Giudicare o non giudicare?

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Due riflessioni in merito al comando “non giudicare” di Gesù (da non disgiungere dal “giudicate tutto” di san Paolo) molto utili in questo tempo di grande confusione.
 

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“Non giudicate per non essere giudicati” (Mt 7, 1-2)

“Giudicate tutto e trattenete ciò che vale” (1 Tess 5,21)

Il comando di Gesù per bocca di Paolo, il primo per bocca di Matteo.

Dobbiamo giudicare o non dobbiamo giudicare? Il giudizio è una volta un comando, una volta una proibizione: che cos’è che dobbiamo giudicare? Che cos’è che non dobbiamo giudicare?

Non giudicate nessuno: la persona non si giudica mai, il suo valore lo conosce Dio, l’intenzione del suo cuore la vede solo Dio. Giudicate tutto: tutto sono le cose, comprese le parole che una persona dice, le azioni che compie, perché se non giudichi le cose, se non distingui il bene dal male, non chiami le cose col loro nome, non fai esperienza di niente, non cammini più, sei schiacciato da tutto se non lo vuoi giudicare.

Se giudichi una persona la distruggi, se non giudichi le cose sei distrutto tu dalle circostanze. Devi giudicare tutto quello che uno dice tutto quello che uno fa così puoi scegliere se seguirla o no, ma se giudichi la persona la distruggi, non puoi giudicarla.

Che respiro il cristianesimo! Che luce per l’intelligenza! Così viene salvata la persona dell’altro, che la affidi a Dio, ma vieni salvato tu dalle circostanze, da quello che accade, da quello che gli altri dicono e fanno, devi chiamare tutto col suo nome, decidere cosa seguire e continuare il cammino verso la tua realizzazione.

Se c’è un punto di confusione in questa società è esattamente su questo punto: e gli uomini vengono distrutti dal giudizio di altri o son distrutti loro perché non giudicando niente sono schiacciati, affogano dentro le circostanze.

Benedetta Frigerio – Facebook

 

Verità e Carità

Il papa dice di non giudicare e poi scomunica i mafiosi che non si convertono ecc. come mai?

Forse bisogna tenere insieme le cose:

“Giudicate ogni cosa, trattenete ciò che vale” (1 Tess 5,21)
e
“Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato” (Luca 6,37).

Il giudizio sul fatto deve essere inequivocabile, oggettivo, ma quello sulla persona è altra cosa. Il cristiano lo sa bene: non rifugge dal prendere posizione, dall’opera faticosa del discernimento, anzitutto riguardo alle sue proprie scelte, ma non giudica l’intenzione, la colpevolezza soggettiva, di chi il peccato ha compiuto. Perché, secondo il catechismo di san Pio X, affinchè un peccato grave oggettivo sia tale anche soggettivamente, occorrono, oltre alla materia grave, anche la piena avvertenza ed il deliberato consenso. Sa Tizio ciò che sta facendo? Lo sa pienamente, e pienamente vi assente? Lo sa solo Dio. In questo senso va inteso il detto evangelico: “Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato” (Luca 6,37).

Noi non sappiamo giudicare il grado di colpevolezza di fronte a Dio (l’unica cosa che conta davvero) insita nel gesto, oggettivamente sbagliato, di Tizio. Scriveva il compianto cardinal Giuseppe Siri, che aveva una concezione cattolica dell’esistenza che molti suoi confratelli, nel post concilio, non possedevano più, scambiando la carità con il cedimento all’errore: “Noi siamo sempre pronti a condannare. E invece di condannare faremmo meglio a dire che, nelle condizioni in cui si sono trovati tanti nostri fratelli, saremmo stati probabilmente molto peggio di loro. Questo, non per decurtare l’orrore del peccato: il peccato è peccato, è quello che è. Ma gli uomini si distinguono dal loro peccato; ne saranno macchiati, ma sono un’altra cosa. Il peccato loro può essere grande, ma la capacità loro di risorgere può essere ancora più grande. Ed è con questo sguardo che si debbono vedere gli altri”. Verità e Carità, ancora una volta, non vanno disgiunte: perché nel cristianesimo una non può stare senza l’altra. Anche se è difficilissimo metterlo in pratica (spesso chi non giudica finisce “buonista” e menefreghista, chi giudica “troppo” fariseo..).

Francesco Agnoli, Facebook

 

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