Matrimonio, famiglia, cura pastorale dei divorziati: articolo di mons. Müller sull’Osservatore Romano

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Il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, monsignor Gerard Ludwig Müller, con un ampio documento pubblicato ieri sull’Osservatore Romano, intitolato “La Forza della Grazia”, conferma la posizione della Chiesa Cattolica circa la questione dei fedeli divorziati risposati.

Il matrimonio tra un uomo e una donna battezzati è un sacramento che tocca la realtà personale, sociale e storica dell’uomo: si apre così l’articolo di mons. Müller che, in modo dettagliato, richiama i principali documenti della Chiesa sull’argomento. A partire dai Vangeli di Marco, Matteo e Luca, si comprende come il patto che unisce intimamente e reciprocamente i due coniugi è istituito da Dio stesso, segno dell’alleanza di Cristo e della Chiesa, mediazione della grazia di tale patto.

Anche i Padri della Chiesa e il Concilio di Trento hanno respinto il divorzio ed il secondo matrimonio, escludendo quindi l’ammissione ai sacramenti per i separati risposati. Non solo: i canonisti hanno sempre parlato di “prassi abusiva” in relazione alla pratica della Chiesa Orientale che permette il divorzio in base alla “clemenza pastorale” per i casi difficili, e apre quindi la strada a un secondo o terzo matrimonio. Questa prassi – afferma mons. Müller – “non è coerente con la volontà di Dio, chiaramente espressa dalle parole di Gesù sulla indissolubilità del matrimonio, e ciò rappresenta certamente una questione ecumenica da non sottovalutare”.

A tal proposito, il Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede ricorda che l’indissolubilità del matrimonio è stato uno dei capisaldi che la Chiesa di Roma ha sempre difeso, anche a costo di soluzioni scismatiche come, ad esempio, quella anglicana: in quel caso lo scisma avvenne “non a causa di differenze dottrinali, ma perché il Papa, in obbedienza alla parola di Gesù, non poteva assecondare la richiesta del re Enrico VIII circa lo scioglimento del suo matrimonio”, scrive Müller.

La Costituzione pastorale Gaudium et Spes, frutto del Concilio Vaticano II, ribadisce ulteriormente che il matrimonio “è un’istituzione stabile, fondata per diritto divino e non dipendente dall’arbitrio dell’uomo” ed è proprio attraverso il sacramento che la sua indissolubilità diventa “immagine dell’amore di Dio per il suo popolo e della fedeltà irrevocabile di Cristo alla sua Chiesa”.

In epoca più recente, basti citare le Esortazioni apostoliche Familiaris Consortio e Sacramentum Caritatis, siglate rispettivamente da Giovanni Paolo II nel 1981 e da Benedetto XVI nel 2007, così come la lettera pubblicata nel 1994 dalla stessa Congregazione, o il messaggio finale del Sinodo 2012 sulla nuova evangelizzazione e il discorso di Papa Ratzinger a Milano all’Incontro mondiale delle famiglie nel 2012 .

In tutti questi documenti, in sostanza, si ribadisce che i fedeli divorziati risposati non possono accostarsi all’Eucaristia perché la loro condizione di vita contraddice l’unione di amore tra Cristo e la Chiesa significata dall’atto eucaristico stesso.
Altro punto che accomuna i documenti del magistero, spiega ancora mons. Müller, è l’esortazione all’accompagnamento pastorale dei divorziati risposati, affinché comprendano che nei loro confronti non viene attuata alcuna discriminazione, ma solo la fedeltà assoluta alla volontà di Cristo.

Mons. Müller sottolinea, poi, l’importanza di “verificare la validità del matrimonio in un’epoca come quella contemporanea che si pone in contrasto con la comprensione cristiana di tale sacramento, specialmente rispetto alla sua indissolubilità e all’apertura alla vita. Poiché molti cristiani sono influenzati da tale contesto culturale, i matrimoni sono probabilmente più spesso invalidi ai nostri giorni di quanto non lo fossero in passato, perché è mancante la volontà di sposarsi secondo il senso della dottrina matrimoniale cattolica e anche l’appartenenza a un contesto vitale di fede è molto ridotta. Pertanto, una verifica della validità del matrimonio è importante e può portare a una soluzione dei problemi”.

“Laddove non è possibile riscontrare una nullità del matrimonio – scrive il presule – è possibile l’assoluzione e la Comunione eucaristica se si segue l’approvata prassi ecclesiale che stabilisce di vivere insieme «come amici, come fratello e sorella»”.

Le benedizioni di legami irregolari sono quindi da evitare in ogni caso, “perché tra i fedeli non sorgano confusioni circa il valore del matrimonio. La benedizione (bene-dictio: approvazione da parte di Dio) di un rapporto che si contrappone alla volontà divina è da ritenersi una contraddizione in sé”.

