La Quaresima, lo spirito del male e la gioia cristiana

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di Crescenzo Marzano
 
O  Dio, nostro Padre, concedi, al popolo cristiano di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione, per affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del  male”.

Così recita la colletta durante la liturgia del mercoledì delle ceneri.

Per chi non lo sapesse, la colletta (termine che deriva dal latino e significa “raccolta”), è quella breve preghiera che il sacerdote recita all’ inizio della Messa, a nome di tutti i fedeli, e che racchiude il significato della liturgia che si sta celebrando.

E’ come se il celebrante raccogliesse le preghiere di tutta l’assemblea e le presentasse a Dio in un’unica orazione.

Continuo a riflettere sul problema  “Male” servendomi di questa sintetica, ma intesa, preghiera introduttiva. Approfittando, chiaramente, del periodo “forte” della Quaresima che vivremo in questi giorni, in preparazione alla Santa Pasqua del Signore.

L’illuminante considerazione che scaturisce da questa preghiera – nonostante a primo acchito sembri una valutazione “tenebrosa”, e dalle tinte fosche ed oscure – è soprattutto un’analisi intrisa di grande speranza.

Basterebbe meditare seriamente su queste poche parole per rendersene conto.

L’idea non è mia, me l’ha data un bravo sacerdote, l’altra sera,durante un ritiro spirituale. La meditazione del religioso verteva proprio sul tema della Quaresima, sull’importanza di vivere questo tempo – dove, certamente, l’opera della Grazia divina abbonda come non mai –  come un periodo d’oro da sfruttare, una grande opportunità di crescita spirituale. Infatti, siamo sempre bisognosi di una nuova conversione, per un miglioramento – sempre possibile, ed auspicabile – della nostra vita cristiana e ordinaria. La Quaresima a questo serve, non ad altro. Tuttavia, è importante anche viverla bene! Infatti, l’idea che si ha della Quaresima risulta essere, spesso, fuorviante, come se si trattasse di un periodo “cupo” e triste,da trascorrere digiunando con il “vestito di sacco e il capo cosparso di cenere”, malinconici,  “dannatamente” mortali e senza scampo …

Niente affatto, è vero proprio il contrario. Questo è un tempo di grande Grazia, dove anche quell’ insieme di pratiche, interiori ed esteriori (fossero anche “sacrifici”, digiuni, penitenze, ecc.), necessarie per portare frutto al nostro cammino personale, devono essere vissute con il giusto spirito cristiano.

E’ Gesù stesso che ce lo chiede nel Vangelo del mercoledì delle ceneri: “E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”. (Matteo 6)

Riferendoci alla nostra orazione quaresimale, ci sono delle“paroline chiave” che ho messo in rilievo, evidenziandole in grassetto all’ inizio di questo articolo. Chiaramente, per la nostra discussione ci interesserebbe soprattutto riflettere sull’ ultima, che fa riferimento allo spirito del male. Ciononostante, anche se consapevoli di non poterci coprire gli occhi di fronte al problema“male” – e proprio per evitare l’errore di vedere sempre e

solo “nero” dappertutto, senza opportunità di  vittoria –  è essenziale meditare bene anche su tutto il resto, sul contesto in generale.

Cerchiamo di capirci qualcosa di più. Per questo mi lascerò aiutare, come la volta scorsa, dal bel libro scritto da padre Raffaele Talmelli e Luciano Regolo (“Il diavolo” – riconoscere la sua seduzione, difendersi dai suoi attacchi) e da un grande santo contemporaneo, fondatore dell’Opera di Dio (meglio conosciuta come Opus Dei): san Josemarìa Escrivà.

Inizio da quest’ultimo. In una sua omelia sulla Quaresima,riportata nel libro “E Gesù che passa” , a proposito della conversione, sempre da ricercare, spiega bene questo concetto mettendo in guardia dalla tiepidezza“ecclesiale”. Su quella sottile tentazione dell’accontentarsi del poco …

Che basti, per esempio, appartenere alla Chiesa, “passivamente”,come se ormai non avessimo più niente da fare e da chiedere, più niente da temere, sentendoci ormai dei convertiti nunc et semper (ora e sempre). Perché se è vero che “[…] la prima conversione — quel momento irripetibile,indimenticabile,in cui si vede con tanta chiarezza tutto ciò che il Signore ci chiede — è importante […] ancora più importanti e difficili sono le conversioni successive”. Questo per  “ agevolare l’opera della grazia divina che si manifesta in esse” , e per farlo “occorre conservare un animo giovane, invocare il Signore, ascoltarlo, scoprire ciò che in noi non va, chiedere perdono”. 

