Non buoni propositi, ma conversione

Gesù in fasce

 di Antonello Iapicca
 
Certo, con gli scenari che i media ci propongono, è facile che, all’inizio di un nuovo anno, ci prenda un tantino di angoscia. Si fa a spintoni per salvarsi la pelle. Quando la vita prende fuoco, accanto non ci sono più persone, perché anche noi abbiamo smesso di esserlo da un bel pezzo. Prima le donne e i bambini? No guarda, qui non si applicano le “quote rosa”, niente differenze accidenti. E i bambini? Beh, per loro c’è l’autodeterminazione degli adulti.

No, la terra non è un luogo ospitale. Non lo è per troppe creature che il pensiero di Dio vorrebbe far entrare nel mondo ma restano folgorate dai veleni di pillole e forcipi. Non lo è per quelle che per la loro presunta inutilità e dannosità sono avviate “pietosamente” a una “dolce” morte. Non lo è per le famiglie, assediate dalle tentazioni più subdole, mimetizzate nel buonsenso che accarezza le concupiscenze. Non lo è per la persona, vezzeggiata nella sua carne e sfregiata nella sua anima. Non lo è per Dio, esaltato in caricatura e rifiutato in originale. Ma proprio Lui, all’aurora di un nuovo anno, ci invita a non temere il futuro, perché vi “farà brillare il suo volto e ci sarà propizio”.  

Per questo ci chiama ad entrare “senza indugio” nella storia, come i pastori che si sono incamminati verso la grotta di Betlemme. “In fretta”, come Gesù ha invitato Zaccheo a scendere dall’albero perché lo accogliesse in casa sua. È Lui, infatti, che si invita nella nostra casa, dove è pronta la mangiatoia nella quale desidera adagiarsi. Nella Scrittura però, il termine “casa” allude anche alla famiglia e alla storia ad essa legata.

E i pastori, entrando nella grotta, vedono proprio una famiglia: «Trovarono Maria e Giuseppe e il Bambino che giaceva nella mangiatoia». Ma gli angeli avevano indicato loro un particolare apparentemente diverso: «Troverete un Bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». Come argutamente notato dal grande mariologo Aristide Serra, all’ingresso dei pastori Luca sostituisce le “fasce” con “Maria e Giuseppe”. Sono loro che “fasciano” Gesù con le loro cure amorevoli. Così il “segno” che Dio offre al mondo diviene la Santa Famiglia di Nazaret.

È lei, immagine della comunità cristiana, che ci accoglie per aiutarci ad accogliere Cristo nella nostra vita, nella nostra casa e nelle nostre famiglie, al lavoro, a scuola, ovunque. Anche negli angoli oscuri, dove non capiamo nulla di ciò che ci accade, e vorremmo cambiare gli eventi, le persone, noi stessi. Accanto a Gesù, infatti, come una porta verso di Lui dischiusa dinanzi a noi, c’è Maria.

Perché non c’è altro cammino a Cristo che sua Madre, la Chiesa. Maria, che ha accolto Dio nel suo cuore prima che nel suo grembo, e non ha mai smesso di gestarlo nel suo intimo, dove l’uomo è davvero se stesso e, al riparo dai condizionamenti, decide se obbedire o no. E Maria ha obbedito. Ascoltava, guardava, e obbediva, perché nel cuore “serbava e meditava tutte le cose” di suo Figlio; quell’amore infinito deposto in Lei e che le cresceva in grembo; che nasceva, si faceva uomo, e Parola, e segni; e poi insulti e rifiuti, sino all’istante in cui una spada le ha trafitto il cuore. In quel momento la lama le conficcava nel cuore il dolore di ogni uomo, unendolo a “tutte le cose” di suo Figlio. Sino ad allora aveva difeso nella memoria quello che non comprendeva, perché l’impossibile non restasse fuori dalla sua vita.

E ora, ai piedi della Croce, accoglieva nel suo cuore le nostre angosce, ogni evento che non capiamo e non possiamo accettare, perché la sofferenza non ci allontanasse da suo Figlio. E così, accogliendoci nel dolore di Gesù, diventava nostra Madre, unendoci a Lui nel suo grembo.

Per entrare nel nuovo anno non abbiamo bisogno di fare propositi buoni solo per essere smentiti. Ma di convertirci e deporre l’uomo vecchio figlio dell’inganno di satana per rivestire il nuovo dei figli di Dio. Per essere felici, infatti, bisogna essere liberi dal peccato, non basta un sorrisino in più alla moglie o andare alla recita di fine d’anno dei figli. E come si diventa figli di Dio? Accostandoci alla Croce piantata nella nostra storia, perché anche oggi, da essa dove lo hanno inchiodato i nostri peccati, Gesù ci affida a sua Madre.

Accogliamola nella nostra casa per accogliere senza riserve la volontà di Dio, nella quale «il Signore volge a noi il suo volto e ci concede la Pace». Non è questa che desideriamo? Essa ci viene incontro con Cristo risorto nell’annuncio della Chiesa. Per chi cammina in essa, infatti, imparando ad ascoltare e a “meditare nel cuore” la Parola di Dio, ogni istante è un frammento della “pienezza del tempo” sbocciata nel grembo di Maria. Dio continua a “mandare suo Figlio” per nascere nel seno della comunità, “sotto la legge” che nessuno può compiere; per questo soffriamo: non amiamo Dio con tutto noi stessi. Prima di Lui vengono mille altri idoli. E non sappiamo amare chi ci è accanto come noi stessi. Per questo non abbiamo dentro la vita eterna che fa della vita nella carne un anticipo di Paradiso.

Ma sulla soglia di questo nuovo anno, Maria ci dona suo Figlio per “riscattarci” e farci “adottare come figli” dal Padre. Attraverso le liturgie, la predicazione e i sacramenti, Dio “manda nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Papà!”. Esso è la “prova” che siamo diventati figli di Dio nonostante le infinite debolezze che ci umiliano. Con la sua forza possiamo entrare nella storia liberi e senza timore per amare sino alla fine Dio e il prossimo, custodendo nel cuore la certezza di “ereditare” il Cielo.

Questo nuovo anno sarà allora un “tornare” ogni giorno nel mondo dalla grotta dove Maria ci dona suo Figlio; un “uscire verso le periferie” per “glorificare e lodare Dio” incarnato in noi, prova regina che “tutto quello che abbiamo visto e udito” nella Chiesa è vero. E così offrire a tutti la stessa gioiosa speranza di salvezza, “Gesù”, il nome nuovo nel quale Dio ci ha benedetti.
 
(fonte: lanuovabq.it, 01-01-2015)