Rinasce il mito dell’esplosione demografica

Culle vuote

di Riccardo Cascioli 

(da lanuovabq.it)
 
Un’altra bomba demografica, per di più inattesa? Così sembrerebbe da un lungo servizio dell’Espresso che, citando uno studio pubblicato da Science, ci dice che nel 2100 saremo (anzi, saranno) 11 miliardi, forse anche più di 12: almeno 3-4 miliardi in più di quel che si è creduto finora, visto che le stime ufficiali dell’Onu davano un picco di 9 miliardi intorno al 2050 per poi vedere una decrescita. Le conseguenze, avverte l’Espresso, sono ovviamente gravi, «una seria minaccia per l’ambiente, la sicurezza alimentare, la salute globale e perfino per la coesione sociale». E giù previsioni di carestie e guerre per accaparrarsi le poche risorse disponibili.

Lo scenario non è nuovo: dagli anni ’70 agli anni ’90 del XX secolo la propaganda sulla presunta “bomba demografica” è stata martellante ed è servita a giustificare la diffusione di contraccettivi e aborto ovunque nel mondo. Senonché l’evidenza dei numeri – che hanno smentito l’esistenza di una crescita senza controllo della popolazione mondiale – ha costretto a cambiare strategia, ripiegando sulla mancanza di risorse e la difesa dell’ecosistema. Come a dire: crescita o non crescita già il livello attuale di popolazione – per numeri e per consumi – è troppo.

Ma evidentemente non basta, e allora si ricomincia con la paura dell’esplosione demografica. Di cui però l’Espresso si accorge con un po’ di ritardo: parla infatti del «numero diScience appena pubblicato», mentre in realtà lo studio in questione è stato pubblicato nel numero che porta la data del 18 settembre 2014 ed è già stato abbondantemente discusso e anche confutato. Vale però la pena riprendere alcune questioni poste dallo studio, che si presenta come autorevole visto che è firmato da una ventina di professori dell’Università di Washington, con l’avallo della Divisione per la Popolazione delle Nazioni Unite.

Non c’è dubbio infatti che, visti gli argomenti su cui si fa leva, la semplice possibilità che la popolazione aumenti tanto velocemente nei prossimi anni darà ulteriore forza agli ecologisti e ai seguaci della “religione del cambiamento climatico” per invocare misure drastiche per il controllo della popolazione: ogni individuo che viene al mondo è infatti visto semplicemente come un emettitore di gas serra e un vorace consumatore di risorse. Del resto, sono gli stessi autori dello studio a chiedere che l’emergenza popolazione torni in cima alle priorità della politica internazionale. Non a caso, visto che nel 2015 dovranno essere ridefiniti gli obiettivi globali delle Nazioni Unite per sconfiggere la povertà.

Intanto, come mai tanta differenza rispetto alle precedenti stime dell’Onu? Gli autori dicono che si è usato un metodo nuovo di calcolo, più moderno e basato sui dati reali, presenti e passati, invece che basarsi sulle assunzioni e le stime degli esperti. In pratica è stato costruito un modello matematico seguendo il calcolo probabilistico, modello secondo cui è probabile che la popolazione mondiale crescerà fino a 9,6 miliardi nel 2050 e 10,9 miliardi nel 2100. In realtà la conclusione dello studio è meno precisa. Si afferma infatti che c’è «l’80% di probabilità che la popolazione mondiale, attualmente di 7.2 miliardi di persone, arriverà tra i 9.6 e i 12.3 miliardi nel 2100». È davvero il capovolgimento delle previsioni fin qui fatte? Non esattamente. Già nel 2012 la Divisione per la Popolazione dell’ONU aveva rivisto le sue stime fornendo gli stessi dati (e in ogni caso la stima precedente parlava di 9.3 miliardi nel 2050, quindi una cifra molto vicina a quella presentata dallo studio pubblicato da Science). La differenza sta piuttosto nel grado di incertezza della stima, che ora risulterebbe molto minore.

