“L’equilibrista di Dio”

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Ho appena finito di leggere l’ultimo libro del mio amico scrittore e poeta Crescenzo Marzano. Qualcuno degli amici del blog lo conoscerà. Ho avuto il piacere di ospitarlo diverse volte per la pubblicazione delle sue bellissime poesie.

Crescenzo, nato a Napoli il 25 ottobre 1962, sposato dal 1983 e padre di tre figli, ha già pubblicato nel 2008 un libro dal titolo L’Eclissi e la Grazia (Ed. Sbc).

Il suo ultimo libro, uscito quest’anno, si intitola invece: “L’equilibrista di Dio” (Ed. Akea, 2014), ed è un’autobiografia che ripercorre il cammino spirituale e umano dell’autore, lungo le varie traversie della vita che alla fine lo hanno portato ad abbracciare la Fede cattolica. E’ più una riscoperta che una vera e propria conversione, in quanto l’educazione ricevuta in famiglia era stata una educazione cristiana (dolcissimo il ricordo della nonna che sgranava il Rosario e della mamma Maria Grazia che tra i suoi lavori di uncinetto ritagliava delle pause per pregare la Madonna). Ma una riscoperta che cambia radicalmente la sua vita, che gli dona uno sguardo nuovo su tutte le cose. Uno sguardo che finalmente mette pace in quel cuore inquieto che era sempre alla ricerca di qualcosa o meglio Qualcuno che potesse appagare la sua sete di bellezza e di Speranza.

Questo libro commuove, trascina, coinvolge specialmente chi, come me, ha fatto un cammino analogo, ma certamente anche chi quel percorso non lo ha ancora fatto ed è alla ricerca di quel buono, bello e vero che in fondo tutti cerchiamo.

Difficile restare indifferenti di fronte alla sincerità disarmante di un uomo che, senza remore, si apre al lettore raccontando i labirinti attraversati in lungo e in largo, prima di approdare alla Verità. Una ricerca sofferta ma appassionata, profonda, che parte dalle grandi domande della vita, sul suo senso, sul suo significato, e che prosegue – grazie anche agli avvenimenti, all’esperienza e agli incontri fatti lungo il cammino – con il desiderio di approfondire le Sacre Scritture e le radici storiche del cristianesimo, fino ad appurare la veridicità e autenticità dei Vangeli e l’esistenza storica di Gesù. Analisi che lo porta a concludere che il Cristianesimo, lungi dall’essere una ideologia o una dottrina astratta, è invece l’esperienza dell’incontro con la persona viva di Gesù Cristo presente nella storia e nella Chiesa da 2000 anni; una Chiesa che è stata realmente fondata da Lui e ancora oggi è guidata da Lui per accompagnare il cammino quotidiano e faticoso di ognuno di noi verso la salvezza.

Un’analisi, dunque, ragionata della Fede, dove la ragione (come in tutti i percorsi di conversioni adulte) ha l’esigenza di essere interpellata e vuole valutare la realtà nella sua totalità, senza però pretendere di eliminarne l’Autore. Una ragione “illuminata ma non illuminista”, tiene a precisare Crescenzo. Il quale, infatti, non manca di criticare certe ideologie che allontanano dalla Fede e dalla retta ragione. Come quando accenna al marxismo (ideologia nefasta, che nonostante inneggiasse a un certo “umanesimo”, si è poi rivelata filosofia aberrante e disumana) o quando parla dell’Illuminismo che con il suo idolatrare la dea ragione facendo fuori il Creatore ha finito per sopprimere quelli che venivano considerati i “malati” anziché cercare le cause della “malattia” e limitarsi a combatterne gli effetti. Ideologia quest’ultima che, come scheggia impazzita, è poi sfociata negli “ismi” di recente memoria. Fino ad arrivare a quel sovvertimento di valori in cui oggi siamo immersi, il nichilismo, che ha gettato l’uomo nella precarietà perenne e nell’inquietudine.

