Per la scienza l’embrione è “uno di noi”

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Un Manifesto scientifico presentato alla Commissione europea ribadisce che l’embrione è un essere umano e dunque non può essere oggetto di sperimentazioni

Roma, 31 Maggio 2014 (Zenit.org)

Alla Commissione europea va riconosciuta una eccezionale tempestività. Il verdetto con il quale ha deciso che la petizione Uno di Noi non dovesse arrivare con proposta legislativa in Europarlamento, è stato emesso appena due giorni dopo la pubblicazione di un Manifesto scientifico che raccoglie e accredita i contenuti della campagna di Uno di Noi.

Il Manifesto, preparato in prima bozza in Italia diversi mesi fa e sistemato da alcuni esperti di importanti Fondazioni e università internazionali, è stato tradotto in tutte le lingue parlate nell’Unione europea e presentato alla Commissione.

L’obiettivo principale del Manifesto è “riaffermare che l’embrione è un essere umano a tutti gli effetti”, spiega a ZENIT l’on. Gian Luigi Gigli, tra gli estensori della prima bozza. “È un dato che, se non fosse per motivi utilitaristici o ideologici, sarebbe chiaro a chiunque”, rimarca il deputato di Per l’Italia nonché docente di Neurologia all’Università di Udine.

“Già nei manuali di medicina sui quali studiavo quand’ero studente – ricorda Gigli – apprendevo che è implicito che vi sia una continuità di sviluppo dell’embrione umano fino alla nascita e alla vita sociale, senza alcun salto qualitativo tra le varie fasi”. Pertanto, la dignità umana dell’embrione è un dato appurato. Che oggi viene confermato dagli “sviluppi della genetica” e dalle nuove conoscenze “sul rapporto madre-figlio che si determina in utero”.

Dato che non viene caldeggiato solo dalla scienza, ma anche da una sentenza della Corte di giustizia europea. Quella che nel 2011, a proposito di una controversia tra un’industria e Greenpeace per quanto riguarda la commercializzazione di embrioni umani, ha sancito il divieto di brevettare medicinali ricavati dalla distruzione di embrioni umani e ha dunque dichiarato questi ultimi “esseri umani” a tutti gli effetti.

La recente decisione della Commissione stride con quella sentenza e suscita delle domande. “Si tratta dunque di capire – spiega Gigli – se tutti gli esseri umani nascono portatori di diritti oppure se c’è qualcuno che questi diritti li attribuisce dall’esterno”, a propria personale discrezione e a prescindere dalla fase in cui si trova la vita.

Altro punto che approfondisce il Manifesto è l’assenza di dimostrazioni scientifiche circa l’utilità a fini terapeutici degli embrioni umani. Tesi che, al contrario, la Commissione ha presentato come motivo della propria scelta. “Ad oggi – afferma Gigli – tutte le terapie che vengono effettuate con staminali, si servono di staminali adulte o di cordone ombelicale. Non ce n’è una che sia basata sulle staminali embrionali”.

Una ragione in più per chiedere che la libertà della scienza non vada a ledere la dignità umana. “Se l’embrione, come appunto è dimostrato, costituisce ‘uno di noi’, non può essere utilizzato come un oggetto di sperimentazioni”, commenta Gigli.

In questi giorni si sta svolgendo a Salerno il convegno Stem Cell Research Italy, durante il quale un consesso di esperti si confronta sul tema delle staminali. Particolare attenzione viene rivolta alle cellule staminali pluripotenti indotte, la cui produzione è valsa al professore giapponese Shinya Yamanaka il premio Nobel per la medicina nel 2012. Questo tipo di cellule si ottengono partendo da cellule staminali adulte, per esempio della pelle, e quindi “non sacrificano l’embrione umano”, spiega Gigli. Il lavoro di Yamanaka è l’esempio di come ricerca ed etica si possano coniugare. Coniugazione a cui ha dimostrato di non credere la Commissione europea.
 
