Il presepe, quando la fede impregna la vita

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L’esempio della venerabile Maria Cristina di Savoia

a cura di P. Pietro Messa di P. Gianni Califano

L’attesa del Natale è autentica se fatta in compagnia, ossia con la Chiesa e vi sono soprattutto alcuni personaggi che ci accompagnano, come il profeta Isaia, Giovanni Battista, la Vergine Maria Immacolata, san Giuseppe. In questo 2013 particolari compagni di attesa sono Angela da Foligno, di cui il prossimo 4 gennaio sarà proclamata solennemente la canonizzazione equipollente, e la venerabile Maria Cristina di Savoia, che sarà beatificata a Napoli il 25 gennaio. Proprio quest’ultima indica come il presepe può essere un modo semplice ma efficace perché la fede impregni tutta la vita, come mostra la seguente narrazione di p. Gianni Califano, postulatore.

L’infanzia e la giovinezza di Maria Cristina descrivono un personaggio dalla forte tempra spirituale. Numerosi sono i segni dell’azione santificante con cui Dio l’andava preparando al ruolo cui era destinata. Altrettanto numerose le testimonianze di una vita in lei precocemente virtuosa.

Maria Cristina era nata a Cagliari il 14 novembre 1812, ultima delle figlie di Vittorio Emanuele I di Savoia e di Maria Teresa d’Asburgo. I Savoia, in quel tempo, erano stati costretti a ritirarsi in Sardegna a causa del predominio napoleonico in Piemonte. Un senso di delusione aveva circondato la culla di Maria Cristina il giorno stesso della sua nascita: tutti avrebbero desiderato un erede per la dinastia. L’unico figlio maschio del re di Sardegna, Carlo Emanuele, era infatti morto prematuramente a soli tre anni.

La vita alla corte di Cagliari non aveva certo gli agi della ricca Torino. Ma alla bambina non mancò di essere allevata in un sincero clima di fede. Una settimana dopo il parto la mamma volle portarla al santuario di Bonaria per invocare su di lei la protezione della Madonna. La Vergine gradì quel gesto di devozione e iniziò a vegliare sulla piccola, concedendole salute e grazia. Maria Cristina, crescendo, avrebbe imparato a ricambiare con atti d’amore quel particolare legame con la Madre di Dio.

Nel 1814, con la sconfitta di Bonaparte, si crearono le condizioni per un ritorno di Vittorio Emanuele a Torino. Maria Teresa e le figlie lo raggiunsero l’anno successivo. La piccola Maria Cristina, a corte chiamata familiarmente “Tintina”, fu affidata all’educazione di un precettore, l’olivetano padre Giovanni Terzi. Questi avrebbe poi svolto un ruolo importantissimo nella crescita spirituale della fanciulla. Divenne suo confessore e suo consigliere restandole al fianco anche quando divenne Regina, fino al giorno della morte.

L’ambiente della corte sabauda era fin troppo austero per contenere la vivacità di una bambina di tre anni. “Tintina” seppe però adattarvisi bene, anche perché dotata di un indole incline all’ordine e alla pietà. Negli studi riportava risultati sorprendenti. Aveva acquisito un modo elegante di esprimersi e di scrivere, amava la lettura e compilava diligentemente i suoi quaderni firmandosi graziosamente “studente M. Cristina”. Per il suo modo assennato di comportarsi, decisamente superiore alla sua età, si guadagnò tra le sorelle e i famigli il soprannome di “vecchiettina”. Ella stessa ne rideva, quando sentiva chiamarsi così.