Nel ripercorrere la sua vita l’autore parla di “colui che si mette di traverso”: il diavolo. Un nemico che si fa spesso vivo nella nostra vita e purtroppo oggi sottovalutato. L’esistenza del diavolo fa parte delle verità di fede e dunque non può esser considerato un problema di cui poter fare a meno, qualcosa a cui si è liberi di non credere. Fa parte del deposito della fede, della stessa Rivelazione. E chi non ne fa esperienza nel quotidiano! Tutti noi siamo attratti dal bene, e siamo capaci di operare il bene, ma abbiamo anche un’inclinazione al male, siamo quindi capaci di sprofondare negli abissi più profondi attraverso il cattivo uso del libero arbitrio, e questo è il frutto di quel peccato originale che rende l’uomo vulnerabile al demonio. “In me c’è il desiderio del bene, ma non c’è la capacità di compierlo. Infatti io non compio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio. Ora, se faccio quel che non voglio, non sono più io ad agire, ma il peccato che è in me”, dice San Paolo. Rivolgendoci però a Colui che guarisce le colpe, e confidando nella Sua misericordia, possiamo ogni volta risollevarci e, fortificati dalla Sua Grazia, combattere con più forza quel peccato che è sempre dietro l’angolo, pronto a farci nuovamente cadere.

Come non concordare con l’autore quando parla del fuoco della ritrovata luce, quella voglia di testimoniare “esagerata”, tipica dei neo-convertiti. Si è talmente infervorati dal quel fuoco che si accende nel cuore, che spesso (soprattutto nel primo periodo) si va avanti a “gridare” la Verità senza quel minimo di equilibrio reso necessario dal rispetto per gli altri, mettendo forse un po’ tra parentesi la misericordia, l’umiltà. Ti dimentichi che, fino a poco tempo prima, eri tu sordo ad ogni discorso religioso. Poi ad un certo punto subentra il realismo (che poi è un’altra grazia) e cioè comprendi che la verità non viene accolta se non è accompagnata dalla carità, quindi dall’amore, dalla misericordia, dalla pazienza, dall’umiltà. Ma come dice Crescenzo, “il fuoco della Verità – appena lo si scopre – è troppo forte da tenere a bada”. E d’altra parte è vero che senza l’evangelizzazione, l’apostolato rimarrebbe solo un affascinante aspetto teorico. Gesù lo dice molto chiaramente nel Vangelo di Luca: “Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce” (Luca 8,16-18).

Mi sono ritrovata molto anche nel capitolo in cui l’autore parla dello scandalo del male e della sofferenza. Devo ammettere che da questo “scoglio” sono passata anch’io quando ancora ero ancora “tiepida” e anche all’inizio del mio cammino di conversione. Questo era l’ultimo scoglio rimasto da superare, prima di proseguire con serenità questo cammino che avevo intrapreso. E devo anche aggiungere che ho voluto personalmente sviscerare il problema da capo a fondo prima di dire “ok, Gesù, sono Tua”.
La riflessione sul problema del male – come l’autore testimonia – conduce infatti a comprendere, ancora di più, che siamo talmente piccoli, limitati e fragili che abbiamo un assoluto bisogno di Qualcuno che ci rassicuri e che ci dia Speranza. E questo Qualcuno chi è se non Colui che, per ognuno di noi, si è fatto crocifiggere (crocifiggendo con lui anche i nostri peccati) e ha accettato tutte le umiliazioni e i tormenti possibili per amore nostro?
Già solo questo basta a tacitare tutti i nostri dubbi, le nostre paure e angosce. Come dice Crescenzo, Dio non si è messo a filosofeggiare troppo riguardo al Male, lo ha vissuto. Per quanto questo ci scandalizzi, Lui ne ha fatto esperienza in prima persona. “Lo ha fatto suo, trasformandolo dall’interno e svuotandolo della sua falsa illusione di vittoria sull’uomo. E alla fine lo ha vinto per sempre. Infatti ha vinto la morte, che del male è stata, fino a quel momento, la vittoria più angosciante e tenebrosa”.
Di più, Cristo è anche e soprattutto nel dolore e nella sofferenza che si fa vicino a noi. Abbiamo in Lui un compagno fedele che ci abbraccia, allevia le nostre ferite e ci rialza quando siamo nella prova. Questo possiamo sperimentarlo tutti, se solo non lo rifiutiamo e, anzi, ci affidiamo a Lui.
La sofferenza, inoltre, può essere da noi offerta a Dio per il bene di coloro che amiamo. Gesù con il suo sacrificio ci insegna infatti a renderla feconda. Un esempio di questa “fecondità” ci è dato dai Santi che spesso, dopo tante prove in vita, hanno dato frutti inesauribili di grazie e di miracoli.
Occorre, dunque, guardare al Male come ad un mistero. Un mistero che – per via del nostro punto di vista limitato – non riusciamo a cogliere fino in fondo con la nostra intelligenza, ma che in realtà non è qualcosa di contrario alla ragione dell’uomo, semmai la supera e la costringe ad abbandonarsi a qualcosa di più grande. Solo quando saremo faccia a faccia con il Padre – dice Crescenzo – “sveleremo l’arcano della permissione divina del male; fino a quel momento dovremo accontentarci di sapere che Egli, nella Sua infinita onnipotenza e misericordia, riesce sempre a trarre il Bene, anche quando il male sembra prevalere”.
Scriveva a tal proposito Giovanni Paolo II nella Salvifici Doloris: “L’umana sofferenza ha raggiunto il suo culmine nella passione di Cristo. E contemporaneamente essa è entrata in una dimensione completamente nuova e in un nuovo ordine: è stata legata all’amore, (…) a quell’amore che crea il bene ricavandolo anche dal male, ricavandolo per mezzo della sofferenza, così come il bene supremo della redenzione del mondo è stato tratto dalla Croce di Cristo, e costantemente prende da essa il suo avvio”.