Quale momento migliore, per attuare questo proposito, se non la Quaresima … Perché? E’ semplice, il Signore “è sempre disposto ad ascoltarci, sempre attento alla parola dell’uomo. In ogni tempo — ma ora in modo speciale, perché il nostro cuore è ben disposto, deciso a purificarsi —Egli ci ascolta e non sarà sordo alle richieste di un cuore contrito e umiliato (Sal 50, 19). Il Signore ci ascolta per intervenire, per entrare nella nostra vita, liberarci dal male, colmarci di bene”… 

Potremmo anche concludere qui la nostra meditazione. In queste parole c’è già tutto quello che ci dovrebbe servire per comprendere cosa dovremmo chiedere e fare, e la risposta di Dio. Tuttavia, è opportuno soffermarci ancora più in profondità sulla nostra azione, sul combattimento che dobbiamo sostenere, e sulle armi necessarie per difenderci in questa Buona Battaglia. Perché se è vero che Dio entra nella nostra vita, ricolmandoci dei doni della speranza, della fede e dell’amore, per la liberazione dal male (e, quindi, per affrontare vittoriosamente lo spirito del male) dobbiamo darci da fare anche noi, e non poco. Questo aspetto importantissimo, della lotta senza soste, insieme al Signore, per la vittoria della Buona Battaglia, la vedremo più nello specifico nella prossima meditazione, quando analizzeremo il brano “misterioso” della tentazioni di Gesù nel deserto.

Adesso, però, vorrei dire alcune cose sul mistero del “male”, inteso soprattutto come male psicologico e fisico, che ha a che fare, insomma,con il dolore, la sofferenza e la morte.

C’eravamo lasciati, la volta scorsa, con la considerazione che, prima o poi, le domande “esistenziali” della vita ci pongono davanti a un bivio. Le due scelte (entrambe non indolori) spingono o verso l’assurdità dell’esistenza (del “non senso”) o verso la visione salvifica della fede.

Bivio che, come vedremo, ritroveremo spesso durante la nostra esistenza.

Continuiamo a riflettere con gli illuminanti spunti dell’esorcista/psichiatra, padre Talmelli, nel libro sopra citato.

A un certo punto, il religioso, ci mette in guardia su un aspetto di non poco conto. Ci dice che è bene subito sgombrare il campo da una tentazione, una delle tante,molto pericolosa: il ritenere il cristianesimo una delle tante filosofie di “ascesi”corporale, dove si può trovare benessere psico-fisico e liberarsi di qualunque sofferenza. Nonostante il diavolo cerchi di convincerci di questo, lo“scandalo” della croce ci dice tutt’altro. Poi, come se non bastasse, “L’osservazione empirica che nessun santo abbia goduto di una salute di ferro dovrebbe destarci qualche sospetto”.

Non bisognerebbe mai staccare il tema della sofferenza dal significato salvifico della croce.

Le croci disseminate dal Maligno, lungo il  cammino della nostra esistenza, ci saranno, eccome, e ci accompagneranno senza tregua. “Ma, anziché essere solo uno strumento di orrore e di morte, acquisteranno un significato salvifico”. Ma come? Gesù non è venuto a compiere miracoli e a guarirci dalle malattie? Non ha risuscitato i morti? Certo, questo è indubbio, ma solo in una prospettiva di vita eterna.  “E, a dire il vero, i Vangeli  ci riportano che Gesù non fece sparire dalla faccia della terra malattie e morte; guarì in tutto undici lebbrosi, sette ciechi, quattro paralitici, e risuscitò tre morti.” 

I miracoli “Giovanni li chiama sempre “segni” proprio per ricordarci che essi hanno il preciso scopo di rimandare a un’altra verità: la vita eterna.”

Il demonio invece vuole convincerci che il “paradiso” è su questa terra, ed è qui che bisogna godere finché c’è tempo.

Ma quello che ci propina il Maligno non è altro che l’anticipo dell’inferno (il Nulla senza Dio) travestito dal diabolico miraggio di uno pseudo-paradiso “godereccio”: vivere bene e a lungo, convinti che “dopo” non c’è niente. Pertanto, “ Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo,perché domani moriremo” (1 Cor 15, 32). Il problema è che non siamo noi a decidere quanto e come vivere, se vivere bene e a lungo. Gesù non ci ha liberato dalla morte terrena, ma per mezzo della Sua morte, morte – non dimentichiamolo  “entrata nel mondo per invidia del diavolo”.  

La sofferenza, ripetiamolo, sia quella morale e psicologica, che quella fisica, acquista un senso solo guardando al Crocefisso. 

“Nella Passione del Figlio, Dio ci ha lasciatola prova che “dal più grande male morale che mai sia stato commesso, cioè il rifiuto e l’uccisione del Figlio di Dio, causata dal peccato di tutti gli uomini”, è scaturito il bene incommensurabile della nostra redenzione. E da quell’ evento “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”.

Chiaramente, per arrivare a questo, dobbiamo prepararci ben bene, amando la vita, in tutti i suoi ambiti ed aspetti, ma consapevoli anche di ciò che ci attende prima del premio celeste.

“La parole che il vecchio Simeone rivolse a Maria interpellano e scuotono ogni uomo: “Anche a te una spada trafiggerà l’anima”. 

Prima o poi la spada del dolore trafigge la vita di tutti,  e quindi eccoci al solito bivio.”

Ma adesso, nonostante i nostri limiti e le nostre difficoltà, guardando alla croce, sappiamo già che strada scegliere.