Una nota di misticismo e di profonda pietà, insolita per i bambini, caratterizzava la sua fisionomia spirituale. Con molta compunzione recitava le preghiere del mattino e della sera. In ogni atto di devozione metteva una nota di personale e convinta partecipazione. Aveva poi una vera “passione” per la preghiera del rosario. Era in uso presso la famiglia reale recitarlo in comune nel tempo di quaresima, ma per accontentare i suoi desideri si prese a recitarlo assai frequentemente. All’ora stabilita la bambina prendeva una campanella e correva per le sale del palazzo, suonando per convocare al rosario le cameriste e le donne di servizio. Nella sua camera aveva un piccolo inginocchiatoio e diverse immagini sacre: su quella della Madonna Addolorata aveva scritto il suo nome e alcune espressioni dello Stabat mater: Fac ut ardeat cor meum, Fac ut tecum lugeam, Paradisi gloria. Amen.

Si sarebbe detto che la fede impregnava anche i suoi passatempi preferiti.

Ad esempio l’artistica preparazione del presepe che la impegnava per lungo tempo prima delle feste natalizie. Divenuta regina avrebbe mantenuto l’usanza di confezionare con le proprie mani nuovi vestiti in seta per i personaggi sacri. Uno sguardo incantato sulla natura, quasi contemplativo, le faceva trascorrere lunghe ore in giardino per la cura delle piante e dei piccoli animali, dai quali si sentiva attratta.

I grandi avvenimenti della storia che coinvolgevano la dinastia sabauda si riflettevano in maniera ora lieta ora triste nel suo giovane cuore. Aveva nove anni quando il re Vittorio Emanuele I, a seguito dei moti rivoluzionari del 1821 dovette rinunziare al trono, abdicando in favore del fratello Carlo Felice. La sera di quel triste giorno Maria Teresa convocò le figlie e spiegò loro che da quel momento avrebbero dovuto considerarsi “semplici particolari” del re loro padre non più regnante, e che era mutata la loro condizione di privilegio. Tutto questo avvenne nella cappella privata dell’appartamento reale, in un clima di composta accettazione e di grande fortezza morale. All’alba del 31 marzo 1821 partirono alla volta di Nizza.

Tre anni più tardi Vittorio Emanuele morì nella residenza che avevano stabilito a Moncalieri. Fu il primo grande dolore di Maria Cristina, ormai undicenne. Ancora una volta la fede l’aiutò a superare il senso di vuoto e di smarrimento. Destinò i suoi risparmi per la celebrazione di numerose messe in suffragio del papà, e dispose moltissimi lasciti ad orfani e famiglie bisognose. Di questa generosa carità fanno fede i minuziosi appunti di contabilità, fissati diligentemente sui suoi quaderni.

Nella Pentecoste del 1824 Leone XII annunciò un grande evento per tutta la chiesa: l’apertura della Porta Santa e la celebrazione del Giubileo. La regina Maria Teresa e le figlie Maria Anna e Maria Cristina, già il 21 ottobre si trasferirono a Roma, ospiti del principe Massimo, per non mancare all’evento. Per ben sette mesi parteciparono alle sacre funzioni in San Pietro, visitarono le basiliche, le catacombe, e i ricordi dei santi. In una di quelle visite Cristina ricevette, da parte del Papa, un dono particolare: le reliquie della santa martire Giasonia.

Nei giorni del Giubileo il popolo romano poté imbattersi talvolta nella principessa Maria Cristina, che con la madre e la sorella, percorrevano penitenzialmente le strade di Roma. Con una modestia ed un raccoglimento singolare, volto coperto, corona in mano, e senza scarpe, si recavano in visita alle Basiliche, suscitando al loro passaggio commozione ed emulazione.

Furono mesi di un intensa esperienza spirituale. In particolare si radicò nella principessa un profondo amore per il Papa, che vecchio e malato governava la Chiesa dal 1823. Per lui offriva la sua preghiera, e nella circostanza delle udienze private di cui era favorita con la mamma gli dimostrava particolare affetto e devozione .

Da: Gianni Califano, Maria Cristina di Savoia. Regina delle Due Sicilie, Velar, Gorle 2013.
 
[Fonte: Cristiano Cattolico, 12 Dicembre 2013]