Scuole paritarie significa meno statalismo

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La buona notizia per la libertà d’educazione è che la legge di stabilità ha ripristinato i fondi dello Stato per le scuole paritarie, anche se il problema ora sono le aliquote Tares decise dai comuni. In un’intervista recente il sottosegretario all’Istruzione (con delega alle scuole paritarie), Gabriele Toccafondi, ha fornito dati sull’attuale situazione della scuola italiana.

Su circa 9 milioni di studenti, le 13.500 scuole paritarie ospitano poco più di un milione di ragazzi e ricevono 500 milioni (dati 2013) dallo Stato per questo servizio. Ovvero, come è facile calcolare, una percentuale molto più bassa dei fondi che le spetterebbero, anche perché è stato calcolato che la loro presenza comporta per lo Stato un risparmio annuo di 6 miliardi di euro.

Toccafondi ha spiegato che «ogni posto tagliato nella paritaria si trasforma in un posto nella scuola comunale, ma a costi estremamente più alti per le finanze pubbliche. Il sistema statale non funzionerà meglio se tolgo i pochi finanziamenti a quello non statale. E’ una questione di numeri: allo Stato ogni alunno di scuola paritaria costa annualmente 584 euro nell’infanzia, 866 euro nella primaria, 106 euro nella scuola secondaria di primo grado, 51 euro nella scuola secondaria di secondo grado. Invece la spesa per studente delle istituzioni scolastiche statali è di 6.351 per la scuola primaria, 6.880 per la scuola secondaria

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E tuttavia, solo in Italia permane l’anomalia per cui chi decide di mandare un figlio alla scuola paritaria deve pagare due volte: la prima volta con le tasse allo Stato e la seconda con la retta della scuola. La proposta è dunque di «introdurre la detraibilità dalle imposte per le spese sostenute per le rette scolastiche da parte delle famiglie che mandano i figli nelle scuole paritarie lungo tutto il ciclo formativo»Un’altra proposta, firmata da Guido Tabellini, professore di economia presso l’Università Bocconi, e Andrea Ichino, ordinario di Economia Politica presso l’Università di Bologna, è quella di una scuola totalmente autonoma (come le “Charter schools” in America e le “Grant Maintained schools” nel Regno Unito), scuole, cioè, completamente autonome nella gestione dell’istruzione, ma pagate interamente dallo Stato.

In tema di scuola, rispetto all’ora di religione, ci sembra interessante sottolineare l’intervento di Onorato Grassi, docente di Storia della filosofia medievale alla Lumsa di Roma, il quale ha spiegato che «se tale insegnamento fosse tolto, nella scuola, le altre discipline si affollerebbero per prenderne il posto, come già acutamente avvertiva John Henry Newman nell’800, e, di volta in volta, la psicologia, la sociologia, la scienza politica o quant’altro si prenderebbero il compito di spiegare i veri caratteri del “religioso”. In secondo luogo, l’insegnamento della religione deve contribuire a rispondere a due distinte e complementari esigenze: quella dell’educazione del senso religioso e quella della verifica della propria tradizione religiosa. Non è solo la scuola, ovviamente, a rispondere a questo compito; ma essa può farlo sia nella valutazione critica dei pregiudizi che possono soffocare la naturale dimensione religiosa umana, contribuendo a mantenerla viva, come costante domanda e apertura, sia nella comprensione del contenuto della tradizione religiosa in cui si è cresciuti e in cui si vive, quale condizione della sua verifica e della sua accettazione».

Ieri il card. Angelo Bagnasco ha annunciato che la Chiesa italiana scenderà in piazza il prossimo 10 maggio, insieme a papa Francesco, per chiedere a parlamento e governo di interrompere «la grave discriminazione per cui, nel nostro Paese, da un lato si riconosce la libertà educativa dei genitori, e dall’altro la si nega nei fatti, costringendoli ad affrontare pesi economici supplementari». Il Santo padre, non solo ha dato la sua approvazione, ha spiegato il presidente della CEI, ma ha assicurato la sua personale presenza

[Fonte: UCCR, 28.01.14]