Inoltre anche se è vero che non ci si aspetta più la stabilizzazione della popolazione per il 2050, è però falso che ci si debba aspettare una crescita indefinita. Lo ha messo in rilievo anche il settimanale The Economist: «Per passare da 5 a sei miliardi ci sono voluti 12 anni, e altrettanti per arrivare da 6 a sette miliardi; ma per passare da 9 a dieci miliardi si stima che ci vorranno 25 anni e da 10 a 11 miliardi altri 45 anni. È ovvio che questa non è la stabilizzazione ma sicuramente siamo su quella strada piuttosto che allontanarcene».

Ma la questione ancora più importante riguarda l’attendibilità di una proiezione del genere. Il calcolo probabilistico, malgrado le pretese degli autori, non ci offre maggiore sicurezza sulle stime semplicemente perché non si è in grado di tenere conto del fattore umano. Riguardo alla fertilità infatti gli uomini non si comportano come gli animali, seguendo un copione già scritto. La decisione di avere o non avere figli e di quanti averne dipende da molte variabili che non sono prevedibili nel lungo periodo. Quindi l’introduzione in un modello matematico di dati riguardo l’evoluzione passata dei tassi di fertilità e delle condizioni in cui sono maturati, non ci dà affatto la certezza dell’evoluzione futura. Basti pensare che nella regione Asia-Pacifico negli anni ’60 c’era un tasso di fertilità di 5,5 figli per donna, oggi siamo scesi a 1,6, con una riduzione del 70% in appena 50 anni: per ampiezza del fenomeno e velocità è un fatto mai accaduto prima nella storia. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare un calo del genere basandosi sull’evoluzione precedente, così come era impensabile che anche in Iran il tasso di fertilità calasse del 70% in appena un ventennio, tra il 1980 e il 2000.

Quindi, la previsione dei quasi 11 miliardi nel 2100 potrebbe avverarsi ma anche no. Tanto più che i quasi 4 miliardi di persone in più previsti rispetto alla popolazione odierna sarebbero tutti concentrati nell’Africa sub-sahariana, la regione dove ancora oggi i tassi di fertilità sono intorno alle 5 nascite per donna e tendono a calare molto lentamente (secondo le statistiche dell’ONU). Lo studio in questione dà infatti per scontato che tali tassi rimarranno costanti ancora per decenni: una scommessa più che un dato attendibile. In ogni caso prevedere il comportamento riguardo alla fertilità di generazioni non ancora nate è un puro azzardo.

C’è infine un ulteriore aspetto da tenere in considerazione: ogni volta che si parla di popolazione si dà per scontato che una sua crescita sia un fattore negativo per lo sviluppo e per l’ambiente. Il che non corrisponde a ciò che la storia finora ci ha dimostrato. Proprio in un rapporto del 2001 titolato “Popolazione, ambiente e sviluppo: un rapporto sintetico”, la Divisione per la Popolazione dell’ONU rilevava che tra il 1900 e il 2000 mentre la popolazione mondiale è quasi quadruplicata – da 1,6 a 6,1 miliardi – il Prodotto Interno Lordo è aumentato da 20 a 40 volte. E anche l’aspettativa di vita è aumentata in modo clamoroso: a livello mondiale nel 1950 era di circa 46 anni, oggi sfiora i 67. E nei Paesi industrializzati è più che raddoppiata in un secolo, da 30 a 72 anni. E anche per quel che riguarda l’ambiente gli indicatori ci dicono che i problemi non nascono dal numero di persone che vivono in un territorio ma da altri fattori (culturali, economici, politici), e in ogni caso nei paesi sviluppati gli indicatori ambientali sono da decenni in costante miglioramento.

Casomai, come ha ricordato papa Francesco incontrando domenica le famiglie numerose, un problema grave per le nostre società è rappresentato dalla denatalità. È questa la vera emergenza, e non solo per i paesi occidentali. Il drastico calo dei tassi di fertilità in Asia, a cui si sommano i forti squilibri provocati dalle campagne di controllo delle nascite con l’eliminazione di decine di milioni di femmine, avranno un impatto disastroso sul cammino di questi paesi in uscita dal sottosviluppo, e di conseguenza sull’economia mondiale. Altro che allarme sovrappopolazione!
 

(fonte: lanuovabq.it, 30.12.14)