La missione è minacciata dal relativismo

img-_innerArt-_missionari%20cattolici_jpg300

di Massimo Introvigne
 
Il 6 agosto Papa Francesco ha diffuso il suo messaggio per  la Giornata Missionaria Mondiale, formalmente datato 19 maggio. Il messaggio propone cinque riflessioni, ispirate all’Anno della fede, e ha al centro l’importante considerazione secondo cui oggi gli ostacoli alla missione vengono anche «dall’interno» della Chiesa, dove si diffonde la convinzione che annunciare una verità agli altri equivarrebbe a mancare di rispetto alla loro libertà. Questa convinzione riposa sull’idea che la verità non esista o non sia importante, cioè sul relativismo. Ma esaminiamo uno per uno i cinque punti di Papa Francesco.

Primo: «La fede è dono prezioso di Dio, il quale apre la nostra mente perché lo possiamo conoscere ed amare». È il più grande dono che Dio ci fa. Ed è «un dono che non si può tenere solo per se stessi, ma che va condiviso. Se noi vogliamo tenerlo soltanto per noi stessi, diventeremo cristiani isolati, sterili e ammalati». Si parla molto di cattolici adulti: ma in realtà, spiega il Papa,  una comunità «è “adulta”»  quando «annuncia senza sosta la Parola di Dio, uscendo dal proprio recinto per portarla anche nelle “periferie”, soprattutto a chi non ha ancora avuto l’opportunità di conoscere Cristo». Se la fede di una parrocchia, un movimento, una comunità è genuina e solida lo si vede dalla capacità di comunicarla in modo missionario agli altri.

Secondo: tutti sono missionari. Non solo chi va in missione in terre lontane, non solo i sacerdoti e le suore. È un grande insegnamento del Vaticano II, di cui l’Anno della fede celebra il cinquantenario invitando a rileggerne i documenti. Leggiamo allora nel decreto «Ad gentes»: «Poiché il popolo di Dio vive nelle comunità, specialmente in quelle diocesane e parrocchiali, ed in esse in qualche modo appare in forma visibile, tocca anche a queste comunità rendere testimonianza a Cristo di fronte alle nazioni».  Vale anche per i movimenti, e Francesco invita «ogni persona e gruppo responsabile nella Chiesa a dare rilievo alla dimensione missionaria». Infatti, «la missionarietà non è solamente una dimensione programmatica nella vita cristiana, ma anche una dimensione paradigmatica che riguarda tutti gli aspetti della vita cristiana».

Terzo: come accennato, «spesso l’opera di evangelizzazione trova ostacoli non solo all’esterno, ma all’interno della stessa comunità ecclesiale». A volte si tratta di debolezza umana. Ma altre volte, il che è molto più grave, s’insinua il relativismo, e «si pensa […] che portare la verità del Vangelo sia fare violenza alla libertà». Già il venerabile Paolo VI (1897-1978), ricorda Francesco, dovette rispondere a questo relativismo in un documento che il regnante Pontefice cita volentieri e considera decisivo, l’esortazione apostolica «Evangelii nuntiandi». «Spesso vediamo che sono la violenza, la menzogna, l’errore ad essere messi in risalto e proposti»: e non si dovrebbe forse annunciare il Vangelo? C’è però anche un’altra forma di relativismo: «Annunciare Cristo senza la Chiesa», annunciare le proprie soggettive opinioni su Cristo anziché la dottrina cattolica. Francesco cita ancora la «Evangelii nuntiandi» del venerabile Paolo VI: «Quando il più sconosciuto predicatore, missionario, catechista o Pastore, annuncia il Vangelo, raduna la comunità, trasmette la fede, amministra un Sacramento, anche se è solo, compie un atto di Chiesa». Egli non agisce «per una missione arrogatasi, né in forza di un’ispirazione personale, ma in unione con la missione della Chiesa e in nome di essa».

Quarto: il contesto della missione è oggi insieme difficilissimo e affascinante. Molti si spostano continuamente, e «a volte risulta difficile persino per le comunità parrocchiali conoscere in modo sicuro e approfondito chi è di passaggio o chi vive stabilmente sul territorio. Inoltre, in aree sempre più ampie delle regioni tradizionalmente cristiane cresce il numero di coloro che sono estranei alla fede, indifferenti alla dimensione religiosa o animati da altre credenze. Non di rado poi, alcuni battezzati fanno scelte di vita che li conducono lontano dalla fede». Gli stessi nuovi media chiudono alcuni in casa di fronte al loro computer, con scarse relazioni sociali. La crisi economica si collega a una crisi «del senso profondo della vita e dei valori fondamentali». In molte parti del mondo la violenza diventa endemica e genera insicurezza. «In questa complessa situazione, dove l’orizzonte del presente e del futuro sembrano percorsi da nubi minacciose, si rende ancora più urgente portare con coraggio in ogni realtà il Vangelo di Cristo». Chi abita in un mondo in crisi ha più, non meno bisogno di «nuova evangelizzazione»: ha bisogno del Vangelo, non solo di aiuti materiali. «La Chiesa – lo ripeto ancora una volta – non è un’organizzazione assistenziale, un’impresa, una ONG, ma è una comunità di persone, animate dall’azione dello Spirito Santo, che hanno vissuto e vivono lo stupore dell’incontro con Gesù Cristo e desiderano condividere questa esperienza di profonda gioia, condividere il Messaggio di salvezza che il Signore ci ha portato».

Quinto: oggi assistiamo a un fenomeno nuovo. Cattolici dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina – tra cui non pochi sacerdoti – vengono a prestare il loro servizio pastorale in Europa. Le «giovani Chiese si stanno impegnando generosamente nell’invio di missionari alle Chiese che si trovano in difficoltà – non raramente Chiese di antica cristianità – portando così la freschezza e l’entusiasmo con cui esse vivono la fede che rinnova la vita e dona speranza». Non mancano le difficoltà, ma in questa nuova missione emerge il «respiro universale» della Chiesa, e il Papa ammira la generosità e «la freschezza delle giovani Chiese», che non di rado può essere di esempio «affinché le Chiese di antica cristianità ritrovino l’entusiasmo e la gioia». Queste ultime, le Chiese europee, dovrebbero ricambiare il dono anzitutto sostenendo e aiutando «i cristiani che, in varie parti del mondo, si trovano in difficoltà nel professare apertamente la propria fede e nel vedere riconosciuto il diritto a viverla dignitosamente. Sono nostri fratelli e sorelle, testimoni coraggiosi – ancora più numerosi dei martiri nei primi secoli – che sopportano con perseveranza apostolica le varie forme attuali di persecuzione, Non pochi rischiano anche la vita per rimanere fedeli al Vangelo di Cristo». I martiri e i perseguitati non devono essere dimenticati nell’Anno della Fede.

Francesco conclude con le parole di Benedetto XVI nella lettera apostolica «Porta fidei» che indiceva l’Anno della fede: «”La Parola del Signore corra e sia glorificata’’ (2Ts 3,1): possa questo Anno della fede rendere sempre più saldo il rapporto con Cristo Signore, poiché solo in Lui vi è la certezza per guardare al futuro e la garanzia di un amore autentico e duraturo». E per trovare anche la gioia, «la dolce e confortante gioia di evangelizzare» che il venerabile Paolo VI metteva al centro della «Evangelii nuntiandi».
 
[Fonte: lanuovabq.it, 07-08-2013]