Quel pezzetto d’eternità nel lager

Hetty Hillesum

di Cara Ronza
 
Il 27 gennaio, Giorno della memoria, ricorderemo una delle più grandi tragedie del Novecento: la Shoah, sterminio sistematico del popolo ebraico, con la vergogna delle leggi razziali, l’orrore della persecuzione e della deportazione, il disprezzo dell’uomo a cui ha saputo arrivare la follia nazista.

Di fronte a questa tragedia abnorme, alla violenza inaudita, al dolore incancellabile di chi è sopravvissuto, si accendono sentimenti, emozioni, pensieri. Ci assale l’indignazione, magari un confuso senso di colpa oppure ancora l’angoscia che il male possa produrre altre mostruosità del genere. Ci inchioda la paura di cose da cui non saremmo in grado di difenderci, di fatti che potrebbero stravolgere la nostra esistenza.

Ma «non sono i fatti che contano nella vita, conta solo ciò che grazie ai fatti si diventa», scrive Etty Hillesum. E lo fa mentre si trova a Westerbork, il campo di concentramento da dove gli ebrei olandesi partivano per la loro destinazione finale. Roba da matti. Come si fa a dire che i fatti non contano? Ad avere una certezza, una speranza così? «Per sperare, bimba mia, bisogna essere molto felici», direbbe Peguy. Ma come si fa a essere felici in un campo di concentramento?

Bisogna leggere il diario e le lettere di questa giovane donna, morta a 29 anni ad Auschwitz nel 1943, per avere la prova inconfutabile che anche con i piedi piantati nella realtà più maledetta si può vivere una felicità «perfetta e piena». Etty Hillesum sapeva bene ciò che stava accadendo a lei e al suo popolo – «vogliono il nostro totale annientamento» –, eppure considerava il male che le rovinava addosso dall’esterno meno pericoloso dell’odio che poteva nascerle nel cuore. «Le mie battaglie le combatto contro di me, contro i miei propri demoni», nemici di cui comunque non aveva paura. Anche perché era troppo impegnata a fare altro. «Si deve contribuire ad aumentare la scorta d’amore su questa terra. Ogni briciola di odio che si aggiunge all’odio esorbitante che già esiste, rende questo mondo inospitale e invivibile».

Era un’illuminata oppure una visionaria? Bastano poche note biografiche per capire che era una donna più che mai attaccata alla vita, sempre inquieta, affamata di conoscenze e di esperienze. Quando inizia a scrivere il suo diario, l’8 marzo 1941, ha 27 anni, è laureata in Giurisprudenza e studia per prendere una seconda laurea in Lingua e letteratura russa. Viene da una famiglia colta di ebrei non praticanti. Ha già vissuto diverse relazioni, nessuna semplice, qualcuna ardita (con il vedovo Hendrik Wegerif, di 21 anni più vecchio di lei), ma sta per essere travolta da una passione che la porterà più lontano di quanto avrebbe mai potuto immaginare, oltre la possibilità di accontentarsi di qualcosa che finisce.

Si è messa a scrivere su suggerimento di Julius Spier, psicoterapeuta tedesco, allievo di Jung, con cui ha iniziato una terapia per cercare di fare ordine nel «gomitolo aggrovigliato» del suo animo. Spier ha 54 anni, è un uomo affascinante. Etty se ne innamora. Spier è «il cemento che salda i miei frammenti» e soprattutto la ricambia. Per capire l’universo di quel suo amante così elevato e complesso, Etty aggiunge alle sue letture preferite, Rilke e Dostoevskij, anche la Bibbia e a Sant’Agostino. Mentre intorno il mondo crolla, Etty ama, legge, vive. Scopre che Spier prega e che pure lei può pregare, perché nel suo cuore, insieme alla sua inquietudine, ha messo su casa anche Dio. «Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo».

Etty ora sa cosa deve fare. Nel luglio 1942 il campo di Westerbork, nel nord est dell’Olanda, diventa “campo di transito di pubblica sicurezza”, luogo di raccolta e smistamento per gli ebrei diretti ad Auschwitz. Il Consiglio Ebraico di Amsterdam, per cui sta lavorando come dattilografa, chiede al comando tedesco di potervi aprire una propria sezione, un “dipartimento di aiuto sociale”. Etty, che più volte avrebbe occasione di mettersi in salvo e di scappare dall’Olanda, si fa trasferire lì, per condividere la sorte del suo popolo, per accompagnare, confortare, offrire con i gesti, quando non può con le parole, l’imprevedibile pienezza che ha nel cuore. «Una volta che l’amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito», scrive nel suo diario. Nel campo, tra le baracche, spunta un gelsomino. «La vita è meravigliosamente buona», scrive.

Il Diario e le Lettere di Etty Hillesum, pubblicati in Italia da Adelphi, registrano l’avventuroso e ostinato percorso spirituale di questa donna nata cento anni fa, il 15 gennaio 1914, ma che sentiamo così vicina. Forse perché la sua vita è una testimonianza potente dell’irriducibilità dell’animo umano, che porta l’impronta del suo Creatore e solo quando riposa in Lui trova pace.
«Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile ma non è grave: dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà da sé. Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso; se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo; se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. È quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro. Sono una persona felice e lodo questa vita, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra».

[Fonte: lanuovabq.it, 15-01-2014]