve Types”, anche questa una raccolta di articoli, l’anno seguente la biografia di Browning di cui Chesterton dice
“Non dirò che scrissi un libro su Browning, ma scrissi un libro sull’amore, la libertà, la poesia, sui miei punti di vista in merito a Dio e alla religione (punti di vista ben poco sviluppati), e su diverse mie teorie personali intorno all’ottimismo ed al pessimismo ed alla speranza: un libro nel quale il nome di Browning veniva introdotto ogni tanto, potrei quasi dire con non poca arte, o, in ogni modo, con una decorosa apparenza di regolarità. V’erano ben poche notizie biografiche nel lavoro, e quasi tutte sbagliate”. (GKC, Autobiografia, pag. 99).
Lo stesso si può dire delle altre biografie scritte da Chesterton nell’arco della sua vita, quelle su Watts (1904), Dickens (1906), Blake (1910), Cobbett (1925) Stevenson (1927), Chaucer (1932): Chesterton era molto più interessato alle idee che alle date, senza contare che citava quasi esclusivamente a memoria e non si preoccupava mai di controllare in seguito, né di correggere le inesattezze che gli venivano segnalate nelle edizioni successive. Ciononostante aveva un potere di penetrazione tale (non solo in campo letterario; cfr il giudizio espresso da C. Derrick nel suo articolo “Gilbert e il duello”, apparso su Avvenire, 28 agosto 1990: “Chesterton ha condiviso con Newman il dono di saper guardare a un seme e di riconoscere immediatamente che tipo di albero ne sarebbe nato, e nel suo modo retorico, egli ne parlava come se fosse già un albero. Ai suoi tempi era perciò accusato di esagerare. Ma le sue profezie esagerate hanno mostrato una certa considerevole tendenza ad avverarsi, facendolo diventare uno scrittore estremamente rilevante per gli anni 90”), da rendere le sue biografie qualcosa di unico e irripetibile, malgrado le eventuali inesattezze: fu il primo per esempio a interpretare dottor Jeckyll e mister Hyde del racconto di Stevenson non come due personalità distinte ma come due lati della stessa personalità, interpretazione in seguito largamente seguita. Lo stesso dono di esattezza e di penetrazione, malgrado la originalità, mostrano le biografie di santi, il S Francesco d’Assisidel 1923 e quel S. Tommaso d’Aquino(1933) che riscosse l’ammirazione di Gilson, il famoso tomista (M. Ward, op. cit. pag 620: “Quando apparve il S. Tommaso egli [Gilson] disse ad uno dei miei amici “Chesterton fa disperare. Ho studiato S. Tommaso durante tutta la mia vita e non avrei mai potuto scrivere un libro come questo””. Più tardi, riporta la stessa fonte, sempre Gilson ebbe a dire: “I pochi lettori che hanno speso venti o trenta anni studiando S. Tommaso D’Aquino e, che, magari, hanno loro stessi pubblicato due o tre volumi sullo stesso soggetto non possono mancare di percepire che la cosiddetta “arguzia” di Chesterton ha messo alla berlina la loro erudizione […] Chesterton è uno dei più profondi pensatori che sia mai esistito. Egli è profondo perché è nel giusto”. (Trad. nostra).
Chesterton ad onta della sua fama di fabbricatore di verità paradossali, non ripete che una stessa verità; per utilizzare un esempio da lui applicato al suo grande amico e avversario, Shaw, l’uomo che ha una sua concezione del mondo è come un abile spadaccino, che sembra agli occhi dei suoi avversari avere dieci lame, solo perché sa usare estremamente bene l’unica che ha.
Il 1903 è l’anno della prima famosa controversia pubblica, quella con il razionalista Robert Blatchford direttore del “Clarion”, la cui teoria negava l’esistenza del libero arbitrio; è anche l’anno del primo romanzo: “Il Napoleone di Notting Hill”. Nel 1905 inizia la collaborazione col settimanale “The Illustrated London News” che durerà fino alla morte. Pubblica inoltre “Il club dei mestieri stravaganti”, prima opera del genere romanzo giallo, e l’importante saggio “Eretici”. Dal 1906 al 1909 si scontra con Shaw e Wells sulle pagine de “The New Age”. Il 1908 è un anno ricco: escono “L’uomo che fu Giovedì”, romanzo, e il suo saggio più famoso e più fondamentale, “Ortodossia”. Il 1909, anno del trasferimento da Londra a Beaconsfield, vede venire alla luce il saggio su Shaw. L’anno seguente il romanzo “La Sfera e la Croce” e il saggio “What’s the Wrong with the World”, in cui delinea la sua sociologia. Nel 1911 nasce Padre Brown, il suo personaggio più famoso, con la raccolta “L’innocenza di Padre Brown” che sarà seguita da “La saggezza di Padre Brown” (1914), “L’incredulità di Padre Brown” (1926), “Il segreto di Padre Brown” (1927), “Lo scandalo di Padre Brown” (1935). Nello stesso 1911 apparve il poema “The Ballad of the White Horse” e iniziò la collaborazione col giornale edito dal fratello “The EyeWitness” che divenne nel 1912 “The New Witness”. “Le avventure di un uomo vivo” esce nel 1912.
