Caro Veronesi, il cancro dimostra che solo Cristo risponde all’uomo

Cristo passione

(da UCCR, 18.11.14)
 
L’oncologo Umberto Veronesi ha trovato un modo originale pubblicizzare il suo ultimo libro: affidare a “Repubblica” alcuni brani sulla sua dimostrazione dell’inesistenza di Dio: «Allo stesso modo di Auschwitz, per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio», è il senso del suo scritto.

Un annuncio-spot, a cui ci ha abituato il medico mediatico. Come quando diceva che “l’etica laica è la migliore” e contemporaneamente, si è scoperto, stava tradendo sua moglie. Come quando spiegava che l’amore omosessuale è “più puro” di quello eterosessuale, come quando definiva i malati in stato vegetativo dei “morti viventi”, come quando chiese di legalizzare il doping nello sport, come quando -infine- scrisse all’età di 70 anni che «dopo aver generato i doverosi figli e averli allevati, il compito dell’uomo è finito, occupa spazio destinato ad altri, per cui bisognerebbe che le persone a cinquanta o sessant’anni  sparissero» (“La libertà della vita”, Edizioni Cortina Raffaello 2006, p. 39).

Se dunque la riflessione odierna arriva da un personaggio mediatico quanto meno stravagante, non possiamo tuttavia evitare di sottolineare che quella posta è una questione seria, che fa prima o poi capolino in ogni uomo. Siamo contenti e lo ringraziamo per aver riportato Dio al centro del dibattito culturale. Eppure, di fronte all’esistenza del male nessuna religione e nessuna filosofia riesce a rispondere adeguatamente, la posizione atea, inoltre, non solo non ha risposte ma estremizza ed amplifica il dolore in quanto lascia l’uomo in balia della sorte, della tragica e disperata sfortuna di chi viene preso di mira da un fato disumano e capriccioso.

Noi cristiani rispondiamo così a Veronesi: innanzitutto vedere in una malattia una manifestazione del volere di Dio, come afferma il noto oncologo, significa avere una concezione di Dio un po’ fanciullesca e, soprattutto, credere nel creazionismo. Invece, l’evoluzione biologica ci ha suggerito che anche la natura, come l’uomo, ha una sua forma di libertà, e le patologie che colpiscono l’uomo altro non sono che un errore causato dalla libertà della natura. Allo stesso modo, anche ciò che avvenne ad Auschwitz fu un errore della libertà dell’uomo, una libertà usata malissimo.

L’accusa a Dio, allora, non è quella di essere l’autore del male ma, semmai, di non intervenire per impedirlo. Ma l’impedimento della libertà non è anch’essa una forma di intollerabile violenza? Dunque Dio sceglie di non interviene? No, Dio interviene sempre ma lo fa “a modo suo” perché «i miei pensieri non sono i vostri pensieri,  le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55,8). E come interviene? Dio trae da ogni male un bene più grande. Come ha spiegato Giovanni Paolo II: «non vi è male da cui Dio non possa trarre un bene più grande, non c’è sofferenza che egli non sappia trasformare in strada che conduce a Lui». Anche Gesù stesso, interrogato su chi avesse colpa nell’essere ciechi, ha risposto: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio» (Gv 9, 1-41). La patologia, il cancro, non sono un volere di Dio ma sono la dimostrazione che la natura è libera di sbagliare, tuttavia Dio lo permette per poter trarre da questo male un bene maggiore («perché si manifestino le opere di Dio», spiega Gesù).

Per questo, ne abbiamo parlato tante volte, soltanto il cristianesimo riesce a stare di fronte alla provocazione del male senza scandalizzarsi. Nella croce e nella Resurrezione di Cristo si svela proprio l’intervento di Dio nei confronti del male: la vita di ogni uomo non finisce in questa vita e questo grazie alla Resurrezione di Cristo e, quindi, grazie alla sofferenza e alla croce che Lui ha scelto di portare. Un male enorme, ingiusto -come la crocifissione di Gesù-, nascondeva un bene ancora più grande. Così possiamo intuire che il male e il dolore delle nostre vite sono anche per noi una circostanza, una tragica circostanza attraverso la quale -se prendiamo su di noi questa croce- compiamo un disegno di bene più grande. «Se uno vuol venire dietro me, rinunzi a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16, 21-26). Dal male innocente commesso contro Suo figlio, Dio ha tratto un bene più grande: la salvezza di ogni uomo.

Il teologo Maurizio Chiodi, proprio rispondendo a Veronesi, ha scritto: «Per il cristiano, è in Gesù Cristo che Dio ha dato la sua sorprendente “risposta” al dolore umano: com-patendo con noi, per aprirci una speranza che non nasce da noi». Ecco il bene maggiore donato da Dio. Anche perché «proprio il miracolo delle guarigioni evangeliche è la testimonianza che la salvezza è più della guarigione, pur essendo un segno del Regno di un Dio che si è fatto vicino». Lo sa bene l’ex ateo militante Scott Coren, che si è convertito proprio a causa del male innocente che ha colpito sua figlia.

«Dio non ci ha tirati fuori dai guai, Dio è il gancio per tirarci fuori da essi. Questo gancio è il crocifisso», ha spiegato il filosofo Peter Kreeft.

Auguriamo a  Umberto Veronesi che  il suo ateismo diventi talmente maturo da riuscire a capire questo.
 
(fonte: UCCR, 18.11.14)

 
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