Guardini, il fuoco dell’educatore

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di Antonio Giuliano
 
Quando il dibattito sull’educazione scivola sulle facili etichette di ‘bamboccioni’ o di ‘sdraiati’ per descrivere l’universo giovanile, con scarsa autocritica da parte di genitori e/o insegnanti o intellettuali da salotto, allora è d’obbligo rispolverare un autore a lungo dimenticato. Già, perché Romano Guardini (18851968), teologo e filosofo tra i più stimati del Novecento, gode soltanto oggi di una certa riscoperta.

Anche grazie all’ammirazione di papa Benedetto XVI che si è sempre considerato un allievo del pensatore nato a Verona, ma che ha vissuto tutta la sua esistenza in Germania. Per quanto Guardini fosse stato già un maestro per Paolo VI e ora per papa Francesco che di recente, nel libro Aquel Francisco, ha rivelato di essersi ispirato a lui per i criteri sociali contenuti nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium.

Guardini ci ha lasciato una produzione sterminata di scritti che spaziano dalla filosofia alla storia, dalla teologia e alla letteratura. Ma sono notevoli anche i contributi dati alla pedagogia per quanto ancora poco conosciuti e indagati. Un buon punto di partenza è dato ora da una pubblicazione significativa: Romano Guardini e la pedagogia. L’educazione come compito e valore a cura di Giuliana Fabris e Gino Alberto Faccioli (Il Poligrafo, pp. 164, euro 22) che raccoglie gli esiti di un convegno internazionale di studio svoltosi a Vicenza. Sebbene Guardini non abbia redatto un vero e proprio metodo educativo, il suo approccio lo si può rintracciare in opere fondamentali come Le età della vita, Fondamenti della pedagogia, Incontro e formazione.

Sono frutto in gran parte di un impegno diretto sul campo, prima come animatore della ‘Juventus’, una libera associazione di liceali di Magonza, poi come guida di un singolare movimento cattolico giovanile del tempo, il ‘Quickborn’. Centinaia i giovani che al Castello di Rothenfels ascoltavano rapiti le sue parole: «Ci affascinava – scrivono – ciò che non avevamo mai percepito prima e quanto quest’uomo sapeva dirci, con un modo di parlare quasi incredibilmente semplice». Guardini fu davvero un maestro per generazioni di giovani, provati dalle due guerre mondiali e dal fallimento delle ideologie totalitarie.

Ragazzi ‘feriti’ dalla subordinazione al potere, dalla perdita del gusto del lavoro, dal nichilismo e dalla disperazione che trovavano in lui un interlocutore unico capace di dare nuovo significato all’esistenza. Non è un caso se i giovani della Rosa Bianca attingevano a lui per fronteggiare un oratore diabolico come Hitler e se il regime nazista lo privò della sua cattedra universitaria. Ma come quell’uomo timido e mingherlino, sia riuscito ad accendere tra i giovani un entusiasmo e una passione incontenibile è un mistero che non si spiega se non per effetto di un approccio educativo che parte dalle domande radicali che valgono per l’uomo di ogni tempo: il senso dell’esistenza, la morte, il destino.

Dinanzi alle questioni serie che la realtà ti pone davanti, Guardini era certo che l’ideale cristiano fosse la risposta più efficace a quella sete inappagata di felicità. «Solo Gesù Cristo è la vera guida ». E non si stancava di proporlo come modello: «Forti come lui. Nobili e grandi di cuore come lui». Guardini parla ancora oggi perché badava ai pericoli che nascono dal di dentro, quando l’uomo ha una debole coscienza di sé come persona. E qui entra in gioco l’educatore il quale prima di «aiutare il giovane a vivere in prima persona la sua vita» deve avere una chiara percezione di se stesso altrimenti si creano relazioni educative incerte e traballanti dove ognuno trasferirà sull’altro la propria debolezza. È guardando al suo educatore che il ragazzo costruisce la propria identità. E non possono esserci confusione di ruoli.

La maggior parte dei fallimenti educativi dipende infatti anche oggi proprio da questa carenza, lì dove si incontrano adulti che, per accattivarsi la simpatia dei ragazzi, scimmiottano i comportamenti di questi ultimi, con i quali si viene a costituire un circolo educativo vizioso, che spesso finisce nella sindrome di Peter Pan. Sia chiaro, quella educativa è una sfida per nulla facile, Guardini non lo nascondeva: «Il rapporto educativo è per buona parte un campo di battaglia. L’educatore deve avere la forza di saper farsi valere; deve avere autorità e saper comandare.

E poiché egli corre anche il rischio di lasciarsi abbindolare dal giovane (lasciando che sia questi a determinare l’andamento delle cose, quasi ‘prescrivendolo’ all’adulto) l’educatore deve essere critico; e saper distinguere il vero dal falso, quanto corrisponde alle nostre esigenze da quanto è controproducente, il bene dal male». Senza mai tirarsi indietro, con una fiducia incrollabile nella vita. Il problema è che Guardini già allora aveva intuito come spesso manchi negli adulti, quel fuoco interiore di cui parla McCarthy ne La strada. Perché educare è un compito che chiama in causa la vita stessa del maestro.

Scrive infatti Guardini: «Cosa dunque significa educare? Di certo, non che un pezzo di materia inanimata riceva una forma, come la pietra per mano d’uno scultore. Piuttosto, educare significa che io do a quest’uomo coraggio verso se stesso (…) Con quali mezzi? Sicuramente, avvalendomi anche di discorsi, esortazioni, stimolazioni e ‘metodi’ di ogni genere. Ma ciò non è ancora il fattore originale. La vita viene destata e accesa solo dalla vita».
 
(fonte: avvenire.it)