October Baby: Un inno alla vita in un film che “parte” dall’aborto

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Gianna Jessen è viva, e lo sa. Più di noi lo sa. Infatti, Gianna sa che la sua vita dipende da un fatto, un fatto che è successo oltre qualsiasi progetto umano, anzi, nel suo caso più di altri, “nonostante” un progetto umano. Il progetto era un aborto. Gianna è quello che in gergo tecnico chiamiamo un “failed abortion”: un aborto fallito. Cioè, è il frutto di un tentativo di aborto tardivo (24 settimane) che, eseguito evidentemente in maniera un po’ maldestra, le ha permesso di nascere viva. October baby è un film sulla sua storia, o perlomeno è ispirato alla sua storia perché le divergenze con la sua storia vera sono parecchie.

Ci sono diversi elementi raccontati nel film che non coincidono con quanto realmente accaduto, alcuni di essi hanno anche il sapore del colpo di scena cinematografico e me ne guardo bene dal raccontarli, e ce ne sono altri meno importanti che “sviano” le indagini. Primo fra tutti la stessa data di nascita, che per la vera Gianna non è in “october”, ma il 6 aprile del 1977 . Ma, bando alle divergenze, il “succo” c’è tutto.

E il succo non è solo l’evidenza che l’aborto è una cosa sbagliata. October baby è la storia di una ragazza che, a seguito di una serie di patologie, di difficoltà neuromotorie e una forma di crisi epilettiche, scopre la storia della sua nascita così particolare e della sua adozione da parte di quelli che fino a quel momento ha creduto i suoi genitori biologici. Dal momento in cui scopre le sue origini, Hanna (questo il nome della protagonista nel film) desidera andare a conoscere la sua madre biologica, e quindi parte.

Il film è il racconto di questo viaggio. Il film è il racconto del rapporto tra le persone che partecipano della vita di Hanna, i suoi genitori adottivi, i suoi amici (eccezionale Jason!), le persone incontrate (per caso?) sul cammino e, finalmente, la sua vera madre. Il film è il racconto di donne e uomini che giocano la loro libertà.

L’aborto, vessillo della libertà delle donne, ha tolto la libertà a tutti. “Tre settimane fa ho scoperto che la mia intera vita è una bugia, così ho intrapreso il viaggio”. In fondo andava tutto bene, gli elementi per una vita serena c’erano tutti, ma non c’era la verità. E quindi, immediatamente, è sorto il desiderio di andare a fondo, di vedere il fondo della questione, il desiderio di conoscere tutta la verità, anche se questo apriva delle ferite. October baby, mi permetto di dire, è una realizzazione cinematografica di Gv 8,32: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Le persone, in questo viaggio verso la verità, hanno l’opportunità di scegliere se continuare a vivere nel proprio progetto (magari anche fatto di buone intenzioni) o se stare di fronte alla realtà. Il film racconta di quante occasioni si possono perdere, occasioni vitali, se ci si chiude nel proprio progetto.

Il film non è solo sull’aborto, o contro l’aborto, ma è su tutta la vita. Anzi, è contro l’aborto nel senso più completo, è per la vita nel senso più completo. A ben guardare, questa è l’esperienza più profonda e reale che si fa di fronte a una donna che chiede di abortire: quando si “sceglie” per l’aborto si fa un’operazione psicologica micidiale. Si fa in modo di “non stare di fronte” alla realtà, al proprio figlio. Infatti, il gesto considerato più umano dall’opinione dominante è quello di evitare che la madre veda, nello schermo dell’ecografo, le fattezze del bambino o, ancora di più, ne senta il battito del cuore. Che fregatura l’evoluzione tecnologica! Quante cose si possono vedere dopo la 5^-6^ settimana! L’aborto è un gesto di censura, si finge che una parte (e che parte!) della vita possa non esistere. E ci si gioca l’occasione (che “peccato”!).

Come ha ricordato Luca Tanduo, presidente del Movimento per la Vita Ambrosiano, alla presentazione del film in occasione della giornata per la vita al cinema Osoppo di Milano, anche Paola Bonzi, fondatrice del Cav (Centro Aiuto alla Vita), ripete spesso che tantissime donne si rammaricano per tutta la vita di aver abortito, mentre nessuna si è mai pentita di non averlo fatto. Anche io, da ginecologo, quante volte mi sono accorto del dolore e dell’imbarazzo mal celato che le donne si portano dietro a distanza di decine di anni da un’interruzione volontaria di gravidanza! Magari stavo solo chiedendo le notizie cliniche precedenti (la curiosità del ginecologo è senza freni) solo per inquadrare una situazione clinica attuale che non ha niente a che fare con “quel” passato. Ma l’aborto, visto così, può essere paradigmatico per tutta la vita.

October baby è la realtà che sopravvive all’aborto, e che prepotentemente si affaccia alla nostra vita e mette a nudo la libertà, e dà la possibilità di redenzione e di liberazione. La misericordia e il perdono: se accettiamo. È molto bella, nella sua assoluta discrezione, la figura del prete che Hanna incontra “per caso” in chiesa: dal punto di vista della storia non sembra cambiare nulla, non è un “deus ex machina”, ma anzi, cambia tutto, semplicemente perché dà nome e cognome alla Misericordia. In tutto questo la realtà rimane quello che è, non vengono cambiati o rivoluzionati gli eventi. Il dolore e il rifiuto restano tali.

Ecco, se vogliamo, l’unica nota poco realistica del film è il fatto che Hanna possa continuare a sentirsi rifiutata per i suoi difetti e i suoi handicap, l’attrice Rachel Hendrix di difetti fisici proprio non ne ha (!), mentre la vera Gianna qualche ricordo fisico della sua prematurità lo porta veramente (pochi in verità) e potrebbe essere un pochino più facile da “rifiutare”. Anche nel dolore, nel rifiuto, negli eventi della vita può passare la Misericordia, la si può incontrare e farla propria, diventando veramente liberi.

Questo, a mio parere, il “succo” del film che grazie all’iniziativa del Movimento per la Vita Ambrosiano abbiamo avuto la possibilità di conoscere anche dalle nostre parti: in Italia il film non è stato distribuito. Incredibilmente, visto che oltretutto si tratta di una produzione (201 2) di grande valore, un ottimo cast (oltre a Rachel Hendrix, Jasmine Guy, John Schneider e Jason Burkey), una storia avvincente e (ve lo dico da umile musicista) una splendida colonna sonora. Il film non ha un attimo di pausa e si guarda davvero con passione (e fazzoletti!), la pausa potete prendervela durante i titoli di coda. Anzi, il consiglio è di aspettare, senza mettersi il cappotto per uscire come si fa di solito, e (parlo delle donne) approfittare del buio della sala per togliervi dalla faccia, se malauguratamente vi siete truccate, quella specie di grido di Munch che vi ritrovate. In fondo ai titoli di coda c’è una sorpresa …

Andrea Natale

Da un articolo de “Il Sussidiario”

(Fonte: Movimento per la Vita Ambrosiano, 23 febbraio 2014)
 
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