La perdita di senso del peccato e la banalità del male

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Il nostro tempo è più debole nel fare i conti con il male e il peccato? Intervista a don Antonio Sabetta (Università Laternanense)
 
Il re Davide è acceso di desiderio per la moglie del suo generale, Uria, e così lo manda in prima fila in battaglia aspettandosi che venga ucciso, come avviene. Il re è colpevole di adulterio e omicidio, eppure – ha affermato Papa Francesco commentando il passo biblico qualche giorno fa nell’omelia della Messa quotidiana a Santa Marta – non avverte il peccato e derubrica la vicenda a semplice “problema” da risolvere. Quando viene meno la presenza di Dio fra gli uomini, ha proseguito Francesco, viene meno anche “il senso del peccato” e per colpa della “medocrità cristiana”, tante vittime innocenti, come Uria, pagano un prezzo. Aleteia ne ha parlato con don Antonio Sabetta, docente di teologia fondamentale alla Pontificia Università lateranense.
 
Da dove nasce la perdita del senso del peccato?
 
Sabetta: La perdita del senso del peccato – che è intrinsecamente legata alla relatività del male -, nasce nel contesto dell’esperienza religiosa postmoderna in cui si verifica un paradosso. Da un lato, c’è quello che viene definito in modo unamime da sociologi e studiosi il “ritorno del sacro”. La religione, il religioso, contrariamente a quanto affermavano i teorici della secolarizzazione fino agli anni ’70 del secolo scorso, ha ripreso uno spazio significativo sia a livello individuale che pubblico, soprattutto nell’Occidente americano. La maggiore attenzione al fenomeno religioso, tuttavia, non coincide con una ripresa delle religioni tradizionali. Le chiese, detto in altri termini, non tornano a riempirsi, anzi, come avviene in Germania, finiscono per essere vendute. L’esperienza di fede che è stata trasmessa fino a 20-30 anni fa, non ha più una capacità di attrattiva nella vita delle persone. Non sembra più credibile. Quando manca una esperienza di fede autentica, pensata, viene meno anche il senso del peccato.
 
Perchè?
 
Sabetta: L’esperienza di fede è esperienza di relazione con il “tu” di Dio, non un’esperienza anonima o anomica, come dicono gli studiosi, che significa che il Dio che io cerco o con cui mi relaziono è senza volto e senza legge. Se manca il senso della relazione personale con Dio, il senso del peccato si allenta inesorabilmente.
 
Un esempio aiuterebbe…
 
Sabetta: Faccio un esempio biblico: nell’Antico Testamento i comandamenti sono le clausole dell’Alleanza tra Dio e il suo popolo e quindi il peccato è trasgressione dei comandamenti, delle clausole. Tutto ciò ha senso, però, se c’è la coscienza dell’Alleanza, cioè dell’incontro con Dio nella storia. Quando storicamente Israele si dimentica di questa alleanza, i comandamenti o vengono rispettati esteriormente – come denunciano i profeti – oppure vengono visti come un peso la cui validità l’uomo non percepisce più. La perdita del senso del peccato, legata a tanti fattori è anche l’espressione di una fatica dell’esperienza di fede cristiana oggi che va ripensata nel contesto culturale attuale.
 
In che modo la perdita del senso del peccato va insieme alla relatività del male?
 
Sabetta: Abbiamo imparato che fede e ragione stanno insieme. La crisi della fede nella post-modernità, allora, è anche l’esito di una crisi un pò più a monte della ragione. Come ha detto Benedetto XVI a Ratisbona, la ragione ha rinunciato ad essere legislatrice su ciò che sensibile non è, per cui spesso la vita e il criterio con cui giudichiamo il bene e il male non è razionale, ma un criterio fatto di istinti, di sentimenti, di culturalità. In questo senso non solo il bene diventa relativo, ma anche il male. Non è più oggettivo, ma relativo alle situazioni, agli stati d’animo, alle culture, alle circostanze. E produce anche un altro paradosso.
 