(fonte: Zenit, 31.05.14)

 

Gli scienziati: «Embrionali ricerca inutile»

(Avvenire, 30.05.14)

​«La Medicina può curare senza utilizzare gli embrioni umani», è il titolo del Manifesto scientifico lanciato in questi giorni dalla Federazione Europea One of Us, fondata il 10 aprile scorso a sostegno della campagna omonima che, attraverso una mobilitazione senza precedenti, ha raccolto quasi due milioni di firme per fermare la sperimentazione sugli embrioni umani. Secondo i componenti della Federazione, infatti, non può essere lasciata senza conseguenze la decisione con cui due giorni fa la Commissione europea ha, di fatto, bocciato la richiesta di tutela giunta dai cittadini di 28 Paesi europei.

«Il Manifesto è stato scritto diversi mesi fa, tradotto in tutte le lingue europee e presentato alla Commissione», spiega Massimo Gandolfini, neurochirurgo, membro del board italiano che ha preparato il documento insieme al neurologo Gian Luigi Gigli e al ginecologo Pino Noia.

«Obiettivo è dimostrare che l’embrione è un essere umano a tutti gli effetti e per questo non può essere oggetto di sperimentazione – continua il neurochirurgo – per esplicitarlo abbiamo sviluppato questo Manifesto in tre parti. Nella prima, attraverso molti dettagli tematici che descrivono il complesso e irripetibile rapporto materno-fetale dal concepimento all’annidamento dell’embrione, fino alla nascita, si vuole sottolineare l’umanità dell’embrione stesso».

Da questo fatto discende una logica conseguenza, evidenziata nel secondo punto: «Se l’embrione è qualcuno e non qualcosa, la ricerca sugli embrioni è gravemente lesiva dell’identità biologica e dell’identità ontologica». Infine, nella terza parte, si ricorda che: «l’uomo è sempre fine e mai mezzo, per questo la sperimentazione deve in ogni caso essere a favore dell’essere umano, mai contro».

Alla base del documento resta ineludibile la domanda relativa alla dignità dell’embrione. «Se anche il nodo scientifico può essere dubitativo – chiarisce Gandolfini – perché ad oggi non vi sono risultati dalla ricerca con le cellule staminali embrionali, vi è a monte un’istanza che è precedente a quella scientifica ed è un’insuperabile barriera antropologica. Come tempo fa si era risposto negativamente alla domanda se l’uomo possa essere considerato un serbatoio di organi da espianto, a maggior ragione questo va riconfermato nel momento in cui è in gioco l’essere umano nelle sue primissime fasi, ma già portatore del diritto alla vita».

«Questa iniziativa – sottolinea da parte sua Jakub Baltroszewicz coordinatore per la Polonia, che, con le sue 250mila firme raccolte, è seconda solo all’Italia – ha dimostrato la contrarietà alla dichiarazione di “successo” degli standard di tutela sbandierata dall’Ue. Quasi 2 milioni di cittadini di 28 paesi dell’Unione europea invocano cambiamenti nella legislazione. Speriamo che il nuovo Parlamento spieghi basandosi sui fatti e non sull’ideologia, la “mancanza di bisogno”», sottolinea.

Cosa fare dunque all’indomani della decisione della Commissione e a campagna chiusa? Baltroszewicz non ha dubbi: «Come sottolineato dai deputati nel corso della Pubblica Udienza, per la prima volta in molti anni nel Parlamento Ue e, in generale, all’interno delle Istituzioni Europee, si è potuto tenere un dibattito aperto e libero sul diritto alla vita. La nostra presenza ha reso la discussione possibile per questo deve continuar».

Sulla bocciatura di Uno di Noi è intervenuto anche Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari: «La decisione della Commissione europea di porre il veto sull’iniziativa Uno Di Noi lascia veramente stupefatti, ma non ci sorprende. Quello che si è voluto impedire è che le Istituzioni si pronunciassero sul livello di umanità del bambino non nato». Si è usata un’arma burocratica per evitare un confronto democratico. «Riconoscere che l’embrione è uomo a tutti gli effetti fin dal concepimento – commenta Belletti – sbarrerebbe la strada a potenti interessi».