Che cosa significa essere “poveri in spirito”?

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La sola povertà è di per sé un bene e condizione di ascesi cristiana?
 
Nelle beatitudini si dice “beati i poveri in spirito”, ma cosa significa essere poveri di spirito? Grazie.

Francesca
 
Il discorso rivoluzionario del cristianesimo che segna un capovolgimento di tutti i valori tradizionali è il famoso discorso della montagna che leggiamo nel capitolo V del Vangelo di Matteo: “le beatitudini”. Analizzando attentamente tutto il suo contenuto ci si rende facilmente conto che tutte le nove beatitudini riportate dall’Evangelista Matteo si riassumono nella prima: “Beati i poveri in spirito”. Tutte le altre sono un corollario e un’esplicitazione di questa.

Il riconoscersi poveri, deboli non è però, prima di tutto, uno stato sociologico, ma una disposizione interiore che deve informare il nostro agire in qualunque stato possiamo trovarci. La sola povertà non è di per sé un bene e neppure una situazione di ascesi cristiana. Il richiamo alla povertà non ha un significato solo materiale ma è richiamo a prendere coscienza dei propri limiti, delle proprie miserie interiori, della necessità, di riscoprire l’importanza dell’umiltà, della nostra totale dipendenza da Dio.

Ricordiamoci che il primo povero è Cristo che, come ci ricorda San Paolo, pur essendo ricco si è fatto povero per noi. Nella prima beatitudine dobbiamo sentire forte l’invito a seguire Gesù che non ha trovato posto nell’albergo, non aveva una pietra sui cui posare il capo, è morto povero e spoglio sulla croce. La povertà proclamata da Gesù deve essere la caratteristica e il distintivo non del singolo ma di tutta la Chiesa.
 
fonte: A Sua Immagine

Tratto da Aleteia