Obiettivi del Millennio, proviamo con la famiglia

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di Nicolò Fede

C’erano una volta gli obiettivi di sviluppo del millennio… Si tratta di una lunga storia iniziata negli anni ’90 e che nel settembre del 2000 portò ad un impegno da parte degli stati membri delle Nazioni Unite (ONU) a raggiungere una serie di obiettivi per combattere la povertà e favorire lo sviluppo entro il 2015. Questi otto obiettivi, tanto ambiziosi quanto difficilmente quantificabili, includono ad esempio il target di dimezzare, rispetto al 1990, “la percentuale di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno” (Obiettivo n° 1), oppure l’obiettivo di ridurre di 2/3, sempre rispetto al 1990, “il tasso di mortalità fra i bambini al di sotto dei cinque anni di età” (Obiettivo n° 4). Gli obiettivi n° 3, 5, 6 riguardano rispettivamente l’uguaglianza tra i sessi, il miglioramento della salute materna e la lotta all’AIDS, alla malaria e alle altre malattie infettive.

Dietro tali nobilissimi intenti proclamati dall’ONU e portati avanti da singoli governi e da organizzazioni di varia natura, si sono basati, negli ultimi tre lustri, anche i maggiori finanziamenti all’aborto, alla contraccezione e alla promozione di programmi educativi riduttivi del ruolo della famiglia. Infatti, se gli obiettivi restano generici ed aperti a varie interpretazioni, alla fine tutto dipende da chi realizza i programmi e, in fin dei conti, da chi li finanzia. Si dà il caso che gli Stati Uniti d’America (USA) e la nostra Unione europea (UE) sono i maggiori contribuenti mondiali di tale sviluppo. Si capisce allora per quale assurdo motivo il miglioramento della salute materna viene inteso come sostegno all’aborto, mentre la lotta all’AIDS si riduce spesso a diffusione di preservativi.

Da un lato vi sono gli USA che, specialmente dall’avvento al potere del Nobel della Pace (sic!) Barack Obama, promuovono la cultura della morte un po’ ovunque nel mondo, e poco importa se la tendenza interna generale sia quella di restringere l’aborto e di promuovere la famiglia. Dall’altro lato vi è l’UE, le cui scelte in campo di aiuto allo sviluppo sono compiute da una burocrazia fortemente influenzata dalle diplomazie nordiche. Gli altri Stati membri dove pure vi sarebbe una maggioranza sensibile alle questioni etiche, sono tiepidi e non pesano abbastanza economicamente per poter pesare anche nelle decisioni. Ecco che vediamo la Commissione europea collaborare con i campioni internazionali dell’aborto come l’IPPF (International Planned Parenthood Federation) o Mary Stopes International. Il tutto, serve ricordarlo, per migliorare la salute materna. Come l’aborto migliori la salute materna è difficile comprenderlo, ma questi sono dettagli.

Passati ormai 15 anni, già da qualche tempo si analizzano i risultati di questi programmi (non sempre all’altezza delle aspettative) e soprattutto si pensa al post-2015. Si apre quindi la possibilità di poter influenzare in un modo o in un altro l’aiuto allo sviluppo per i prossimi decenni. Come abbiamo detto si tratta di indicazioni generali e di obiettivi globali, sempre soggetti all’interpretazione delle istituzioni che li perseguono. Ma in questo contesto si inserisce un’ottima campagna internazionale per l’inclusione della famiglia come fattore fondamentale di sviluppo: Include the Family! (Includete la famiglia). Ciò non impedirà forse agli USA e all’UE di persistere nella cultura della morte, ma sicuramente farà aprire uno spiraglio per chi le madri, i padri e i bambini vuole aiutarli davvero.

Promossa dall’UN Family Rights Caucus, un collettivo internazionale di organizzazioni pro-famiglia, tale campagna ha come intento di sostenere quei diplomatici che a New York e a Ginevra stanno tentando di inserire un punto in favore della famiglia tra i prossimi obiettivi del millennio. Non si tratta di una battaglia persa o dell’ennesima inutile raccolta firme, dal momento che di fatto gli Stati membri delle Nazioni Unite promotori della famiglia come cellula fondamentale e naturale della società sono decisamente la maggioranza. Basti pensare a tutti gli Stati africani e latinoamericani che, al di là delle differenze politiche, si ritrovano spesso contro il blocco USA-UE sui temi etici nei consessi internazionali, trovando invece sponda nella Russia, negli Stati islamici e, chiaramente, nella Santa Sede (che è però solo osservatore e non membro dell’ONU).

Su questa bilancia naturalmente spostata a favore della famiglia e del diritto naturale entrano però in gioco gli interessi economici e i giochi di influenza economica sulle Nazioni Unite, che – come la stessa UE – non sono finanziariamente autonome ma dipendono dagli Stati che ne fanno parte. Con il solito risultato che ad avere la meglio è spesso il ricco blocco USA e UE. In questo senso l’idea di una campagna mediatica e di una raccolta firme mondiale si rivela geniale, poiché può essere in grado di svelare di fronte all’opinione pubblica i meccanismi perversi ed antidemocratici che si celano dietro alle prese di decisioni dei consessi diplomatici.

E magari si otterrà anche lo storico risultato di vedere la promozione della famiglia tra i prossimi obiettivi del Millennio, con dei parametri per ogni settore di sviluppo economico che siano centrati sulla famiglia invece che sul cosiddetto gender, attualmente tanto di moda. Del resto ciò sarebbe in linea con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (art. 16.3) e con numerosi documenti internazionali nei quali si riconosce l’apporto unico ed insostituibile della famiglia allo sviluppo mondiale, come ha recentemente fatto notare l’Osservatore permanente della Santa Sede alle Nazione Unite, Mons. Francis Chullikatt: «Invitiamo gli Stati membri a riconoscere che aggiungere la famiglia come una priorità trasversale al programma di sviluppo post-2015 possa costituire un passo progressivo, dal momento che ciò non è ancora sufficientemente affrontato in questo processo».

In questi giorni e nei mesi a venire, le negoziazioni continueranno con sempre maggiore intensità, ma la campagna Include the Family! e le azioni di alcuni Stati membri stanno facendo crescere la consapevolezza tra i sostenitori della famiglia alle Nazioni Unite, che troppo spesso hanno l’impressione di sentirsi soli in questa battaglia del buon senso.
 
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(fonte: lanuovabq.it, 23-06-2014)