D’altronde, scrive ancora il prefetto della Congregazione, una relazione stabile e duratura corrisponde alla natura spirituale e morale dell’uomo: il matrimonio indissolubile ha, quindi, un valore antropologico perché sottrae i coniugi all’arbitrio dei sentimenti, li aiuta ad affrontare le difficoltà personali, protegge soprattutto i figli.

“L’amore è qualcosa di più del sentimento e dell’istinto – afferma mons. Müller – nella sua essenza è dedizione. Nell’amore coniugale due persone si dicono l’un l’altro consapevolmente e volontariamente ‘solo te – e te per sempre’”.
Quindi, di fronte a coloro che giudicano il matrimonio esclusivamente secondo criteri mondani e pragmatici, “la Chiesa non può rispondere con un adeguamento pragmatico”, perché il matrimonio dei battezzati “ha un carattere sacramentale e rappresenta, quindi, una realtà soprannaturale”.

Certo, si legge ancora nell’articolo, ci sono situazioni in cui “la convivenza matrimoniale diventa praticamente impossibile”, come nei casi di “violenza fisica o psicologica”. E in tali “dolorose situazioni la Chiesa ha sempre permesso che i coniugi si potessero separare e non vivessero più insieme”, fermo restando che il vincolo matrimoniale “rimane stabile davanti a Dio” e “le singole parti non sono libere di contrarre un nuovo matrimonio finché l’altro coniuge è in vita”.

L’articolo di mons. Müller risponde poi a chi suggerisce alcune soluzioni discutibili, come il lasciare alla coscienza personale dei divorziati risposati la scelta di accostarsi o meno all’Eucaristia. “Sempre più spesso viene suggerito che la decisione di accostarsi alla comunione eucaristica dovrebbe essere lasciata alla coscienza personale dei divorziati risposati. Questo argomento, che si basa su un concetto problematico di ‘coscienza’, è già stato respinto nelle lettera della Congregazione del 1994”.

“Se i divorziati risposati sono soggettivamente nella convinzione di coscienza che il precedente matrimonio non era valido, ciò deve essere oggettivamente dimostrato dalla competente autorità giudiziaria in materia matrimoniale. Il matrimonio non riguarda solo il rapporto tra due persone e Dio, ma è anche una realtà della Chiesa, un Sacramento, sulla cui validità non solamente il singolo per se stesso, ma la Chiesa, in cui egli mediante la fede e il battesimo è incorporato, è tenuta a decidere”.

“Anche la dottrina dell’epichèia, secondo la quale una legge vale sì in termini generali, ma non sempre l’azione umana vi può corrispondere totalmente, non può essere applicata in questo caso, perché l’indissolubilità del matrimonio sacramentale è una norma di diritto divino, che non è dunque nella disponibilità autoritativa della Chiesa. Questa ha, tuttavia, il pieno potere — sulla linea del privilegio paolino — di chiarire quali condizioni devono essere soddisfatte prima che un matrimonio possa definirsi indissolubile secondo il senso attribuitogli da Gesù. Su questa base, la Chiesa ha stabilito gli impedimenti al matrimonio che sono motivo di nullità matrimoniale e ha messo a punto una dettagliata procedura processuale”.

E a chi si appella alla misericordia di Dio, mons. Müller risponde mettendo in guardia dal “falso richiamo alla misericordia” che porta a banalizzare l’immagine stessa di Dio, “secondo la quale Dio non potrebbe far altro che perdonare”.

“Al mistero di Dio appartengono, oltre alla misericordia, anche la santità e la giustizia; se si nascondono questi attributi di Dio e non si prende sul serio la realtà del peccato, non si può nemmeno mediare alle persone la sua misericordia. Gesù ha incontrato la donna adultera con grande compassione, ma le ha anche detto: «Va’, e non peccare più» (Giovanni, 8, 11). La misericordia di Dio non è una dispensa dai comandamenti di Dio e dalle istruzioni della Chiesa; anzi, essa concede la forza della grazia per la loro piena realizzazione, per il rialzarsi dopo la caduta e per una vita di perfezione a immagine del Padre celeste”.

Infine, mons. Müller insiste sulla cura pastorale dei divorziati risposati, specificando che essa non deve “ridursi alla questione della recezione dell’Eucaristia”, perché “oltre alla Comunione sacramentale ci sono diversi modi di entrare in comunione con Dio: nella fede, nella speranza e nella carità, nel pentimento e nella preghiera”. “Dio può donare la sua vicinanza e la sua salvezza alle persone attraverso diverse strade, anche se esse si trovano a vivere in situazioni contraddittorie – conclude il presule – Una cura pastorale fondata sulla verità e sull’amore troverà sempre le strade da percorrere e le forme più giuste”.

 
-> Il testo integrale dell’articolo sull’Osservatore Romano

 

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