Nella sua disamina l’autore scandaglia e commenta molti passi del Vangelo. Ne approfondisce i messaggi, le parole, i significati e infine riflette sui doni del Cristianesimo. Il più bello e grande di tutti, l’Eucarestia. Dio che si fa pane e vino per noi, cibo spirituale che sostenta la nostra vita e le nostre anime e ci prepara al grande traguardo che è la Vita eterna.

Ma anche il dono “bellissimo e, per certi versi, terribile” della libertà. Dono che ovviamente ha anche un’altra faccia, quella della possibilità di sbagliare e persino di rifiutare Dio. Ma giustamente Crescenzo fa notare che l’amore, per essere tale, è per sua natura libero. Nemmeno Dio vuole violare quella soglia che è la libertà umana. Proprio come fanno i bravi genitori che con il figlio ribelle le provano tutte, ma poi si fermano davanti alla “soglia” della libertà del loro ragazzo. Gesù bussa alla porta del nostro cuore, ma non la butta giù, non la sradica.

Oppure ancora il dono dello Spirito: il Consolatore. Gesù prepara piano piano i suoi discepoli, “con una pedagogia divina e umana magistrale”, all’epilogo della Passione e della Croce. Spiega loro con pazienza il significato e l’importanza di questo estremo atto di Amore, dal quale sarebbe scaturita la vittoria sulla Morte. I discepoli, come sappiamo, rimangono scandalizzati davanti a questa prospettiva. E infine scappano davanti agli eventi delle ultime ore di vita di Gesù. Sotto la croce non rimane nessuno dei discepoli, eccetto Giovanni. Eppure non solo Gesù affida a Pietro (colui che lo aveva rinnegato tre volte) il primato della guida della Chiesa, le “chiavi del Regno”, il potere di “legare e sciogliere”, ma prima dell’Ascensione promette agli apostoli che invierà loro il Consolatore, lo Spirito Santo, lo Spirito di Verità, che li aprirà alla comprensione della Verità tutta intera. Inoltre, dà loro il mandato di evangelizzare il mondo (Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” – Mt 28,19-20). Insomma, Gesù non trova la debolezza degli apostoli incompatibile con il loro mandato. E in effetti, da lì in poi, essi affronteranno prove, persecuzioni e addirittura il martirio con un coraggio superiore, soprannaturale, segno che lo Spirito ha agito in loro.

Molti altri spunti ci vengono offerti dall’autore, inducendoci a meditare sul senso profondo della storia, sull’importanza fondamentale e imprescindibile della Chiesa come Corpo mistico di Cristo, sul quel disegno misterioso che Dio ha per il mondo e per ognuno di noi.

Ho trovato molto bella e calzante la citazione di Michael O’Brien, scrittore cattolico canadese: “Anch’io sono cattolico. La nostra fede non ci insegna che l’amore costa tutto? L’amore è sempre un rischio (…) il credente non è un guastafeste. E’ innamorato della vita, di tutte le sue gioie e di tutte le sue preoccupazioni. Il perfetto cattolico è una sorta di romantico, ma un genere molto insolito di romantico, perché è anche un realista”.

La parte finale del libro contiene suggestive poesie scritte dall’autore. Sono ulteriori spunti per contemplare il Volto di Cristo riflesso nel buono, vero e bello presenti nella Vita come dono, nella fede, nella famiglia, nell’amore.

Quando c’è una testimonianza di bellezza non rimane che accoglierla con gioia, la lettura di questo libro trasmette proprio questo. E’ un canto di lode e gratitudine a Colui che, solo, può riempire il nostro cuore di felicità, e a colei che con il suo fiat generoso è divenuta, per opera dello Spirito, madre di Dio e madre dei viventi.

Si potrebbe, forse, riassumere tutto in questa meravigliosa preghiera del Santo d’Ippona:

“Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te”.