Quale?
 
Sabetta: Ogni giorno ci si confronta con la realtà del male e crimini efferati portano a una visione apocalittica di fine del mondo imminente, come se tutto fosse perduto. A livello personale, però, noi ci giustifichiamio sempre. Le azioni sbagliate non lo sono mai intrinsecamente, ma piene di attenuanti. Questo proprio perchè, dal punto di vista della fede, l’esperienza diretta del rapporto con Dio si è affievolita. Se vuoi bene a una persona e sbagli nei suoi confronti, la percezione del tuo errore è evidente. E’ proprio l’esempio di Davide quando davanti a Dio riconosce il suo peccato. Ma quando manca il “tu” – oggi si parla di religione del “me”, del benessere, Dio è semplicemente qualcosa che mi fa stare bene, – il senso del peccato si perde perchè ha significato solo nell’orizzonte di una relazione, di un “tu” che incontro nella vita e a cui rispondo.
 
Papa Francesco dice che la “mediocrità cristiana” genera tanti Uria, vittime innocenti. Richiama alla mente la “banalità del male” di Hannah Arendt, l’omissione di tanti nel fare il bene capace di generare l’Olocausto più della intenzionalità di alcuni nel fare nel male. E’ questo il rischio?
 
Sabetta: La mancanza di senso di responsabilità, la leggerezza con la quale l’uomo compie delle azioni e si comporta anche male, può avere risultati drammatici perchè ci abitua alle tragedie del nostro tempo, alle ingiustizie, agli errori. Finiamo per dire: “Il mondo è così, non ci si può fare nulla”. La mediocrità cristiana diventa un abito che ci addormenta, non ci fa sentire più la provocazione di voler cambiare le cose sbagliate a livello sociale, politico, culturale. Può generare una profonda inerzia a lottare contro il peccato non solo nella vita personale, ma anche in quella pubblica. Come dice brillantemente Francesco, il male non può essere una scusa per la mediocrità, la tiepidezza nella vita cristiana.
 
Come si evita questo rischio?
 
Sabetta: Solo educando la persona, il cristiano, a vivere la vita come domanda di senso. E’ un compito che spetta alla scuole, alle istituzioni e anche alla Chiesa. Noi viviamo un momento di trapasso epocale: il mondo moderno occidentale si è “scottato” con la superbia della ragione moderna che ha prodotto la stagione delle ideologie e Auschwitz. La ferita è così profonda che si ha paura di rimettere una ragione forte al centro della vita. La declinazione post moderna, con la fine delle ideologie, non è intrinsecamente sbagliata, perchè può educare la persona alla valorizzazione della differenza, all’accoglienza dell’altro. Tuttavia bisogna fare attenzione a che il pluralismo che viviamo non diventi relativismo, in nome del quale ognuno fa quello che gli pare.
 
In che modo leggere questa sfida nella Chiesa?
 
Sabetta: Ci sono momenti – quando il trapasso epocale è più evidente – in cui si fa più fatica a leggere i segni dello Spirito che è sempre presente nella storia. Non a caso oggi assistiamo a delle tendenze reazionarie: quando qualcuno si sente smarrito, si appoggia a un passato che non c’è più, come ad un punto di riferimento che ti permette di orientarti nelle acque limacciose della contemporaneità. Proprio perchè ci sono spiriti reazionari che non amano la tradizione, ma il passato, vuol dire che è forte la provocazione che il tempo presente pone anche alla Chiesa. E’ positivo. In questa prospettiva leggiamo anche lo stile di papa Francesco per cui il Vangelo viene annunciato non soltanto “contro”, ma a partire dalle domande, dalle provocazioni, dalle angosce del nostro tempo. Penso che ciò permetta ai cristiani di vivere un’esperienza evangelica più profonda e autentica e, a chi si interroga nella propria vita, ad avvertire il cristianesimo come una provocazione di senso per le sue domande.
 

(fonte: Aleteia)