Un romanzo da leggere

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Durante le vacanze ho approfittato per leggere (o meglio, divorare) un romanzo che era da tempo in cima ai miei desideri di lettura: “Il destino del fuco”, di Susanna Manzin (D’Ettoris Editori, Crotone 2014). 

Il romanzo è breve, narrato con uno stile capace di tenere il lettore incollato al libro finché non lo finisce. Si legge davvero d’un fiato! L’argomento è di grandissima attualità e l’autrice pone interrogativi importanti, dai quali non si può sfuggire se si intende affrontare la questione con onestà intellettuale e senza ideologie.

Protagonisti del romanzo sono Marianna e Riccardo, marito e moglie (genitori di due ragazzi, Michele e Federica), i quali gestiscono con successo un agriturismo. Li accomuna la passione per il cibo, per il buon vino, per la bellezza della convivialità. Risalta la cura con cui Marianna riesce a unire sobrietà e raffinatezza, e questo contribuisce a creare un clima di ospitalità ed accoglienza.

La vita quotidiana di Marianna e Riccardo scorre tranquilla fino a quando non accade qualcosa che sconvolge l’equilibrio familiare. Tutto inizia con l’arrivo all’agriturismo di quattro nuovi ospiti: una madre single, Anita, con la figlia Greta ed un padre divorziato, Carlo, con il figlio Ludovico.

L’entrata in scena di questi quattro personaggi rivela un inconsapevole legame esistente tra loro e con gli stessi gestori dell’albergo, Marianna e Riccardo.

Subito si intuisce che Greta e Ludovico sono due giovani con forti disagi esistenziali e forse anche per questo hanno legato, anche se la loro amicizia non diventerà mai amore.

Grazie allo sfogo degli ospiti Anita e Carlo, amareggiati per il difficile rapporto con i rispettivi figli, Marianna e Riccardo apprendono che le ragioni di queste difficoltà sono ben più profonde di una temporanea crisi tardo adolescenziale dei due figli. Entrambi i ragazzi sono nati da fecondazione eterologa e hanno quindi patito l’assenza del padre, sebbene Ludovico, nei primi anni di vita, abbia avuto vicino Carlo che però dopo la separazione dalla madre diventa per il ragazzo quasi un estraneo. Carlo è sempre stato escluso dalla moglie nell’educazione di Ludovico ed ora vuole dirgli tutta la verità.

Ma Riccardo, al quale Carlo ha confidato il suo segreto, mostra un particolare (quasi morboso) coinvolgimento nella vicenda. La ragione emerge poco dopo: egli infatti 19 anni prima, ancora scapolo, per esigenze economiche, aveva venduto il proprio sperma ad una banca del seme. Ma non aveva mai rivelato la cosa alla moglie Marianna. Grazie ad alcune ricerche riesce ad ottenere la prova certa che Ludovico e Greta sono suoi figli, quindi, tra l’altro, anche fratelli.

Questa notizia provoca in lui un grande tormento. Innanzitutto teme che tra i due ragazzi, così legati, possa nascere una relazione incestuosa. In secondo luogo è sopraffatto dalla paura di doversi prendere carico di due figli che neanche conosce. Lui ha già due figli e una moglie che ama. Ed è terrorizzato dall’idea che tutto questo possa distruggere la sua (fino ad allora) serena vita familiare, il rapporto con Marianna e con i due figli.

Quando la verità viene a galla, tutti i personaggi rivelano la loro impreparazione e angoscia nel gestire una situazione così drammatica ed imprevedibile.

Come andrà a finire non lo svelo, ma è evidente che in un’epoca di grande confusione come quella che stiamo vivendo (la fecondazione eterologa è ormai realtà in Italia da quel 9 aprile 2014, quando una sentenza della Corte Costituzionale ne ha cancellato il divieto stabilito dalla Legge 40), una storia del genere appare tutt’altro che irrealizzabile. Peraltro, per una curiosa coincidenza, il libro è uscito proprio contemporaneamente alla sentenza della Consulta.

Senza moralismi o astratte teorie, il racconto di Susanna Manzin mette in luce tutte le concrete implicazioni e contraddizioni insite nella fecondazione eterologa. Evidenti, quasi palpabili, sono i rischi e le aberrazioni di una maternità che riduce il figlio a puro capriccio da soddisfare a tutti i costi (“da commissionare, come si fa con le tende del salotto”, dirà Ludovico a sua sorella Greta), anche a costo di svilire la figura paterna trattandola alla stregua di un “fuco”, il maschio dell’ape utile solo a fecondare l’ape regina e poi destinato a uscire di scena.

Ma davvero è superflua la paternità? Davvero il concetto di paternità, e in generale di genitorialità, è definibile per contratto o per sentenza? E’ giusto spezzare quel legame genetico profondissimo che lega un padre al proprio figlio?

