Ritorno in Galilea, ritorno all’origine

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Dalla Veglia Pasquale alla Messa del giorno di Pasqua, celebrata senza omelia e cui ha fatto subito seguito il messaggio «urbi et orbi», Papa Francesco ha invitato a ritrovare nel cuore la «gioia buona e mite» dell’incontro con Gesù e a mettere questa gioia al servizio della pace e dell’evangelizzazione. Nel messaggio, il Papa ha ripreso la tradizione di Benedetto XVI di offrire una parola di speranza e di riconciliazione per tutti i conflitti in corso – Siria, Iraq, Venezuela, Repubblica Centroafricana, Nigeria, Sud Sudan – e ha visto nella coincidenza di date che quest’anno lega Pasqua cattolica e Pasqua ortodossa un segno speciale per invitare al dialogo in Ucraina.

Con vigore, ha denunciato – lo ha fatto spesso negli ultimi mesi – la persecuzione dei cristiani, il fatto che molti siano costretti ad emigrare per «professare liberamente la propria fede», le stragi in Nigeria e in Siria, i rapimenti di sacerdoti e di laici. Ma nello stesso tempo ha fatto risuonare il «Non abbiate paura» di Gesù e ha ricordato che Pasqua mostra che l’amore può vincere sull’odio, la vita sulla morte, il bene sul male.

L’omelia della Veglia Pasquale ha avuto al suo centro la nozione di «tornare in Galilea»: «È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea» (Mt 28,7): «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno» (Mt 28,10). Con le parole «non temete» Gesù «incoraggia ad aprire il cuore per ricevere questo annuncio». Ma perché proprio in Galilea? «La Galilea – risponde il Papa – è il luogo della prima chiamata, dove tutto era iniziato! Tornare là, tornare al luogo della prima chiamata. Sulla riva del lago Gesù era passato, mentre i pescatori stavano sistemando le reti. Li aveva chiamati, e loro avevano lasciato tutto e lo avevano seguito». Tornare in Galilea vuol dire «rileggere tutto a partire dalla croce e dalla vittoria», «rileggere tutto a partire dalla fine, che è un nuovo inizio».

Con una voce che risuona attraverso i secoli, in una catena ininterrotta di giornate di Pasqua celebrate dalla Chiesa, Gesù invita ognuno di noi a tornare in Galilea. Che cosa significa? «Per ognuno di noi c’è una “Galilea” all’origine del cammino con Gesù»: è il Battesimo. «“Andare in Galilea” significa qualcosa di bello, significa per noi riscoprire il nostro Battesimo come sorgente viva, attingere energia nuova alla radice della nostra fede e della nostra esperienza cristiana. Tornare in Galilea significa anzitutto tornare lì, a quel punto incandescente in cui la Grazia di Dio mi ha toccato all’inizio del cammino».

Gesù ci invita dunque anzitutto a fare memoria del giorno del nostro Battesimo, una memoria cara a Papa Francesco. Ma non solo. «Nella vita del cristiano, dopo il Battesimo, c’è anche un’altra “Galilea”, una “Galilea” più esistenziale: l’esperienza dell’incontro personale con Gesù Cristo». Se interrogo il mio cuore, ritrovo un giorno, forse un momento speciale «quando Gesù è passato sulla mia strada, mi ha guardato con misericordia, mi ha chiesto di seguirlo; tornare in Galilea significa recuperare la memoria di quel momento in cui i suoi occhi si sono incrociati con i miei, il momento in cui mi ha fatto sentire che mi amava». Domandiamoci dunque: «qual è la mia Galilea? Si tratta di fare memoria, andare indietro col ricordo. Dov’è la mia Galilea? La ricordo? L’ho dimenticata? Cercala e la troverai! Lì ti aspetta il Signore. Sono andato per strade e sentieri che me l’hanno fatta dimenticare. Signore, aiutami: dimmi qual è la mia Galilea; sai, io voglio ritornare là per incontrarti e lasciarmi abbracciare dalla tua misericordia. Non abbiate paura, non temete, tornate in Galilea!».

«Non è un ritorno indietro – ha spiegato il Papa – non è una nostalgia. E’ ritornare al primo amore, per ricevere il fuoco che Gesù ha acceso nel mondo, e portarlo a tutti, sino ai confini della terra». Il ritorno in Galilea non è per una sorta d’introspezione psicologica, è per l’evangelizzazione. «È da quella scintilla che posso accendere il fuoco per l’oggi, per ogni giorno, e portare calore e luce ai miei fratelli e alle mie sorelle».
 
di Massimo Introvigne

(Fonte: lanuovabq.it, 21.04.14)