Odore delle pecore e verità

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Riporto di seguito un commento di Don Antonio Ucciardo che prende spunto dall’articolo di Mons. Muller, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, sull’Osservatore Romano del 22.10.13.
Un commento che io ho trovato molto toccante, e al contempo utile per comprendere meglio e in concreto la delicata questione dei divorziati risposati.

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Un articolo di Mons. Mueller rilancia il tema spinoso dell’accoglienza dei divorziati risposati. A volte sembra ai più che la dottrina sia un abito preconfezionato, qualcosa da adattare o di cui disporre liberamente. Non ho una grande esperienza in merito, ma ho sempre pensato che la Chiesa debba essere vicina a queste situazioni, senza peraltro tradire il suo mandato.
Ogni sacerdote sa quanto sia doloroso l’argomento. Ci sono due modi per non affrontarlo. Il primo è quello di liquidare la questione, determinando spesso uno stato di angoscia che non è sicuramente evangelico. La verità non ha bisogno di chiusure e di mancanze di carità. Richiede, invece, disponibilità, tempo e fatica. E’ difficile che ci si trovi poi di fronte ad una chiusura radicale. Può avvenire, certo. Ma almeno si è fatto il proprio dovere, mostrando l’aspetto autentico della dottrina, che serve a rendere liberi e non prigionieri di assurdi pregiudizi contro la Chiesa.
Il secondo modo è quello di pensare di saperne più della Chiesa, o di essere la Chiesa. Nessun sacerdote, nessuna parrocchia, nessuna diocesi è la Chiesa. E’ soltanto il volto della Chiesa. Non siamo padroni, bensì ministri. Non penso che sia umiliante accettare di calarsi nel ministero stesso di Cristo, anche se bisogna a volte, come Cristo, essere mortificati, dileggiati, crocifissi. Umanamente è comodo e gratificante chiudere la faccenda fingendo che non ci sia una dottrina, cioè in modo autoreferenziale. E’ l’inganno peggiore che si possa dare alle anime!
Il cattolicesimo non è aut-aut, bensì et-et. Non bisognerebbe mai dimenticarlo!

Ricordo con nostalgia la pastorale concreta dei divorziati risposati che avevo messo su in una parrocchia. Cinque coppie, tirate fuori dalla vergogna, dal disimpegno, dalla rabbia.
Erano trascorsi pochi giorni dal mio arrivo, quando un collaboratore venne a redarguirmi:
– Hai dato la comunione ad una divorziata risposata!.
Io gli risposi:
– Non conosco le persone. Non sono Padre Pio. Se ti risulta che sia così, e se hai amicizia con la signora, dille che il parroco vuole salutarla.

Non ho mai dimenticato quel colloquio. Ribattevo ad ogni osservazione della donna, con calma e con quella che io ritenevo essere la chiarezza. C’era un terreno di fede, senza dubbio. Sentivo le solite accuse contro la rigidità della Chiesa, il giudizio della coscienza, l’amore che solo Dio può conoscere. Avevo ormai esaurito tutte le mie argomentazioni. Poi chiesi:
-Lei crede veramente, con tutta se stessa, che Gesù è Dio?
-Sì, padre-
-Lei crede con tutto il cuore che Gesù è il Suo Salvatore?
-Certo-
-Lei crede che Gesù ha lasciato alla Sua Chiesa, quale mezzo ordinario della salvezza, il Suo Corpo e il Suo Sangue?
-Sì, altrimenti non sarei qui.
-Bene! lei crede che Gesù è Onnipotente?
-Certo che lo è.
-E allora non pensa che nel suo caso Gesù possa dispensarsi dalla norma che ha stabilito e salvarla in altro modo?.
Silenzio di tomba. Poi due lacrime.
– Certo che può!
Le insegnai, o le ricordai, il valore della comunione spirituale.
-Domenica prossima voglio vedere anche suo marito.
Avvenne così. Ed io ebbi sempre una coppia splendida, che pian piano si inserì, per quello che poteva fare. Successivamente vennero le altre. Ogni domenica, o nei giorni feriali, offrivano al Signore la loro sofferenza. Mettendo a tacere, con la loro gioia e la loro disponibilità, i soliti ipocriti benpensanti. Ad uno di costoro mi toccò dire un’amara verità: -Vedi, se avessimo qui dieci coppie regolari con la loro stessa fede, avremmo già visto una nuova fecondità nella vita della parrocchia-.
L’amicizia non è mai venuta meno. Quando ci sono dubbi o si vuole soltanto parlare, con la massima riservatezza, padre Antonio c’è sempre.
Stesse cose possono raccontare decine di confratelli. Ma agli occhi della gente, e di certi cattolici, passeremo sempre per bigotti.
 
Antonio Ucciardo