Eppure abbiamo tutti una grande domanda di senso nel cuore che ci porta a domandare: chi sono? Da dove vengo?

Eppure ormai l’attualità fornisce quasi quotidianamente casi reali che rivelano la problematicità di queste situazioni (1). Spesso i figli hanno l’insopprimibile desiderio di conoscere il loro padre biologico, perché quello con il padre è un legame molto forte. Inoltre, come riesce ad esprimere bene l’autrice nel suo romanzo, l’uomo che si è assunto il ruolo di  padre patisce spesso la sua estraneità nei confronti del bambino. E in effetti vi è una stretta correlazione tra il ricorso al padre “donatore” e il fallimento delle unioni matrimoniali (2). Viceversa è capitato in diversi casi che il donatore abbia poi preteso di poter riconoscere il figlio nato dalla sua donazione. E ancora, pensiamo a quanti figli nascono dalle donazioni. In America un donatore può arrivare ad aver generato anche 150 volte (150 figli che non sanno di essere fratelli!). E questa è realtà, non è finzione letteraria; sono persone in carne e ossa, con i loro desideri più profondi, le loro inevitabili inquietudini e lacerazioni. Forse occorrerebbe fermarsi a riflettere. “La scienza oggi è in grado di fare molte cose: dovremmo chiederci se è veramente rispettoso della dignità umana consentire per legge di fare tutto ciò che la tecnica consente di fare“, scrive l’autrice nella Nota finale.

C’è chi tenta impropriamente di accostare la fecondazione eterologa all’adozione. Ma vi è, rispetto all’adozione, una differenza fondamentale. Il principio fondante dell’istituto giuridico dell’adozione è quello di dare un padre e una madre ad un bambino che non li ha. Il diritto da tutelare è quello del bambino ad avere una famiglia, e non viceversa. L’adozione è un rimedio contro un male: l’abbandono dei figli, che può essere colpevole o incolpevole, ma è sempre abbandono. L’ideale sarebbe che non ci fossero figli senza genitori. Ecco perché non è realistico il parallelo con la procreazione artificiale eterologa: in questo caso, infatti, la situazione negativa (l’abbandono) è pianificata a priori, addirittura istituzionalizzata ed incoraggiata: si genera deliberatamente per abbandonare. Con tutte le conseguenze che abbiamo visto.

Il romanzo, tuttavia, non chiude alla speranza. Non c’è desolazione in grado di sopprimere la speranza: questo è il messaggio che si coglie alla fine della lettura. È sempre possibile ricostruire, raccogliere i cocci di qualcosa che sembra ormai definitivamente rotto e rimetterli insieme con pazienza, umiltà, buona volontà, con l’aiuto delle persone care e, non ultimo, con la Grazia.

Interessante anche il ruolo particolare che la cultura della tavola ha nella vicenda raccontata. Il cibo nel racconto diventa una metafora del rapporto che i suoi personaggi hanno con gli altri. Perché, come dice la stessa autrice in una intervista, “il cibo non ha solo un aspetto biologico e nutritivo, ha aspetti sociali, culturali, simbolici. L’alimentazione è cultura, è un’espressione diretta di ciò che gli uomini fanno, sanno, pensano, di ciò che in sostanza sono. (…) E anche i personaggi del libro riveleranno la loro indole, il loro carattere a seconda di come vivono la cultura della tavola”.

In effetti l’atto del mangiare è ricco di significati profondi: il radunarsi insieme attorno ad una tavola apparecchiata con cura e bellezza, condividendo cibo e buon vino, è il modo più naturale di amare la vita e gli amici, la via privilegiata per entrare in comunione con gli altri. Il Vangelo ci offre tanti esempi di questa semplice realtà. Sono molti gli episodi del Vangelo che presentano Gesù seduto a tavola con i suoi discepoli; i più famosi miracoli hanno per oggetto il cibo, molte parabole utilizzano il banchetto come simbologia e allegoria. Non è un caso che il più grande Sacramento sia stato istituito a tavola.

Mi è piaciuta molto la citazione della preghiera di ringraziamento per il pasto attribuita a Santa Brigida d’Irlanda:

“Vorrei un grande lago della birra migliore

Per il Re dei Re.

Vorrei una tavola carica dei cibi più ghiotti

Per la famiglia del cielo.

Che la birra sia distillata dai frutti della fede,

E il cibo sia l’amore che perdona”.
 
Insomma un libro che consiglio a tutti, da leggere assolutamente!

 
 
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Di seguito la pagina facebook e il trailer del libro:

https://www.facebook.com/pages/Il-Destino-del-Fuco/475090655924611
 

 

Note:

(1) Cfr. R. Frullone, “Mio padre si chiama donatore”, 10.06.14.

(2) ibidem