Attacco ONU alla Chiesa: si alza l’asticella di una guerra ideologica e dottrinale

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Il rapporto del Comitato per i Diritti del Fanciullo, fondato su osservazioni per lo più superficiali e contraddittorie, è un esempio di ingerenza dottrinale che ha radici profonde.

Ai tempi della scuola chi non si è imbattuto nei propri libri di storia in lunghi capitoli che raccontavano del “secolarismo” della Chiesa, pronti a combattere gli Stati d’Europa per difendere o ampliare i territori dello Stato Pontificio? Ai giorni nostri, invece, ci siamo abituati ad assistere al fenomeno opposto, e cioè ad un costante assedio da parte del “pensiero unico” laico ai territori che la Chiesa ancora conserva come i propri, quelli ideali della morale e della dottrina. Il rapporto del Comitato per i Diritti del Fanciullo diffuso il 5 febbraio scorso, un documento di sedici pagine che vuole valutare la conformità dello Stato della Città del Vaticano rispetto alla Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, è solo l’ultimo attacco, e di certo il più eclatante, che arriva dal pulpito laico più condiviso del pianeta. Il rapporto giunge in risposta all’audizione tenuta da monsignor Silvano Tomasi il 14 gennaio scorso, che presentava – atto richiesto a tutti gli Stati firmatari – i progressi della Santa Sede nell’applicazione della Convenzione che, ricordiamo la Santa Sede ha firmato nel 1990. Ebbene, il rapporto del Comitato, per la sua durezza costruita soprattutto su pregiudizi, faziosità e lacune, ha indotto molti osservatori a riconoscere un forte elemento di “cattofobia” da parte delle Nazioni Unite. Questo atteggiamento ha radici lontane, e ci chiede di analizzare il documento in profondità.

Se guardiamo la carta d’identità del Comitato per i Diritti del Fanciullo, scopriamo che si tratta di un gruppo di 18 persone elette dai membri firmatari della Convenzione, che lo statuto dell’ONU definisce “indipendenti”, “di carattere altamente morale” e “di riconosciuta competenza nel campo dei diritti umani”. L’aggettivo “indipendente” stabilisce che questi esperti esprimono posizioni personali, non vincolanti e non rappresentative dei Paesi di provenienza (tra questi, va notato, ritroviamo l’Arabia Saudita e la Federazione Russa, nazioni tutt’altro che limpide in tema di diritti umani). La guida di questo comitato è affidata a Susana Villarán, sindaco di Lima, cattolica conosciuta per le sue vivaci campagne condotte contro i vescovi del suo Paese a favore del matrimonio omosessuale, dell’aborto e delle questioni legate al genere, campagne che includono partecipazioni a gay pride e simbolici matrimoni omosessuali (non legali in Perù) celebrati presso il suo comune. Insomma, per comprendere le ragioni di questo atteggiamento anticattolico in seno all’ONU, occorre guardare alle basi del funzionamento dei suoi organismi. In merito a questo il direttore di La Nuova Bussola Quotidiana Riccardo Cascioli, intervistato da Aleteia, ha dichiarato: “In realtà oggi all’ONU il vero potere ce l’hanno in mano le agenzie: queste sono più di 40, vanno dall’UNICEF, all’Organizzazione Mondiale della Sanità, per citare solo le più note. Nel corso degli anni questi programmi, commissioni e agenzie hanno acquisito un potere importante, in quanto agiscono sul territorio delle singole nazioni e avendo in mano una notevole quantità di fondi comandano anche le operazioni. Tanto per fare un esempio, le politiche di controllo delle nascite nei Paesi in via di sviluppo molto si devono al potere di queste agenzie, che sono in grado di negare i fondi a quegli stati che non incoraggiano all’uso dei contraccettivi o all’aborto”.

