Operato al cuore nell’utero, si tratta del primo intervento del genere in Italia

safe_image

Procedura effettuata al Papa Giovanni per la prima volta in Italia. La piccola, con una rara patologia, sarebbe morta appena partorita.

Sarebbe morta appena nata, perché il suo cuore, per una rara patologia, non aveva la parte sinistra sviluppata e in più il setto atriale, il «buco» dovuto a una malformazione che mette in comunicazione parte sinistra e destra del cuore era occluso: in queste condizioni il destino della nascitura era di restare senza ossigeno nel corpo, una volta uscita dal «guscio» della mamma.

Senza ossigeno

Invece, grazie ai medici del Papa Giovanni XXIII, che hanno effettuato una delicatissima procedura, ed è la prima in Italia, posizionandole uno stent nel cuore passando dal suo minuscolo polmone ma senza praticare incisioni né a lei né alla mamma, verrà alla luce entro 10 giorni: quarta figlia di una coppia di origine romena che vive nella Bergamasca, ha ottenuto molto più di una speranza di sopravvivenza. Quel «foro» nel cuore è stato riaperto, quando nascerà sarà comunque ossigenata, pur con una circolazione non normale, e soprattutto potrà affrontare in migliori condizioni gli ulteriori interventi, almeno tre nei primi giorni, mesi e anni di vita, necessari per «correggere» quella rara cardiopatia di cui soffre, l’ipoplasia del cuore sinistro. «La patologia è stata individuata, grazie alle tecniche avanzate di diagnosi prenatale, nel secondo trimestre di gravidanza – illustra Nicola Strobelt, ginecologo responsabile dell’Unità di medicina materno-fetale che, guidato dalla ginecologa Luisa Patanè che monitorava le immagini ecografiche, ha eseguito la prima parte della procedura –. Abbiamo illustrato ai genitori cosa comportasse l’ipoplasia del cuore sinistro, che ha una prevalenza di un caso ogni 4.400. Con i colleghi cardiologi abbiamo proposto il percorso di cura che potevamo offrire alla bambina dopo la nascita:
è fondamentale che i genitori sappiano tutto del futuro che aspetta il loro piccolo.
Purtroppo, intorno alla 32a settimana il quadro clinico si è aggravato: la piccola, oltre all’ipoplasia del cuore sinistro, presentava la totale chiusura del setto atriale».

Il buco chiuso

In sostanza, l’ossigenazione era garantita nella pancia della mamma , ma appena nata la piccola non ne avrebbe più avuto il modo: il «buco» infatti, se aperto, crea una circolazione anomala ma comunque un’ossigenazione, perché i due lati del cuore comunicano. La chiusura lo rendeva impossibile. E un intervento post parto sarebbe stato ancora più rischioso: in questi casi bisogna intervenire entro pochi minuti, una situazione pressoché impossibile.

«I rischi delle procedure intrauterine sono alti e le rendono necessarie in pochi casi selezionati per i quali i benefici superino i rischi – spiega Luigi Frigerio, direttore del Dipartimento materno infantile –. Occorre avere la certezza che l’ intervento cambi la storia della malattia, e così è stato in questo caso». Era fondamentale, continua Strobelt, assicurarsi che il feto potesse
essere messo in condizioni migliori, al momento della nascita, rispetto a quelle in cui si trovava, proprio per affrontare meglio le terapie successive. «Solo qualche anno fa, davanti a
una così grave patologia congenita, alle coppie non si prospettava altro che l’interruzione di gravidanza, o la certezza della perdita del bambino al momento della nascita. Questa coppia, davanti a un percorso di cura da noi illustrato, ha fatto una scelta di vita, con la consapevolezza che questa delicata procedura sarebbe stata solo il primo passo per aiutare la
piccola, una volta nata, ad avere una vita il più possibile normale».

Come a Boston

Procedure simili di interventi cardiologici intrauterini vengono effettuate in pochissimi centri al
mondo, in particolare a Boston, ma questo intervento effettuato a Bergamo ha particolarità uniche.
«A Boston sono state 9 le volte in cui è stato posizionato uno stent su un feto, con un successo
in 4 casi. Per noi è la prima volta, e il controllo ecografico immediato ha confermato il corretto posizionamento dello stent e il ripristino del passaggio di sangue dai polmoni al cuore. Per la procedura, e anche questa è una novità, abbiamo scelto di non passare attraverso il cuore, per evitare sanguinamenti del feto, ma dai polmoni», evidenzia Matteo Ciuffreda, della Cardiologia, che ha eseguito la seconda parte della procedura. Il feto è stato addormentato, con una iniezione muscolare. «Poi abbiamo inserito una cannula nell’addome materno e nella membrana uterina, pungendo il torace del feto, trapassando il polmone e l’atrio cardiaco sinistro, forando il setto interatriale», illustra Strobelt. Una variante rispetto alla tecnica standard utilizzata nei centri di riferimento nordamericani, dove l’accesso avviene pungendo il cuore da destra.
Dopo la prima fase eseguita da Strobelt, Matteo Ciuffreda ha inserito nella Cannula una minuscola
guida e su di essa un catetere provvisto di stent, gonfiato e rilasciato in sede cardiaca per mantenere aperto il foro. «Parliamo di dimensioni decisamente minime – sottolinea Ciuffreda – il cuore non è più grande di 2,5 centimetri, il diametro dell’agocannula è di 1,6 millimetri e di 4 millimetri quello dello stent». L’intervento è durato mezz’ora, oggi mamma e nascitura sono a casa, in attesa della venuta al mondo.
 
(Fonte: L’Eco di Bergamo, 28.02.14)