Donne, il Papa svela il “terzo” livello della parità

Papa Francesco

di Massimo Introvigne
 
Il 7 febbraio 2015 Papa Francesco ha ricevuto i partecipanti alle plenarie del Pontificio Consiglio per la Cultura, dedicata alla donna nella vita sociale ed ecclesiale, e del Pontifico Consiglio dei Laici – dove chi scrive ha tenuto una delle relazioni – dedicata alla città. Le giornate di lavoro hanno mostrato quali enormi problemi alla società, alla Chiesa e alle donne pongano le odierne megalopoli, tormentate da gravissimi problemi di solitudine, spaesamento, desertificazione morale e religiosa, depressione, che vanno molto al di là delle pur serie questioni di povertà materiale.

Chi ha partecipato alle sessioni si è reso conto di come uno sguardo eccessivamenteconcentrato sull’Europa – dove la maggioranza delle città è ancora relativamente a misura d’uomo – rischi di non comprendere le priorità che Papa Francesco indica oggi alla Chiesa. Viste dalle metropoli con oltre dieci milioni di persone dell’America Latina, dell’Asia e dell’Africa – con percentuali di pratica religiosa da prefisso telefonico e con indici altissimi di uso di droghe, prostituzione, criminalità, depressione, non tutti riferibili sempre e solo alla povertà materiale – molti problemi su cui ci si accapiglia da noi si ridimensionano, e si comprendono meglio le priorità che Papa Francesco indica alla Chiesa.

Il primo dei due discorsi del Pontefice ha messo a tema le donne. Il problema della donna, ha detto il Papa, «non va affrontato ideologicamente, perché la lente dell’ideologia impedisce di vedere bene la realtà». Francesco ha denunciato due modelli sbagliati dei rapporti tra uomini e donne, affermando che è tempo di cercarne un terzo. Il primo è quello della «subordinazione sociale della donna all’uomo», quasi sparito nelle società occidentali, ma che altrove continua a produrre «effetti negativi». Il secondo, non meno sbagliato, è quello «della pura e semplice parità, applicata meccanicamente, e dell’uguaglianza assoluta». Sbagliato anche questo, perché uomo e donna «posseggono, sì, un’identica natura, ma con modalità proprie». Occorre dunque «un nuovo paradigma, quello della reciprocità nell’equivalenza e nella differenza», valorizzando la differenza fra uomo e donna come cosa buona e parte del piano di Dio. La donna, infatti, è caratterizzata dalla «generatività» che allarga «l’orizzonte alla trasmissione e alla tutela della vita» e si estende a tante forme educative e pastorali. Si può così «descrivere la dimensione femminile della Chiesa come grembo accogliente che rigenera alla vita».

Questa dimensione femminile, indispensabile, della Chiesa e della società è negata quando le donne sono vittime di «dolorose ferite inflitte, talvolta con efferata violenza» e quando il corpo femminile è «aggredito e deturpato anche da coloro che ne dovrebbero essere i custodi e compagni di vita» e ridotto «a puro oggetto da svendere sui vari mercati». Alla donna vanno offerti nuovi spazi nella società e anche nella Chiesa. Ma nello stesso tempo, ha detto il Pontefice, «non si può dimenticare il ruolo insostituibile della donna nella famiglia». Le doti femminili, infatti, «rappresentano non solo una genuina forza per la vita delle famiglie, per l’irradiazione di un clima di serenità e di armonia, ma anche una realtà senza la quale la vocazione umana sarebbe irrealizzabile». Promuovendo le donne nella vita pubblica occorre «al tempo stesso mantenere la loro presenza e attenzione preferenziale e del tutto speciale nella e per la famiglia».

I drammi e le opportunità delle donne e delle famiglie si ripropongono nelle grandi città di un mondo dove ormai più di metà della popolazione mondiale vive nelle grandi città, tema oggetto della plenaria del Consiglio dei laici e del relativo discorso di Francesco.  Il fenomeno della megalopoli, ha detto il Papa, coinvolge ormai «più della metà degli uomini del pianeta». Le città «presentano grandi opportunità e grandi rischi: possono essere magnifici spazi di libertà e di realizzazione umana, ma anche terribili spazi di disumanizzazione e di infelicità». Il fenomeno è, in una parola, ambiguo. «Sembra proprio che ogni città, anche quella che appare più florida e ordinata, abbia la capacità di generare dentro di sé un’oscura anti-città. Sembra che insieme ai cittadini esistano anche i non-cittadini: persone invisibili, povere di mezzi e di calore umano, che abitano ‘non-luoghi’, che vivono delle ‘non-relazioni’. Si tratta di individui a cui nessuno rivolge uno sguardo, un’attenzione, un interesse. Non sono solo gli ‘anonimi’; sono gli ‘anti-uomini’. E questo è terribile».

Spesso ci concentriamo su altri problemi, senza vedere come miliardi di persone abitino nelle città, o meglio nelle “anti-città” e siano spesso lontanissime dalla Chiesa. È questa la prima urgenza dell’evangelizzazione. Dio «non ha abbandonato la città», anzi Dio «abita in città». «Sì, Dio continua a essere presente anche nelle nostre città così frenetiche e distratte! È perciò necessario non abbandonarsi mai al pessimismo e al disfattismo, ma avere uno sguardo di fede sulla città, uno sguardo contemplativo che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze. E Dio non è mai assente dalla città perché non è mai assente dal cuore dell’uomo!». Per incontrare Dio le masse della megalopoli devono però incontrare i cristiani.  «Nella città», è la conclusione del Papa, «c’è spesso un terreno di apostolato molto più fertile di quello che tanti immaginano». Ma è un terreno difficile, dove non si va senza formazione: occorre «curare la formazione dei laici: educarli ad avere quello sguardo di fede, pieno di speranza, che sappia vedere la città con gli occhi di Dio». Le megalopoli, dove vive la maggioranza della popolazione mondiale, sono il terreno dove si gioca il futuro del mondo e della Chiesa. I preti sono pochi. Servono i laici. Ma servono laici formati.

 

(fonte: lanuovabq.it, 08-02-2015)