Il cardinale Scola contro l’ateismo anonimo

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Illuminante e stimolante la lettera pastorale presentata ieri dal cardinale Angelo Scolae intitolata: Il campo è il mondo. Vie da percorrere incontro all’umano. Si legge tutta d’un fiato e già in premessa si ricollega alla recente enciclica di Papa Bergoglio, laddove si parla di Dio che «prepara la città per gli uomini». Si parte dalle preziose conferme attinenti alla vita ecclesiale e alla vita civile e ricavate dalla visita a Milano di Benedetto XVI l’anno scorso, in occasione del settimo incontro mondiale delle famiglie, dall’anno costantiniano, ancora in corso e, in generale, dall’energica azione pastorale della Chiesa nel capoluogo lombardo.

C’è una focalizzazione indubbia, nel documento, sulla diocesi di Milano, che vive con attesa e speranza la preparazione di Expo 2015, considerato straordinario avvenimento anche da Scola e potenziale occasione «perché la Milano del futuro trovi la sua anima».

L’impulso che potrà derivarne in termini di missionarietà e di apertura alle diversità è indubbio, lascia intendere il cardinale, che però poi affonda il dito nella piaga e mostra giustamente di non cedere a facili ottimismi, che pure potrebbero essere alimentati dai poderosi numeri della Chiesa ambrosiana in termini di quantità di strutture e di entità degli aiuti agli ultimi.
La piaga cui si fa riferimento è figlia del nostro tempo nichilista e viene chiamata nella lettera pastorale “ateismo anonimo”, cioè quello stile di vita che prescinde da Dio. Non a caso vi si cita un altro stralcio della “Lumen Fidei”: «La nostra cultura – insegna il Papa – ha perso la percezione di questa presenza concreta di Dio, della sua azione nel mondo. Pensiamo che Dio si trovi solo al di là, in un altro livello di realtà, separato dai nostri rapporti concreti».

È un richiamo forte a superare la frattura tra fede e vita, vero nemico dell’epoca che stiamo vivendo. Un numero sempre crescente di cattolici vive la fede come una sommatoria di riti o di precetti, separati dalle attività quotidiane, dal lavoro, dalla trama delle relazioni sociali nelle quali ciascuno di noi è inserito. Eppure, come sottolinea Scola, il segreto è il buon seme, che va gettato nel campo della vita. «Il Figlio dell’uomo – si legge nella lettera – semina il seme buono nel campo che è il mondo. Questo significa che tutto dell’uomo e tutti gli uomini sono interlocutori di Gesù. Come comunicare che la fede è un dono alla portata di tutti? Come mostrare allora che non vi è opposizione tra fede e ragione, le due ali dell’umana, inesausta ricerca? Come superare la diffidenza, in molti diffusa, verso la fede e la Chiesa?».

La fede, dunque, deve incarnarsi nelle scelte di tutti i giorni, non essere estrinseca alla vita concreta. La fede deve permeare il mondo, che si presenta come «una realtà dinamica, fatta dalla vita delle persone e dalle loro relazioni, dalle circostanze e dalle situazioni in cui sono immerse. In questo senso, esso è costituito da tutti gli ambiti dell’esistenza quotidiana degli uomini e delle donne: famiglie, quartieri, scuole, università, lavoro in tutte le sue forme, modalità di riposo e di festa, luoghi di sofferenza, di fragilità, di emarginazione, luoghi di condivisione, ambiti di edificazione culturale, economica e politica … In sintesi, il mondo è la “città degli uomini” in tutte le sue manifestazioni».

Si tratta di un’espressione molto plastica, che segna un virtuoso equilibrio tra una sopravvalutazione improvvida del concetto di laicità, alimentata per anni da certo cattolicesimo ambrosiano, e una deriva integralista che spesso ha portato a pericolose sovrapposizioni tra il temporale e lo spirituale, con confusioni di ruoli e di prospettive. Il passaggio risulta ancora più chiaro quando il cardinale Scola tratteggia i lineamenti di un nuovo umanesimo: «L’impegno del cristiano non è un’estenuante ricerca di nessi tra il Vangelo e la vita, come se fossero due realtà disgiunte e da mettere artificiosamente insieme. È assai più semplice. Consiste nel documentare in prima persona che Gesù è “via, verità e vita” (Gv 14,6)».

La lettera si conclude con l’enunciazione di tre criteri per testimoniare la fede nella vita di tutti i giorni: valorizzare l’esistente e quindi gli esempi positivi che spesso vengono ignorati dai circuiti mediatici, impegnati solo a seminare zizzania tutte le volte che si parla di Chiesa; pluriformità nell’unità, vale a dire valorizzazione dei diversi carismi e loro riconduzione all’unità che è Gesù Cristo, l’Evangelo dell’umano; soggetti pastorali e uffici di curia da concepire come elementi in grado di potenziare l’impatto sociale delle azioni pastorali e dell’impegno che i credenti profondono al servizio del prossimo.

[Fonte: lanuovabq.it, 10.09.13]