In realtà, un numero crescente di governi sta spingendo per una riforma delle Commissioni ONU, viste con diffidenza proprio a causa dello scollamento che c’è tra i singoli membri (che agiscono da privati cittadini) e le politiche degli Stati di provenienza, ma anche a causa di una tendenza di questi organismi a spingersi ben al di là della loro funzione originaria, che è quella di controllare l’applicazione delle Convenzioni da parte dei Paesi firmatari. Continua infatti Riccardo Cascioli: “Quello che sta accadendo negli ultimi anni è che queste commissioni come quella dei Diritti del Fanciullo stanno andando molto al di là di quello che sarebbe il loro mandato, cercando di condannare ed esercitare pressioni anche su questioni che non spetterebbero a loro. Questo avviene perché questo ‘sistema delle agenzie’, tra cui sono le Commissioni, è composto da burocrati, personaggi, funzionari che vengono eletti dagli Stati. Soprattutto c’è stato, a partire dagli anni Sessanta, una forte infiltrazione di lobby molto interessate, o al controllo delle nascite oppure alle questioni del femminismo, all’aborto, ecc. Oggi in realtà queste agenzie sono di fatto tutte in mano ad una lobby molto potente, che è riuscita di fatto a convogliare un’enormità di fondi internazionali per lo sviluppo, per aiuti umanitari, ecc., in battaglie che sono invece l’agenda del radicalismo femminista, dei gay e su altri argomenti di questo tipo”.

Questa lettura ci spiega, se spostiamo l’attenzione sui suoi contenuti, perché le 16 pagine di un documento che dovrebbe trattare la materia di diritti dell’infanzia affronti anche tematiche a questa estranee, come l’omosessualità, o addirittura in contraddizione, ed è il caso dell’aborto. Su ognuna di queste, il Comitato rileva delle violazioni da parte del Vaticano, che viene invitato a dare atto a politiche di riforma. Significativamente, la prima questione trattata è quella che appare più lontana dal mondo dell’infanzia, e cioè l’omosessualità. Eppure il Comitato non può fare a meno di notare la discrepanza tra la dichiarazione “progressista” rilasciata da Papa Francesco nel luglio del 2013 di ritorno da Rio e le “dichiarazioni del passato della Santa Sede”, che contribuirebbero alla discriminazione sociale e alla violenza contro “adolescenti lesbiche gay, bisessuali e transgender, e dei bambini cresciuti da coppie omosessuali”. L’argomentazione riflette un atteggiamento assunto regolarmente negli ultimi tempi da parte dei nemici della Chiesa, e cioè la strumentalizzazione della novità incarnata dal discorso di Papa Francesco in funzione anti-Vaticano. In realtà, come lo stesso don Fiorenzo Facchini ha ripetuto ad Aleteia nella sua intervista di due giorni fa, il “chi sono io per giudicare?” di Francesco va riferito alle persone, non ai loro comportamenti. L’attuale Pontefice, insomma, non va considerato un moderno e modernista “picconatore” della dottrina morale cattolica come è stata concepita fino ad oggi, dottrina che egli non ha mai inteso scardinare e alla quale invece il Comitato non risparmia un attacco che sa tanto di ingerenza “etica”. Cascioli rileva: “E’ certo che certe affermazioni di Papa Francesco, ben comprensibili all’interno di un anelito di incontro con gli altri, sono volutamente strumentalizzate per far credere che la Chiesa stia cambiando dottrina. A questo contribuiscono alcune forze all’interno della Chiesa, che guarda caso si prefiggono la stessa agenda dei nemici esterni su quei temi: tra questi ci sono l’episcopato tedesco, quello austriaco e quello svizzero”.

Un secondo aspetto su cui la Chiesa è criticata, e qui entriamo nella questione del gender, riguarda il suo modo di comunicare e definire i ruoli maschile e femminile nel linguaggio, ancora impigliato negli stereotipi di genere soprattutto nei testi scolastici e incline a promuovere “complementarietà e uguaglianza di dignità”, due concetti contrari al “pensiero unico” che la Convenzione intende instaurare.

Un’altra questione evidenziata è quella dei sequestri e del traffico di persone, che viene accompagnata da una rapida menzione dei casi avvenuti nel passato in Spagna e nelle case Magdalene in Irlanda (raccontate nel discutibile film di Peter Mullan di qualche anno fa). In realtà i casi menzionati, per quanto ritenuti all’ordine del giorno dal Comitato, riguardano il passato, e questo il documento sembra ignorarlo, dato che la chiusura dell’ultima casa Magdalena risale a quasi vent’anni fa. Per chiederle di astenersi dal promuovere comportamenti violenti verso i bambini, esso suggerisce alla Chiesa di attenersi ad una “corretta interpretazione delle Scritture” nei suoi precetti e nei suoi insegnamenti, mostrando una straordinaria fiducia e disinvoltura nei confronti delle proprie competenze esegetiche.

