«Una Chiesa “innocua” non serve»

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di Massimo Introvigne

Domenica 8 giugno 2014 l’attenzione di chi segue le vicende della Chiesa e del Papa si è concentrata, per molti versi giustamente, sulla storica preghiera per la pace in Terrasanta. Papa Francesco ha voluto tenere separato questo evento, in qualche modo «politico», dalla festa di Pentecoste, cui ha dedicato due riflessioni, collegate tra loro, nell’omelia della Messa domenicale e nel Regina Coeli.

Il filo conduttore degli interventi del Papa è il carattere sorprendente e sconvolgente dell’evento di Pentecoste: una nota che rischia di andare perduta se ogni anno celebriamo un po’ stancamente la festa della Pentecoste come una routine. L’antidoto alla routine, ha affermato Francesco nell’omelia, è ricordare che l’effusione dello Spirito Santo, «benché straordinaria, non è rimasta unica e limitata a quel momento, ma è un evento che si è rinnovato e si rinnova ancora. Cristo glorificato alla destra del Padre continua a realizzare la sua promessa, inviando sulla Chiesa lo Spirito vivificante, che ci insegna e ci ricorda e ci fa parlare». La Pentecoste continua nella storia, e continua in tre modi: come insegnamento, come memoria e come invito continuo a «parlare»: nella preghiera, nell’atto di fede e nell’annuncio missionario.

Anzitutto, lo Spirito Santo «ci insegna: è il Maestro interiore». L’insegnamento del Maestro non è solo dottrina ma è vita, o meglio è dottrina e vita insieme. Infatti, «della vita fa parte certamente anche il sapere, il conoscere, ma dentro l’orizzonte più ampio e armonico dell’esistenza cristiana».

Secondo: lo Spirito Santo «ci ricorda tutto quello che Gesù ha detto. È la memoria vivente della Chiesa. E mentre ci fa ricordare, ci fa capire le parole del Signore». Entriamo qui in un aspetto centrale del ruolo dello Spirito Santo e della stessa vita cristiana. «Questo ricordare nello Spirito e grazie allo Spirito non si riduce a un fatto mnemonico, è un aspetto essenziale della presenza di Cristo in noi e nella sua Chiesa». Come «memoria vivente della Chiesa» lo Spirito ci aiuta a capire le Scritture, nella Chiesa e con la Chiesa. Ma non si tratta di una comprensione puramente intellettuale, perché «questo chiede da noi una risposta: più la nostra risposta è generosa, più le parole di Gesù diventano in noi vita, diventano atteggiamenti, scelte, gesti, testimonianza».

«Un cristiano senza memoria – ha sottolineato il Papa – non è un vero cristiano: è un cristiano a metà strada, è un uomo o una donna prigioniero del momento, che non sa fare tesoro della sua storia, non sa leggerla e viverla come storia di salvezza. Invece, con l’aiuto dello Spirito Santo, possiamo interpretare le ispirazioni interiori e gli avvenimenti della vita alla luce delle parole di Gesù. E così cresce in noi la sapienza della memoria, la sapienza del cuore, che è un dono dello Spirito».

Terzo: lo Spirito Santo «ci fa parlare, con Dio e con gli uomini. Non ci sono cristiani muti, muti di anima; no, non c’è posto per questo». Anzitutto, ci fa parlare con Dio nella preghiera «dono che riceviamo gratuitamente» e in cui ci rivolgiamo a Dio come Padre e sperimentiamo la guida dello Spirito. E questo, ha detto il Papa, non è solo un pio «modo di dire» ma è la realtà.

In secondo luogo, lo Spirito Santo «ci fa parlare nell’atto di fede. Nessuno di noi può dire: “Gesù è il Signore” senza lo Spirito Santo». E in terzo luogo, lo Spirito Santo ci fa parlare anche agli uomini, annunciando il Vangelo «nella profezia, cioè facendoci “canali” umili e docili della Parola di Dio. La profezia è fatta con franchezza, per mostrare apertamente le contraddizioni e le ingiustizie, ma sempre con mitezza e intento costruttivo. Penetrati dallo Spirito di amore, possiamo essere segni e strumenti di Dio che ama, che serve, che dona la vita».

«Senza di Lui non c’è missione, non c’è evangelizzazione», ha concluso Francesco nell’omelia, ricordando il legame tra la presenza dello Spirito Santo, quella della Madonna e quella della «nostra Madre Chiesa cattolica».

Ma che cosa accade quando ci rendiamo docili allo Spirito Santo che insegna, ricorda e fa parlare? Papa Francesco ha risposto nel Regina Coeli ricordando il carattere davvero «sorprendente» della Pentecoste e «i frutti di quella straordinaria effusione: il vento forte e le fiammelle di fuoco; la paura scompare e lascia il posto al coraggio; le lingue si sciolgono e tutti capiscono l’annuncio. Dove arriva lo Spirito di Dio, tutto rinasce e si trasfigura. L’evento della Pentecoste segna la nascita della Chiesa e la sua manifestazione pubblica; e ci colpiscono due tratti: è una Chiesa che sorprende e scompiglia».

Per cominciare, «un elemento fondamentale della Pentecoste è la sorpresa. Il nostro Dio è il Dio delle sorprese, lo sappiamo». Non soltanto a partire dalla Pentecoste «Dio, annuncia un messaggio nuovo – la Risurrezione di Cristo – con un linguaggio nuovo – quello universale dell’amore», ma tutti vedono che «i discepoli sono rivestiti di potenza dall’alto e parlano con coraggio – pochi minuti prima erano tutti codardi, ma adesso parlano con coraggio e franchezza, con la libertà dello Spirito Santo». Questo sorprendente evento storico si rinnova ogni giorno nella Chiesa, che ancora oggi è – o dovrebbe essere – «capace di sorprendere annunciando a tutti che Gesù il Cristo ha vinto la morte, che le braccia di Dio sono sempre aperte, che la sua pazienza è sempre lì ad attenderci per guarirci, per perdonarci». «Attenzione – ha ammonito il Papa -: se la Chiesa è viva, sempre deve sorprendere. È proprio della Chiesa viva sorprendere. Una Chiesa che non abbia la capacità di sorprendere è una Chiesa debole, ammalata, morente e deve essere ricoverata nel reparto di rianimazione, quanto prima!».

L’altra caratteristica della Pentecoste è che «crea scompiglio». «Qualcuno, a Gerusalemme, avrebbe preferito che i discepoli di Gesù, bloccati dalla paura, rimanessero chiusi in casa per non creare scompiglio. Anche oggi tanti vogliono questo dai cristiani. Invece il Signore risorto li spinge nel mondo». La Chiesa animata dallo Spirito Santo e dai suoi doni «non si rassegna ad essere innocua, troppo “distillata”. No, non si rassegna a questo! Non vuole essere un elemento decorativo. È una Chiesa che non esita ad uscire fuori, incontro alla gente, per annunciare il messaggio che le è stato affidato, anche se quel messaggio disturba o inquieta le coscienze, anche se quel messaggio porta, forse, problemi e anche, a volte, ci porta al martirio».

La Chiesa a Pentecoste, ha concluso Francesco, «nasce una e universale, con un’identità precisa, ma aperta, una Chiesa che abbraccia il mondo ma non lo cattura; lo lascia libero, ma lo abbraccia come il colonnato di questa Piazza: due braccia che si aprono ad accogliere, ma non si richiudono per trattenere. Noi cristiani siamo liberi, e la Chiesa ci vuole liberi!». E la Vergine Maria ci mostra come usare bene questa libertà.
 
(fonte: lanuovabq.it, 9.06.14)