Da oggi anche il Vaticano approva il «divorzio breve». Tranquilli: è solo una bufala de “Il Giornale”

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Ieri, lunedì 24 marzo, in prima pagina, di spalla, a firma di Serena Sartini, il Giornale titolava «Divorzio» breve: in Vaticano diventa legge, ma già dalla seconda riga il lettore capiva che si trattava di tutt’altro. Che in Vaticano, cioè, mica ci si è messi a sdoganare divorzio, bensì che si parla ancora e sempre solo dell’«annullamento del matrimonio religioso» e delle sue casistiche, vale a dire una fattispecie ben diversa, anzi persino opposta. Passavano però solo poche righe e su quella prima pagina de il Giornale la giornalista tornava sul luogo del misfatto, scrivendo esplicitamente «divorzio breve» come se l’annullamento religioso e il divorzio fossero sinonimi.

Ma tutti sanno che in verità sinonimi non lo sono affatto. Certo, la giornalista metteva «divorzio breve» fra virgolette, invocando l’alibi del modo di dire, persino della boutade, ma la cosa non cambia.

Se infatti nel titolo tra virgolette c’è solo la parola «divorzio», nel testo lo sono entrambe, «divorzio breve»: se nel primo caso la boutade è cioè l’uso improprio del termine «divorzio», nel secondo laboutade è tutta la locuzione, comune ma non scientifica, «divorzio breve». Cosa cambia? Cambia che nel primo caso le virgolette servono per avvisare il lettore dell’uso improprio di un certo termine (l’attenzione si concentra sul termine), mentre nel secondo caso avvisano dell’uso di una definizione giuridicamente impropria (l’attenzione passa dal termine alla formula). In questo modo il divorzio sopravvive e si faboutade acquista, portando il lettore a concentrarsi meno sulla liceità del suo impiego semantico nel caso affrontato dalla giornalista e più sulle dinamiche in oggetto: il fatto, cioè, che anche in Vaticano diventi breve; cosa?, appunto il «divorzio».

Processo critico alle intenzioni? Niente affatto, perché alla riga 11 la giornalista decide di andare per le spicce sfoderando nientemeno che un bel (si fa per dire) «divorzio cattolico», rigorosamente – ovvio – tra virgolette. Come dire: “Sì, sappiamo tutti che l’annullamento canonico del matrimonio non è il divorzio cattolico; ma lo chiamiamo così per intenderci e per amore di brevità”. A pensare male si fa peccato ma ci si azzecca spesso: non è forse infatti attraverso commedia degli equivoci come questa che gli errori degenerano nelle tragedie delle “leggende nere”?

Dopo di che, la giornalista prosegue amenamente spiegandoci che oggi, «mentre per la legge civile occorrono tre anni di attesa per la separazione, e altrettanti per il divorzio, per lo scioglimento cristiano servono in media due anni», e che questa stessa prassi vaticana è in corso di accelerazione per input di Papa Benedetto XVI. Correttamente, dunque, la giornalista osserva: «Le cause di nullità restano le solite, ma ciò che la santa Sede intende velocizzare è la procedura». Bene. Roma locuta, causa finita. La notizia è insomma piccolina, piccolina; e il «divorzio cattolico» non esiste. Perché sbattere allora il nulla in prima pagina?

(fonte: Il Timone)