Verdi, la fede dopo la traviata

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Il maestro Giuseppe Verdi fu un agnostico convinto e anticlericale come molti uomini del Risorgimento o fu invece, soprattutto negli anni della sua maturità, un «uomo cambiato» rispetto alla questione del credere e fedele devoto della messa domenicale, come testimonierà la moglie Giuseppina Strepponi in tante sue lettere?

Sono alcuni dei tanti interrogativi che segnano la questione religiosa nella complessa biografia di Verdi (1813 – 1901) e lasciano quasi in sospeso la sua presunta o reale tensione al trascendente (una vera «salita a Dio», secondo quanto ci testimonia ancora oggi il finale de La Forza del Destino), contrapposta all’immagine di un musicista imbevuto di «razionalismo positivistico» pur unito a grandi gesti di filantropia: si pensi solo alla costruzione della Casa di riposo per gli artisti di Milano (quella che Verdi considerava l’«opera mia più bella») o dell’ospedale di Villanova («un ricovero di carità») nel piacentino, non lontano dal suo buen retiro di Sant’Agata. Un Verdi semmai filantropo, dunque, ma non credente e spesso tormentato dal dubbio dove non c’era speranza né posto per l’aldilà: come in certi passaggi violentemente anticlericali di alcune opere, quali il Don Carlo o l’Aida. Nulla più.

A smontare però la tesi di un compositore solamente ateo e invece capace di interrogarsi sull’esistenza di Dio e di vivere una «contrastata spiritualità» è stato il convegno Verdi, la musica e il sacro (unico nel suo genere: e forse non è un caso), tenutosi nel settembre 2013 nella terra natale dell’artista emiliano, tra Busseto e Roncole, a conclusione delle celebrazioni dedicate al bicentenario della nascita del genio musicale.

Ora gli atti dell’incontro – promosso tra gli altri dalla diocesi di Fidenza – sono finiti in un libro curato da Dino Rizzo (Mattioli editore, pp. 128, euro 10) al cui interno sono ospitate le riflessioni di vari studiosi: da Claudio Stucchi a Valentino Donella, da Marco Capra ad Alessandra Toscani, allo stesso Dino Rizzo. Studi che ci permettono, grazie anche a nuova documentazione, di far affiorare aspetti inediti sulla religiosità talvolta sofferta ma mai abbandonata del «Cigno di Busseto».

Quasi in un viaggio a ritroso nel tempo si torna, attraverso le pagine, al Verdi chierichetto ed organista di chiesa in gioventù, ai primi rudimenti di catechismo ricevuti dal parroco don Carlo Arcari, al successivo studio del canto gregoriano o all’incipit di alcune lettere indirizzate agli amici più intimi come Frank Walker e incominciate con il segno della croce: «Nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo…»; per continuare con l’amicizia con l’antico maestro di ginnasio a Busseto, il canonico Pietro Seletti (che volle come suo frequente sodale nei pranzi a Sant’Agata).

Il filo rosso di tutta questa documentazione si sofferma sul credo religioso, che fa quasi da traccia sotterranea a buona parte dell’opera omnia verdiana: dal «Va’ Pensiero» di Nabucco a «La Vergine degli Angeli» daLa Forza del Destino, all’«Ave Maria» tratta da Otello. E certamente non stupisce scoprire l’umiltà con cui l’ultraottantenne Verdi chiese a un allora sconosciuto prete e musicista di Imola, il poi celebre Lorenzo Perosi, consigli sul canto gregoriano mentre stava accingendosi alla composizione dei Pezzi Sacri.

La parte centrale del volume è comunque dedicata alla faticosa preparazione che Verdi tra 1873 e 1874 consacrò alla stesura del Requiem (pensato per la verità all’inizio per Gioacchino Rossini) in onore del suo amico di sempre – «un sant’uomo» – Alessandro Manzoni; si scoprono così, grazie alla ricerca di Valentino Donella, tanti aspetti inediti sulla nascita di quest’opera, per il suo tasso di drammaticità spesso ritenuta più profana e teatrale che sacra, intrisa più di dannazione eterna che di speranza.

Viene rivelata ad esempio la predilezione di Verdi per il Libera me Domine, che era rimasto impresso nella sua memoria di giovane chierichetto durante i riti funebri, o la lunga trattativa che il maestro dovette condurre con la Curia ambrosiana (guidata dall’arcivescovo Luigi Nazari di Calabiana) e con il Comune di Milano per scegliere il luogo di culto più adatto per l’esecuzione – alla fine si optò per la chiesa di San Marco. Emergono così i tanti compromessi adottati attorno a quella prima mondiale, avvenuta il 22 maggio 1874; come il fatto singolare che «mentre Verdi dirigeva l’esecuzione del Requiem, monsignor Calvi (il celebrante designato dal vescovo) celebrava una messa secca, cioè senza consacrazione del pane e del vino».

Ma è sicuramente attorno alla fede di Verdi nel suo complesso – fede talvolta sopita, troppo personale (racchiusa spesso nelle sue radici contadine) e schiva dai dogmi – che la nuova pubblicazione punta i riflettori, scandagliando aspetti spesso poco battuti (e oscurati dalla stampa laicista risorgimentale del tempo) come quando in occasione della morte, avvenuta a Milano il 27 gennaio 1901, ad assistere il maestro nelle ultime ore dell’esistenza e per l’amministrazione dell’estrema unzione fu chiamato il prevosto di San Fedele don Adalberto Catena, già confessore di Manzoni, che offrirà questa testimonianza: «Andai non a destare una fede; andai a constatarla, a confermarla».

E sono in particolare le lettere della Strepponi (tra cui una indirizzata all’arcivescovo di Genova Salvatore Magnasco), la sua «Peppina», a rivelarci un «Verdi molto cambiato da parecchi anni a questa parte e rispettoso della religione», «buon cristiano» soprattutto dopo la celebrazione del matrimonio religioso (29 agosto 1859) in Savoia, celebrato da una figura carismatica come l’abate svizzero e poi cardinale Gaspar Mermillod; episodi ed eventi che segnano quasi uno spartiacque con il Verdi «prima maniera», rinforzati dal ricordo del tenore Francesco Tamagno dopo un incontro con il compositore all’uscita della messa dalla chiesa dell’Annunciata a Genova: «Per voialtri signori canterini non vi è altro santuario che il teatro. Caro Tamagno, dopo tanti dolori e tanti clamori, le ore che passo vicino a Dio sono le più dolci per me. Mi era un po’ sbandato, ma a lui mi ha ricondotto la Peppina».

Ed è proprio all’ombra dei campanili del «tetto natìo», tra la bassa parmense e piacentina, che si scopre così un Verdi fedele frequentatore (per quanto poté) della messa domenicale («Si tratta di adempiere ad un divin precetto»); per suo volere all’interno della villa di Sant’Agata verrà eretta una cappella privata (ancora esistente), consacrata dal vescovo di Cremona Antonio Novasconi e poi affidata  alle cure dei francescani di Busseto.

A più di 200 anni dalla nascita di Verdi, è difficile entrare ancora più dentro le pieghe nascoste e interiori della sua personalità; ma certamente rimane – quasi adesione ancora più precisa al vero – quanto testimoniò il suo librettista più raffinato e moderno, Arrigo Boito, in una lettera a Camille Bellaigue: «Egli ha dato l’esempio della fede cristiana per la commovente bellezza delle sue opere religiose, per l’osservanza dei riti (devi ricordarti la sua testa abbassata nella cappella di Sant’Agata). Sapeva che la fede è sostegno dei cuori».
 
(fonte: Avvenire, 20.12.14)