Politica economica tra ambizione e velleità

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di Gianfranco Fabi

Ambizione, più che giusta, o velleità, sempre in agguato? Attorno a queste due parole si gioca il giudizio sui progetti del nuovo governo e del suo leader, Matteo Renzi. In sintesi l’obiettivo è chiaro: trovare le risorse per rimettere in moto la crescita. E quindi ridurre gli sprechi e aiutare la creazione di posti di lavoro. E ancora tagliare le spese improduttive e mettere in atto un vasto piano di modernizzazione del Paese.

Propositi altrettanto facili a dirsi quanto arduo è avviarne la soluzione. Il perché è presto detto: è praticamente impossibile avviare un serio piano di tagli alla spesa senza modificare in maniera sostanziale l’assetto organizzativo e funzionale del Paese. Perché negli ultimi cinquant’anni della vita pubblica italiana non si è fatto altro che creare nuovi centri di spesa, nuove incombenze burocratiche, nuovi livelli di gestione operativa dell’amministrazione pubblica.

A legislazione invariata, come ha dimostrato il lavoro della commissione sulla spending review, si possono raccogliere solo le briciole oppure spacciare per risparmi di spesa quelli che sono solo aumenti delle tasse, come nella proposta di introdurre una doppio prelievo sulle pensioni alte. Ma cambiare le regole è altrettanto necessario quanto complesso. Lo stesso Renzi ha messo nell’elenco della riforme da fare anche una radicale revisione del Titolo V della Costituzione, quello approvato in fretta e furia dall’allora maggioranza di centro-sinistra che ha ampliato e insieme complicato l’attività delle Regioni. Le spese regionali sono cresciute in 13 anno del 35% raggiungendo i 160 miliardi di euro, il 20% del totale della pubblica amministrazione. Ma con un numero crescente di leggi regionali che sono state impugnate dallo Stato di fronte alla Corte costituzionale (127 su 720 nel 2012) con più dell’80 delle sentenze che hanno dato ragione al Governo centrale sanzionando le Regioni per invasione di campo: il tutto frutto di quella mossa bizantina di introdurre su molti temi non un chiaro confine di competenze, ma quella che è stata chiamata “legislazione concorrente”.

Ma toccare le Regioni appare politicamente molto rischioso, così come appare rischioso il necessario intervento su molti fronti su cui sarebbe necessario agire. Si va dalle apparentemente piccole cose, come la soppressione del doppio registro automobilistico gestito sia dagli uffici della motorizzazione, sia dagli Automobil club, alle riforme istituzionali vere e proprie con l’abolizione di organismi che si sono dimostrati negli anni inutili o inutilizzati, come il Cnel. Le lobbies, gli interessi particolari, i gruppi di pressione non hanno mai smesso di agire nei palazzi della politica romana dove si fermano facilmente i migliori propositi di riforma.

Il nodo di fondo è che la politica dovrebbe riformare se stessa. Il Senato dovrebbe decidere il proprio suicidio. E perché non si parla più di dimezzare il numero dei deputati? E nemmeno di ridurre compensi e vitalizi? Lo si può capire: Renzi deve ottenere tanti voti e in fretta dal Parlamento se vuole che almeno in parte i suoi progetti inizino a marciare. Non si può governare a lungo per decreti legge, come dimostra la recente esperienza del decreto tanto decantato sul rientro dei capitali dall’estero, decreto che decadrà a fine marzo dopo un fugace passaggio nelle commissioni parlamentari.

Detto questo se Renzi inizierà a vincere le sue prime battaglie sul fronte parlamentare sarà sicuramente un fatto positivo. Le prime prove verranno dalle norme sul lavoro che hanno già suscitato la scontata opposizione della Cgil e i malumori di una parte del Partito democratico. L’esperienza ha dimostrato che in Italia le uniche attività che non sono entrate in crisi sono quelle di chi mette sabbia negli ingranaggi e bastoni tra le ruote. Il partito della conservazione (soprattutto dei piccoli privilegi) è sempre stato molto forte. E’ un partito trasversale, ma che molto spesso diventa maggioranza. E non certo a sua insaputa.

(fonte: lanuovabq.it, 13.03.14)