Scola: ma a Milano prevale il bene

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«Nutrire il pianeta, energia per la vita». È un tema «popolare, genialmente scelto», quello dell’Expo 2015 di Milano. Da non lasciare ai tecnocrati. Né a corrotti e corruttori. Perciò serve un «grandissimo sforzo pedagogico» e di «amicizia civica» perché Milano, grazie all’Expo, possa «chiamare l’Italia e l’Europa» ad un «nuovo umanesimo». Muove fra cronaca e scenari lo sguardo dell’arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola.

A vent’anni da Mani Pulite, si aspettava tutti questi episodi di corruzione e arresti legati all’Expo?
Tutto ciò, quando provato, è gravemente sconcertante e mortificante. Oltre alle responsabilità personali che la magistratura indaga, dobbiamo riconoscere – sul piano storico – la nostra scarsa educazione civica. Non dimentichiamo che la lotta urgente per la legalità riguarda ciascuno di noi, in ogni nostra azione.

Come reagire a questa situazione?
Anzitutto non riducendo Milano e l’Expo a questi gravi aspetti negativi. Ci sono molti imponenti fatti di bene che io tocco con mano, visitando le parrocchie o altri ambiti di vita della gente: penso all’enorme, capillare azione di condivisione del bisogno svolta da centinaia e centinaia di associazioni cristiane e laiche, o alla vitalità e all’intelligenza delle tante opere educative portate avanti nonostante le crescenti difficoltà.
Non mancano affatto consistenti segnali che devono farci guardare al futuro di Milano con speranza. Occorre circondare il male da ogni parte con il bene per superarlo. Ma questo “assedio” deve diventare più visibile ed essere valorizzato.

L’Expo ha un tema affascinante e decisivo, «Nutrire il pianeta, energia per la vita», che lei ha affrontato nell’ultimo Discorso alla città per Sant’Ambrogio. Come farne emergere la cruciale importanza?
C’è un rischio grave per l’Expo: delegare ai tecnici e alla tecnoscienza l’interpretazione del tema. Una scelta che allontana il popolo e diventa un ostacolo per la crescita antropologica, sociale, ecologica dell’Italia e dell’Europa. Nutrire il pianeta, energia per la vita è un argomento che chiede un grande sforzo pedagogico. Come cercherà di fare la Santa Sede col padiglione realizzato in collaborazione con la Cei e la diocesi di Milano, dove, tra l’altro, vogliamo portare i più di 300mila ragazzi dei nostri oratori estivi. Tutti siamo chiamati a convergere in una amicizia civica per proporre una visione antropologica integrale, cui si connettono i temi dell’ecologia umana, dell’ecologia ambientale, della condivisione del cibo che implica una riflessione critica sul sistema economico e sulla finanza. Passasse almeno l’idea che la fame nel mondo non è una tragica fatalità, ma l’inaccettabile conseguenza di mancate scelte politiche… Di questo si occuperàCaritas Internationalis, presente all’Expo. Sarà l’occasione per rilanciare il tema della povertà affrontandolo secondo la visione integrale che papa Francesco ha evidenziato nella Evangelii gaudium.

Come trasmettere messaggi così alti?
Un aiuto, come ci dice il Papa, potrà venire dall’eloquenza dei gesti. Penso alRefettorio ambrosiano. Su iniziativa di alcuni chefs e uomini di cultura, si realizzerà in periferia una mensa da cento posti per i poveri, utilizzando le eccedenze alimentari dei padiglioni Expo. Un’esperienza che poi diverrà permanente.

Papa Francesco è stato invitato all’Expo…
Ed è importante che l’iniziativa sia venuta dai responsabili dell’esposizione. Il Papa può essere l’interprete autorevole di una proposta sul tema decisivo dell’alimentazione che vada oltre Milano per raggiungere tutta la famiglia umana.

