Otranto, la cattedrale fra i due mari

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di Margherita Del Castillo

La Messapia è, per definizione, terra tra due mari e corrisponde all’attuale territorio della Murgia meridionale e del Salento. Un villaggio messapico sorgeva un tempo (VIII sec. a C.) dove oggi si innalza la Cattedrale di Otranto che prese il posto di un tempio paleocristiano, a sua volta preceduto da una domus romana. Consacrata nel 1088, la chiesa venne in gran parte modificata dopo l’occupazione dei Turchi del 1480, che la trasformarono in moschea. A quell’epoca risale, per esempio, il grande rosone aperto sulla severa facciata, in pietra leccese e a doppio spiovente, che, con i suoi sedici raggi e i rispettivi trafori, rispecchia i canoni dell’arte gotico-araba. Più tardo, invece, è il grande portale, aggiunto nel 1674.

Un’armonica fusione di diverse correnti artistiche è anche lo spazio interno, a tre navate, suddivise da colonne di granito, e abside semicircolare. Tra il 1163 e il 1165 venne eseguito l’elemento che ha reso questo edificio sacro celebre in tutto il mondo non per le dimensioni, anche se è il più grande d’Europa, ma per il significato ancora da definire: il mosaico pavimentale, opera del monaco Presbitero Pantaleone che vi appose la propria firma sul lato inferiore.

Centinaia di tessere policrome di calcare locale ricoprono, per circa 660 metri quadrati, la navata maggiore, parte di quelle laterali, l’abside e il presbiterio. Perno della composizione è il maestoso albero centrale, sorretto da due imponenti pachidermi, che qui svolgono la funzione di cariatidi. Tra i rami di questo Albero della Vita, che si aprono simmetricamente, la superficie è popolata da animali fantastici, esseri demoniaci, centauri, guerrieri e uomini nudi il cui significato non è sempre di immediata comprensione. Essi, per lo più, svolgono un ruolo di contorno a scene particolarmente significative quali la costruzione della Torre di Babele o il volo di Alessandro Magno che rappresentano, in negativo, la superba bramosia di grandezza. Al vertice dell’imponente pianta, la Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre si arricchisce dell’insolito particolare della figura di Re Artù che cavalca un caprone, della quale davvero innumerevoli sono state le interpretazioni. Il ciclo dei Mesi, iconografia presa in prestito dalla scultura romanica, qui sta a significare l’attività umana cui l’uomo è destinato in seguito al Peccato Originale, in un’ottica, però, di Redenzione. Le scene veterotestamentarie del ciclo di Giona e della lotta di Sansone con il leone sono, infatti, simbolo della morte e della resurrezione del Cristo ed introducono nella narrazione musiva la certezza della speranza e della salvezza.

Di straordinaria bellezza è, infine, la cripta, tra le più antiche di Puglia, che con le sue 45 campate, generate da colonne di reimpiego, di diverso materiale, diversa fattura e provenienza, architettonicamente rappresenta un perfetto connubio tra Oriente ed Occidente.

(Fonte: lanuovabq.it)