Il quarto punto, la pedofilia, è certamente quello bollente, ma anche quello su cui il documento tocca le sue vette di pregiudizio nei confronti della Chiesa. Stupisce la grande superficialità con cui il tema del “sexual abuse” è introdotto, con riferimenti vaghi a “decine di migliaia di bambini” colpiti in tutto il mondo. Le osservazioni poi sulle politiche di copertura dei preti pedofili sembrano basarsi su casi piuttosto datati, e nella loro accusa “di non aver assunto le necessarie misure” per proteggere i bambini non prendono per nulla in considerazione il Rapporto presentato da monsignor Tomasi meno di un mese fa e che descriveva gli strumenti approvati negli ultimi anni per far fronte a, e sono parole del Rapporto, questo “triste fenomeno”. In realtà, come racconta il libro Pedofilia. Una battaglia che la Chiesa sta vincendo (Sugarco, Milano 2014) di Massimo Introvigne e Roberto Marchesini (recensito su Aleteia), la Chiesa fin dal 1995 ha cominciato a prendere atto del fenomeno, mostrando una continuità che unisce Giovanni Paolo II, Benedetto XVI (che solo nel biennio 2011/2012 ha ridotto allo stato laicale 400 sacerdoti accusati di abusi) e ora Francesco. Eppure, a dispetto della gravità del problema, Cascioli fa osservare come esso sia ridotto dai “cattofobici” a semplice pretesto: “Come si elimina la Chiesa? Soprattutto screditandola. Per questo la pedofilia diventa un pretesto per fare questa battaglia contro la Santa Sede. Questo è anche paradossale, perché magari sono le stesse lobby che da un’altra parte cercano di promuovere la pedofilia, di far sì che vanga accettata, perché sappiamo che a livello internazionale dopo l’omosessualità si sta cercando di trasformare anche la pedofilia in uno dei tanti orientamenti sessuali possibili: questo succede in Olanda, ma anche in Italia, ad esempio, dove i radicali si stanno battendo perché venga abbassata l’età per il consenso dei rapporti sessuali, o addirittura di eliminarla completamente”.

Le ultime due questioni toccate dal documento hanno a che fare con la cosiddetta “salute riproduttiva”, concetto ambiguo contro il quale nel luglio del 2012 si era scagliata l’on. Binetti in Parlamento, che con un’interrogazione puntualizzava come non si potessero accomunare, come invece avviene, la promozione materno-infantile con la contraccezione (preventiva e d’emergenza) e l’aborto. Riprendendo quella definizione, il Comitato chiede alla Chiesa di rivedere “la sua posizione sull’aborto con urgenza”, intervenendo sul Codice di Diritto Canonico, e di “garantire agli e alle adolescenti l’accesso alla contraccezione”. Proprio Papa Francesco, citato più volte nel documento come difensore di una visione “progressista” ma qui “stranamente” ignorato, nella sua esortazione apostolica “Evangelii Gaudiuum” ha escluso la possibilità che la Chiesa riveda la sua posizione dottrinale sulla difesa della vita umana, la quale non può pagare il costo di alcun presunto tentativo di modernizzazione. “Del resto – ricorda ancora Cascioli – bisogna tener conto che “la Convenzione, nel preambolo, sottolinea che il fanciullo va difeso “prima e dopo la nascita”. Quindi di per sé sarebbe l’opposto di quello che questa Commissione sostiene. E poi chiede che la Chiesa cambi la Dottrina su queste cose, quindi si tratta di un attacco alla libertà religiosa che non riguarda soltanto la Chiesa, ma riguarda tutti. C’è un affermarsi di un’ideologia fortemente statalista, in cui lo Stato entra dentro qualunque aspetto della vita della Chiesa”. In poche parole, l’unico aspetto che con i suoi pregiudizi e le sue evidenti ingerenze questo documento sembra rivelare è l’urgenza di una riforma dei meccanismi e delle strutture partorite in seno al massimo organismo mondiale con sede a New York.
 
(Fonte: Aleteia, 8.02.14)
 

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