Il 1913 non è solo l’anno dello scandalo Marconi: segna anche l’esordio di Chesterton come autore di teatro, anche grazie alle insistenze dell’amico-avversario, Shaw (Shaw, eterno avversario polemico era nella vita privata affezionato amico, e pare si fosse autoeletto supervisore della carriera di Chesterton. Dai loro scambi epistolari emerge che oltre a insistere perché egli dedicasse più tempo al teatro, vegliava anche sul lato economico della sua carriera, alzando alte grida quando Chesterton accettava compensi troppo bassi). La commedia “Magic” fu rappresentata con non poco successo (a differenza dell’unico altro sforzo di Chesterton in questo campo, “Il giudizio del dottor Johnson”, del 1927, con il quale la critica fu più severa). Apparve anche “L’Età Vittoriana in letteratura”. L’anno seguente (1914) compaiono “L’osteria volante” e il saggio “La barbarie di Berlino”, dedicato alle motivazioni della guerra contro la Prussia, che Chesterton giudicava necessaria. L’inizio della guerra (1914-1915) è reso sterile dalla grave malattia di Chesterton. Contemporaneamente alla sua ripresa escono le raccolte poetiche “Poems” e “Wine Water and Song”, e un nuovo saggio d’argomento politico “I delitti dell’Inghilterra”. Nel 1916 diventa editore del giornale “The New Witness” al posto del fratello Cecil. L’anno seguente esce “Breve storia d’Inghilterra”. Il viaggio in Irlanda (1917) diventa un libro, “Irish Impressions”, pubblicato nel 1919 così come il viaggio in Palestina del 1919 confluirà in “The New Jerusalem” del 192l, e il giro di conferenze negli Stati Uniti in “What I saw in America” (1922). Il 1922 è anche, ricordiamolo, l’anno del suo ingresso nella Chiesa Cattolica. La prima opera dopo la conversione è il già ricordato “S. Francesco d’Assisi”. Nel 1925 nasce il “G.K’s Weekly”, il suo giornale, di cui sarà editore fino al 1936 e che diverrà a qualche anno dall’esordio l’organo della Lega Distributista. Esce inoltre “L’uomo eterno”, il saggio che con “Ortodossia” e il “S. Tommaso” si disputa la palma di miglior opera di Chesterton. L’anno seguente esce “The Queen of the Seven Swords”, raccolta di poesie che testimonia la devozione di Chesterton alla Vergine Maria.
Il 1927, anno della visita in Polonia, vede l’uscita del saggio in cui Chesterton racconta l’evento della sua conversione; il titolo è “La Chiesa cattolica e la conversione”. Viene inoltre pubblicato a puntate il romanzo “Il ritorno di Don Chisciotte” (che non verrà compiuto; Chesterton darà solo le linee dell’ulteriore sviluppo), e la raccolta di poesie “Collected poems”. Nel 1928 si offre a Chesterton un nuovo mezzo di espressione, che troverà congeniale: la radio. La BBC ospita un suo dibattito con Shaw. L’anno seguente escono “Il poeta e i pazzi” e “The Thing”, letteralmente La Cosa, tradotto in Italia col meno criptico titolo di “La Chiesa viva”. A Roma Chesterton incontra il Papa e Mussolini. Nel 1930 esce “La Resurrezione di Roma”, mentre Chesterton è impegnato in un nuovo giro di conferenze negli Stati Uniti. Nel 1932 inizia la collaborazione regolare con la BBC, l’anno seguente esce il “S. Tommaso d’Aquino”. L’anno prima di morire, nel 1935 inizia una controversia, non terminata, con Coulton in “The Listener”. Dopo la sua morte verranno pubblicati nel 1936 la “Autobiografia”, nel 1937 “I paradossi di mister Pound”, nel 1938 “The Coloured Land”, poesie, nel 1950 “L’uomo comune”, e in seguito altre raccolte di articoli, il cui elenco rischierebbe di essere infinito, se si decidesse di ripubblicarli tutti. In Italia però Chesterton viene purtroppo sottovalutato, e poche delle sue raccolte di articoli sono state tradotte, e di quelle postume, nessuna. Dispiace per la levità e lo stile, ma non pregiudica lo studio della sua posizione: perché nei suoi articoli, così come in tutta la sua opera, Chesterton ad onta della sua fama di fabbricatore di verità paradossali, non ripete che una stessa verità; per utilizzare un esempio da lui applicato al suo grande amico e avversario, Shaw, l’uomo che ha una sua concezione del mondo è come un abile spadaccino, che sembra agli occhi dei suoi avversari avere dieci lame, solo perché sa usare estremamente bene l’unica che ha.
 
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Autore: Marzia Platania

Fonte: http://www.culturacattolica.it