Buona cucina: segno di speranza?

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di Susanna Manzin
 
Oggi è esplosa la moda della buona cucina: non c’è canale televisivo che non abbia la sua trasmissione di ricette e consigli per la tavola, gli chef sono delle star e le gare di cucina incollano davanti allo schermo milioni di spettatori.
Penso che si tratti di una buona cosa: dopo un lungo periodo di approccio trasandato al mondo del cibo, è bello vedere un ritrovato interesse per la buona tavola.
Oggi la società coriandolare (per usare la felice espressione del sociologo Giuseppe De Rita) produce i suoi effetti anche sulle abitudini alimentari: diminuisce la regolarità dei pasti, sempre più disordinati e ad orari imprevedibili. E’ sempre più raro che la famiglia si riunisca a tavola, a condividere un pasto preparato con attenzione e amore dalla madre, raccontandosi l’un l’altro quanto è successo durante la giornata. Oggi molti consumano pasti pronti, scaldati velocemente al microonde, tra un impegno e l’altro; le famiglie mangiano guardando la TV, senza rivolgersi la parola; trionfa il fast food, il mondo delle merendine e dei cibi precotti. Non parliamo poi dell’ossessione della linea e delle diete.

Ma questo ritrovato interesse per il mondo delle ricette dimostra che qualcosa sta cambiando, in meglio. E’ un segnale che “le radici profonde non gelano”, come diceva Tolkien, e noi italiani abbiamo tutti gli strumenti per riscoprire queste radici di buona cucina.

Tra l’altro, l’Unesco ha proclamato la dieta mediterranea patrimonio dell’Umanità, riconoscendone non solo le qualità nutrizionali (si può mangiare bene tutelando anche la salute) ma anche il valore sociale: leggiamo nelle motivazioni: «Promuove l’interazione sociale, poiché il pasto in comune è alla base dei costumi sociali e delle festività condivise da una data comunità, e ha dato luogo a un notevole corpus di conoscenze, canzoni, massime, racconti e leggende».
Esiste una via della bellezza anche a tavola. Il cibo e le bevande fanno parte a pieno titolo della cultura e il loro significato simbolico è del resto spesso citato nella stessa Sacra Scrittura.
Cosa c’è di più bello che cucinare per i familiari, per gli amici, trascorrere con loro una serata intorno ad una bella tavola apparecchiata con amore e armonia?
Ricordiamo il significato profondo del film Il pranzo di Babette, del regista danese Gabriel Axel, recentemente scomparso, che vinse l’oscar nel 1987 per il miglior film straniero. Il film è tornato in auge recentemente, poiché Papa Francesco ne parla come del suo film preferito.
Babette, una cuoca che fugge da Parigi sconvolta dalla Comune, si rifugia in un villaggio danese nella casa di due austere zitelle. Come dice Papa Francesco, «appartengono a un mondo calvinista e puritano talmente austero che anche la redenzione di Cristo viene vista come una negazione delle cose di questo mondo. Era una comunità che non sapeva che cosa fosse la felicità. Viveva schiacciata dal dolore. Stava attaccata a una parvenza di vita. Aveva paura dell’amore». Babette vince la Lotteria Nazionale e per sdebitarsi dell’ospitalità ricevuta decide di spendere il denaro della vincita per organizzare una memorabile cena, con i cibi più raffinati e i vini migliori. E la bellezza della cena trasforma tutti coloro che vi partecipano: i cuori induriti si sciolgono, torna il sorriso e la gioia di vivere, l’amore e la fratellanza.

Da sempre il nutrimento non ha solo un aspetto biologico ma anche culturale, sociale e simbolico. E’ una pratica di socializzazione: ogni civiltà ha i suoi riti, le sue tradizioni. Anche nelle case più umili la tavola era simbolo di generosa condivisione.
La frantumazione della società e la crisi delle relazioni interpersonali hanno fatto sentire i loro effetti anche sulle abitudini alimentari.
Ma la passione per la cucina è, a mio parere, un segnale di speranza: per risollevarci dalla catastrofe antropologica proviamo a ripartire dal gusto ritrovato per le ricette e la gastronomia. Impariamo da Babette, che scioglie i cuori con il suo pranzo sontuoso.

San Giovanni nel suo Vangelo riporta un ricordo commuovente: quello di Gesù risorto che con semplicità e delicatezza cucina pesce arrostito e pane sulla spiaggia, facendo trovare tutto pronto ai suoi discepoli, che invita a mangiare con lui, ricreando quel clima familiare che tante volte hanno condiviso con Lui (Gv 21,9). Quanti episodi ci presentano Gesù a tavola: non è un caso.

Vogliamo fare la Nuova Evangelizzazione? Ecco gli ingredienti per una ricetta: prendete una tavola, apparecchiatela con cura e bellezza, cucinate qualche manicaretto, invitate gli amici, cominciate con una breve preghiera di ringraziamento (ce ne sono di bellissime) e gustatevi la buona compagnia. Insaporite con qualche discorso importante, ma senza trascurare la gioia e la spensieratezza. Condite tutto col sorriso e innaffiate con una buona bottiglia di vino rosso. Perché come diceva Hilaire Belloc (27 luglio 1870 – 16 luglio 1953): «Laddove splende il sole cattolico, ci sono sempre risa e buon vino rosso».
 
Susanna Manzin

(Fonte: Comunità Ambrosiana)