La difficile arte di educare

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di Giovanni Covino

«L’uomo è un essere culturale». Spesso abbiamo letto o sentito questa definizione, una definizione vera, ma che necessita di spiegazioni; occorre, infatti, chiarire, specie in relazione al problema dell’educazione, perché al sostantivo uomo possiamo accostare l’aggettivo culturale. Una simile definizione può, invero, significare tutto e niente: tutto se viene ben intesa la natura dell’uomo, niente se tale natura viene miseramente lasciata in balia di dottrine infondate.Non basta acquisire informazioni, essere in possesso di un cospicuo numero di dati per essere un uomo di buona cultura; in altri termini, dire uomo di cultura non equivale a uomo con una conoscenza sterminata, ma più semplicemente (e direi essenzialmente), significa essere un uomo ben formato, le cui conoscenze sono indirizzate al vero fine, al perfezionamento del proprio essere. Si può facilmente intuire che la difficile arte dell’educazione è destinata al fallimento, allorché il maestro, o l’educatore dir si voglia, fonda il proprio insegnamento su false dottrine antropologiche. L’uomo è un essere che necessita di un lavoro paziente e meticoloso di coltura per raggiungere la sua pienezza, così come il campo ha bisogno del paziente lavoro del contadino per produrre frutti a tempo debito. Si capisce, dunque, che bisogna conoscere, per raggiungere il proprio obiettivo, il campo dove si lavora, fuor di metafora, occorre conoscere l’uomo, il fine a cui tende, vale a dire il suo vero bene; non una qualsiasi produzione è buona, ma una produzione diretta al debito fine. L’educazione è proprio questo lavoro, un lavoro delicato e paziente.

«Che cos’è l’uomo?», è questa, dunque, la domanda che deve anticipare qualsiasi discorso pedagogico. Come già ho detto precedentemente, è impossibile stabilire il da farsi se non conosco il campo d’indagine, nel caso specifico l’uomo. C’è, dunque, una relazione strutturale tra la teoria dell’educazione e la concezione che si ha dell’uomo: se si considera, infatti, l’uomo un animale privo di spiritualità e ridotto alla sola materia, si avrà una teoria dell’educazione simile, se non uguale, all’addestramento di un qualsiasi altro animale (un cane, un cavallo ecc.), l’uomo, in questo caso, è considerato un automa a cui si impartiscono ordini secondo le mode del momento; se, di contro, si considera l’uomo un essere composto di una parte materiale e di una spirituale, la teoria dell’educazione prenderà tutt’altra direzione.

Orbene, chiediamoci nuovamente: che cos’è l’uomo? L’uomo si differenzia radicalmente dagli altri animali perché è persona, quanto di più nobile si trova nell’universo: l’uomo non è solo materia, ma anche spirito, precisamente uno spirito incarnato. Non accettare ciò significa rifiutare un’evidenza immediata. Quali sono le caratteristiche della persona? L’intelligenza e la volontà. Queste due facoltà in azione mostrano il carattere spirituale dell’uomo: con la prima conosciamo il vero, con la seconda desideriamo il bene. L’uomo, dunque, è un essere che desidera conoscere il vero e possedere il bene, ma non questa singola verità o questo bene particolare, ma la verità e il bene nella loro universalità. È la nostra stessa natura che ci dice questo; l’intelletto non si accontenta di una singola verità, ma va alla ricerca della verità della realtà tutta, la volontà vuole il bene, ma non il singolo bene, ma quello che appaga la volontà che come l’intelletto tende all’universalità. L’uomo quindi per realizzarsi deve seguire la propria natura, il suo vero bene, rispettando l’ordine che riconosce immediatamente.

Il filosofo francese Jacques Maritain, che ha dedicato molte pagine al problema dell’educazione, spiega:

«Avendo una natura, essendo costituito in un certo determinato modo, l’uomo ha evidentemente dei fini che rispondono alla sua costituzione naturale e che sono gli stessi per tutti, – come per esempio tutti i pianoforti che, qualunque sia il loro tipo particolare e dovunque essi siano, hanno per fine di produrre suoni che siano giusti. Se non producono suoni giusti, essi sono cattivi, bisogna riaccordarli, o sbarazzarsene come buoni a nulla. Ma poiché l’uomo è dotato di intelligenza e determina a se stesso i propri fini, tocca a lui accordare se medesimo ai fini necessariamente voluti dalla sua natura. Ciò vuol dire che vi è, per virtù stessa della natura umana, un ordine o una disposizione che la ragione umana può scoprire e secondo la quale la volontà umana deve agire per accordarsi ai fini necessari dell’essere umano. La legge non scritta o il diritto naturale non è altro che questo» (I diritti dell’uomo e la legge naturale, Vita e Pensiero, Milano 1977, p. 56).

Fuggire quest’ordine, sconvolgerlo significa fuggire e sconvolgere la nostra stessa natura, rifiutare la nobiltà che ci caratterizza, con tutte le conseguenze che derivano da un simile sconvolgimento. Tuttavia proprio per la sua nobiltà, l’uomo ha la possibilità di operare una simile scelta e non raggiungere il proprio fine, anche se tale azione, un’azione che rifiuta la verità sull’uomo, in definitiva rende schiavi.

Detto ciò bisogna soffermarsi, ora, sul lavoro del maestro. Qual è il compito del maestro, dell’educatore? In questo modo entriamo nel cuore della questione. Il maestro non è un semplice «trasmettitore di dati», il suo compito non è solo quello di istruire il discente su determinati argomenti, ma quello di formare, ovvero aiutare il discente nel conseguimento della propria perfezione; la persona umana è perfettibile, ma ciò che è perfettibile lo è in relazione a un fine. Ecco mostrato lo stretto legame tra la concezione dell’uomo e la teoria dell’educazione. Un educatore, un maestro che realmente vuol insegnare e formare deve impegnarsi in questo lavoro, per quanto gli è possibile, e non può cedere alle lusinghe di teorie che presentano parzialmente la natura umana, come nel caso del materialismo (l’uomo ridotto a sola materia) o dello spiritualismo (l’uomo ridotto a solo spiritualità); l’educatore ha l’importante compito di far comprendere chi sia veramente l’uomo e quale sia il suo bene, svolgendo la funzione della ragione quando l’allievo non è ancora in grado di ben discernere il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, il bene dal male.

La vera educazione, dunque, si realizza lì dove è presente un’adesione sincera al vero bene, lì dove vive un autentico amore per la verità.
 
(fonte: garrigou-lagrange.weebly.com)