Morto il regista Gabriel Axel, che con “Il pranzo di Babette” ci insegnò che la Grazia è gusto

Il pranzo di Babette

Il critico culinario Paolo Massobrio commenta per tempi.it il film che regalò l’Oscar al regista danese: «È l’esemplificazione della liberazione, della vita che ricomincia, che spacca schemi e pregiudizi».

Il 9 febbraio è morto a 95 anni Gabriel Axel, regista danese che con Il pranzo di Babette vinse l’oscar nel 1987 per il miglior film straniero. Fu il suo unico successo internazionale. Cosa abbia affascinato la giuria di Hollywood, e non solo, della pellicola incentrata sull’irruzione di una cuoca francese e della sua cucina in una setta di morigerati puritani, prova a dirlo a tempi.it il critico culinario e giornalista Paolo Massobrio, secondo cui il film «è l’esemplificazione della liberazione, della vita che ricomincia, spaccando gli schemi, i pregiudizi».

CUCINA E CORRISPONDENZA. Il film, tratto da un racconto di Karen Blixen, racconta dell’arrivo in un piccolo villaggio danese di una celebre chef parigina, Babette, fuggita a causa dei moti del 1871 che culminarono con l’instaurazione della Comune. La cuoca si mette al servizio di due sorelle e per ringraziarle dell’ospitalità decide di preparare per loro un banchetto a base di brodo di tartaruga, quaglie e altre prelibatezze sconosciute nel villaggio e ritenute peccaminose dalla comunità protestante. Proprio durante il pranzo, la vita dei personaggi, fino a quel momento opaca, esce allo scoperto. Questo perché «il gusto – dice Massobrio – è segno di qualcosa che è capace di fare dei racconti nuovi e che ad un certo punto irrompe, anche nel mezzo di una discussione o di un clima asfittico, come quello della piccola comunità protestante per cui Babette si mette a cucinare». «Perché tutto questo abbia una strada -prosegue – ci vuole qualcuno che introduca i piatti e nel film è il generale che li descrive stupito, ammaliato dalla bontà del vino, ad amplificare una sensazione che tutti gli altri personaggi hanno avvertito».

CHE COSA E’ SUCCESSO? Dopo il pranzo, «i commensali si ritrovano ballando fuori dalla casa», spiega Massobrio, «perché è accaduto qualcosa di inaspettato che ricompone la loro unità». Che cosa è accaduto, grazie alla cucina di Babette? «Si sentono diversi, più amici, perché hanno trovato una cosa che, nonostante i pregiudizi settari (il vino non si beve, il pranzo sontuoso è peccato) corrisponde loro». Massobrio sottolinea come «non ci sarebbero però mai arrivati se la protagonista, la cuoca, non avesse deciso di dare tutto ciò che aveva». Il paragone «è con Dio che dà tutto perché gli uomini ritrovino se stessi, persino la gioia, persino il rapporto con l’altro che era ostile. Ma davanti a una positività, a una bellezza che ha un sapore, tutto diventa riconoscibile».

FILM PREFERITO DA PAPA FRANCESCO. Il Pranzo di Babette è anche il film preferito di papa Francesco. Per il Pontefice «vi si vede un caso tipico di esagerazione di limiti e proibizioni. I protagonisti sono persone che vivono in un calvinismo puritano esagerato, a tal punto che la redenzione di Cristo si vive come una negazione delle cose di questo mondo». «Quando arriva la freschezza della libertà tutti finiscono trasformati. In verità questa comunità non sapeva che cosa fosse la felicità. Viveva schiacciata dal dolore. Aveva paura dell’amore». Anche Massobrio è dello stesso parere: il film descrive «l’invito a lasciare le proprie misure di fronte a qualcuno che ti ha dato tutto». «Da un atto di amore – prosegue il critico culinario – si replica l’amore, che ha le sembianze di qualcosa di gratuito, di buono, che è fatto per te. Come il mondo, come la vita, che sono fatti per te, per me». «Ci sono tantissimi significati in questo film: dall’attore che dona se stesso, al maestro che ti insegna come apprezzare una cosa, alla riscoperta che c’è una strada diversa da quella che si pensava». Quello centrale, per Massobrio, esemplificato dalla cucina di Babette è che «la libertà inizia da un atto gratuito, da quello che il Papa chiama amore, per replicarsi ancora». Per questo, conclude, «anche per me è il film più bello della mia vita».

(Fonte: Tempi, 13.02.14)