Francesco abbraccia Benedetto e prega i cardinali «Servite verità, giustizia e carità, sempre»

L'abbraccio dei due Papi al Concistoro

di Massimo Introvigne
 
Il 14 febbraio 2015 Papa Francesco ha presieduto il Concistoro per la creazione di venti nuovi cardinali (due gli italiani: l’arcivescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, e quello di Ancona, Edoardo Menichelli), cui ha proposto una meditazione sulla «romanità» che deve contraddistinguere ogni porporato nel servizio entusiasta alla verità, e sulla carità di cui deve dare prova. «Quella cardinalizia», ha detto il Papa, «è certamente una dignità, ma non è onorifica. Lo dice già il nome – “cardinale” – che evoca il “cardine”; dunque non qualcosa di accessorio, di decorativo, che faccia pensare a un’onorificenza, ma un perno, un punto di appoggio e di movimento essenziale per la vita della comunità». Canonicamente, tutti i cardinali sono «incardinati nella Chiesa di Roma». Non è un mero simbolo. La fedeltà di un cardinale alla Chiesa si misura dalla sua unione con «la Chiesa che è in Roma» che «svolge un ruolo esemplare» e «presiede nella carità».

Ma che cos’è la carità? Il Pontefice ha proposto un commento dell’inno di San Paolo nella «Prima Lettera ai Corinzi», espressione per espressione, invitando a leggere il brano sotto la guida «umile e tenera» della Madonna. Anzitutto, san Paolo ci dice che la carità è «magnanima» e «benevola». «Quanto più si allarga la responsabilità nel servizio alla Chiesa, tanto più deve allargarsi il cuore, dilatarsi secondo la misura del cuore di Cristo. Magnanimità è, in un certo senso, sinonimo di cattolicità: è saper amare senza confini, ma nello stesso tempo fedeli alle situazioni particolari e con gesti concreti. Amare ciò che è grande senza trascurare ciò che è piccolo; amare le piccole cose nell’orizzonte delle grandi». Benevolenza è «l’intenzione ferma e costante di volere il bene sempre e per tutti, anche per quelli che non ci vogliono bene».

L’Apostolo dice poi che la carità «non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio». «Questo», commenta Francesco, «è davvero un miracolo della carità, perché noi esseri umani – tutti, e in ogni età della vita – siamo inclinati all’invidia e all’orgoglio dalla nostra natura ferita dal peccato. E anche le dignità ecclesiastiche non sono immuni da questa tentazione». Ma proprio per questo «può risaltare ancora di più in noi la forza divina della carità, che trasforma il cuore, così che non sei più tu che vivi, ma Cristo vive in te. E Gesù è tutto amore». Continua San Paolo affermando che la carità «non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse». «Questi due tratti rivelano che chi vive nella carità è de-centrato da sé. Chi è auto-centrato manca inevitabilmente di rispetto, e spesso non se ne accorge, perché il “rispetto” è proprio la capacità di tenere conto dell’altro, di tenere conto della sua dignità, della sua condizione, dei suoi bisogni». Chi è «auto-centrato» cerca poi «inevitabilmente il proprio interesse, e gli sembra che questo sia normale, quasi doveroso. Tale “interesse” può anche essere ammantato di nobili rivestimenti, ma sotto sotto è sempre il “proprio interesse”». Invece, «la carità ti de-centra e ti pone nel vero centro che è solo Cristo».

La carità, dice Paolo, «non si adira, non tiene conto del male ricevuto». Certo, «al pastore che vive a contatto con la gente non mancano le occasioni di arrabbiarsi. E forse ancora di più rischiamo di adirarci nei rapporti tra noi confratelli, perché in effetti noi siamo meno scusabili. Anche in questo è la carità, e solo la carità, che ci libera. Ci libera dal pericolo di reagire impulsivamente, di dire e fare cose sbagliate; e soprattutto ci libera dal rischio mortale dell’ira trattenuta, “covata” dentro, che ti porta a tenere conto dei mali che ricevi». Il rancore «non è accettabile nell’uomo di Chiesa. Se pure si può scusare un’arrabbiatura momentanea e subito sbollita, non altrettanto per il rancore. Dio ce ne scampi e liberi!». La carità – aggiunge ancora l’Apostolo – «non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità». «Chi è chiamato nella Chiesa al servizio del governo deve avere un forte senso della giustizia, così che qualunque ingiustizia gli risulti inaccettabile, anche quella potesse essere vantaggiosa per lui o per la Chiesa». E nello stesso tempo «si rallegra della verità». «L’uomo di Dio è uno che è affascinato dalla verità» e che offre al suo gregge «il servizio gioioso della verità».

Infine, per San Paolo la carità «tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta». In sole quattro parole è compendiato «un programma di vita spirituale e pastorale. L’amore di Cristo, riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo, ci permette di vivere così, di essere così: persone capaci di perdonare sempre; di dare sempre fiducia, perché piene di fede in Dio; capaci di infondere sempre speranza, perché piene di speranza in Dio; persone che sanno sopportare con pazienza ogni situazione e ogni fratello e sorella, in unione con Gesù, che ha sopportato con amore il peso di tutti i nostri peccati». Impossibile? Umanamente, si potrebbe rispondere di sì. In realtà, però, «tutto questo non viene da noi, ma da Dio. Dio è amore e compie tutto questo, se siamo docili all’azione del suo Santo Spirito». Ecco allora come i cardinali devono essere: «incardinati e docili. Più veniamo incardinati nella Chiesa che è in Roma e più dobbiamo diventare docili allo Spirito, perché la carità possa dare forma e senso a tutto ciò che siamo e che facciamo. Incardinati nella Chiesa che presiede nella carità, docili allo Spirito Santo che riversa nei nostri cuori l’amore di Dio».
 

(fonte: lanuovabq.it, 15.02.15)