L’Expo può aiutarci ad affrontare la crisi economica che ha colpito così duramente anche Milano e il Paese?
L’Expo è un fatto assai rilevante, ma è solo un mezzo. La questione di fondo resta la seguente: Milano vuol decidersi ad essere – finalmente – metropoli? Per questo ha bisogno di trovare l’anima per il suo futuro. Ha bisogno, cioè, di un fattore unificante, capace di generare quel nuovo umanesimo che è un’urgenza improcrastinabile anche per il Paese e per l’intera Europa – come dimostra l’antieuropeismo emerso con le ultime elezioni. Questo umanesimo va radicato, da un lato, nella domanda di senso dell’uomo d’oggi, dall’altro nella capacità di valorizzare quel molteplice – la varietà di culture, lingue, storie, religioni … – che l’Europa ha sempre dimostrato di saper custodire. Non dimentichiamo che tra qualche anno una grossa percentuale dei nostri giovani parlerà almeno tre lingue e si muoverà all’interno del continente, come noi a mala pena ci muovevamo all’interno della regione.
Insomma, davanti all’Europa di oggi (ma forse si dovrebbe incominciare a parlare di Eurasia) sta la sfida del grande meticciamento in atto. Su tutto questo i cristiani, con la loro bimillenaria storia capace di fare unità valorizzando la pluriformità, hanno molto da dire. O, meglio, da narrare dentro un confronto appassionato.

Immigrazione e meticciato significano anche pluralismo religioso. A Milano, come in molte città italiane, quando si parla di aprire moschee, si alza la temperatura…
Il meticciato di culture e civiltà non è un fine da perseguire, ma un processo in atto. Non possiamo impedirlo, ma possiamo orientarlo. La paura è sempre cattiva consigliera: dobbiamo aiutarci tutti, con pazienza, perché chi arriva da noi, nella sua diversità, possa essere un fattore di ricchezza. Sulle moschee: non c’è vera libertà religiosa se non c’è libertà di culto. Ma non basta affermarla in astratto: bisogna partire dai bisogni reali delle comunità musulmane. Chiedendo a tutti il rispetto delle regole della convivenza democratica occidentale e, nel nostro Paese, il rispetto della tradizione cristiana e cattolica.

All’ultima assemblea della Cei, papa Francesco ha additato tre «luoghi» che non possiamo «disertare»: oltre all’immigrazione, la famiglia e i disoccupati. Quale “mandato” ha lasciato alla Chiesa di Milano l’Incontro mondiale delle famiglie del 2012 con Benedetto XVI?
Nell’attuale clima androgino, che riduce l’insuperabile differenza sessuale alla pura cultura del gender, l’impegno ad approfondire la riflessione sul «mistero nuziale» e la questione educativa, nella consapevolezza che il matrimonio e la famiglia sono il luogo che unifica le due differenze fondamentali: la differenza dei sessi e la differenza tra le generazioni.

Milano ha affrontato la sfida della disoccupazione col Fondo famiglia lavoro, voluto dal cardinale Tettamanzi e da lei rilanciato con una «fase due» orientata non solo all’assistenza ma anche alla promozione di nuove chances occupazionali. E ora?
Il lavoro sta cambiando in profondità: perciò serve una nuova cultura del lavoro. Ecco un’altra urgenza educativa. I cristiani, illuminati dalla dottrina sociale, possono e devono fare molto di più. Questo è un ambito di fondamentale importanza per i fedeli laici, che ha effetti decisivi anche sulla politica e sul rapporto fra produzione e finanza nella prospettiva di una finanza autenticamente etica. I cattolici milanesi sono portatori di una grande tradizione in proposito. Occorre rivivificarla.

Il prossimo 19 ottobre Paolo VI verrà beatificato: si tratta del terzo arcivescovo della Milano del ’900 – dopo Ferrari e Schuster – proclamato beato…
Un grande dono per la Chiesa ambrosiana, nei tempi nostri che – come ha espressamente ricordato l’Evangelii Nuntiandi – ascolta più volentieri i testimoni dei maestri, a meno che i maestri non siano anche testimoni. Paolo VI lo fu. Col suo straordinario insegnamento, la sua figura di profeta lucido rilevò, fin dagli anni ’30 – è un passo che ho citato nella mia omelia d’ingresso a Milano – una delle sfide del nostro tempo: l’assenza di Cristo dalla cultura contemporanea, la fede che non si fa più cultura. Anche a questo proposito, per i cristiani ambrosiani si apre un affascinante campo di lavoro.
 
(fonte: Avvenire, 19.06.14)