Gli scienziati insegnano a pregare

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Il Nobel per la Medicina Alexis Carrel: “Pregare è naturale come respirare”
 
La Chiesa ha ribadito più volte che scienza e fede sono due realtà più che conciliabili, e una dimostrazione lampante di ciò è lo stretto rapporto che moltissimi scienziati hanno avuto e hanno con la fede.

Per questo, Francesco Agnoli ha voluto analizzare in un libro “La forza della preghiera nelle parole degli scienziati” (Fede & Cultura), come recita il titolo, ricordando la relazione con la fede di numerosi e famosissimi uomini di scienza come introduzione all’analisi del saggio sulla preghiera scritto nel 1941 dal Premio Nobel per la Medicina Alexis Carrel.

Pregare, spiega Agnoli, “significa accedere all’Origine e al Fine del nostro Essere, contemplare il mistero dell’Incarnazione di Dio, e così mettere a fuoco ciò che è importante e ciò che non lo è”.

La preghiera costante “permette alla vita dell’uomo di non essere in balia delle onde, delle circostanze, delle situazioni contingenti e sempre cangianti”, e non è fuga, come vorrebbero alcuni, ma, al contrario, coinvolgimento pieno, alla luce dell’Incarnazione.

Tra i tanti uomini di scienza che hanno vissuto la preghiera come una forza importante per la loro vita, Agnoli cita i padri dell’astronomia moderna Copernico e Keplero, Galileo Galilei, il beato Stenone, anatomista e padre della geologia, della paleontologia e della cristallografia, il fisico, matematico e filosofo Pascal, il padre della meccanica classica e della legge della gravitazione universale Newton, lo scopritore dell’elettricità animale Galvani, il monaco padre della genetica Mendel, il fisico Maxwell, e ancora il gesuita Sacchi, iniziatore dell’astrofisica, e il padre del Big Bang e della cosmologia contemporanea e sacerdote Lemaître. Molti di loro scrivevano anche preghiere di proprio pugno.

Nel suo testo, Agnoli si concentra soprattutto su un breve ma denso saggio sulla preghiera di un celebre Premio Nobel per la Medicina, Alexis Carrel (1873-1944), che si convertì alla fede cattolica dopo aver visitato Lourdes nel 1903.

Ateo, Carrel decise di recarsi a Lourdes attratto dalle voci disparate che si rincorrevano su ciò che vi accadeva. A stupirlo subito non furono i miracoli della grotta, ma il miracolo della fede dei malati che viaggiavano con lui.

I primi casi di guarigione a cui si accostò gli sembravano spiegabili con l’autosuggestione, come se da una folla in preghiera, piena di fiducia, si potesse sprigionare una sorta di fluido che agiva con forza sul sistema nervoso. Ma questo fluido, pensava, non poteva avere efficacia quando si trattava di affezioni organiche.

Carrel assistette in prima persona, in tutti i passaggi della vicenda, alla guarigione di una donna in punto di morte affetta da tubercolosi, pleurite e peritonite tubercolare. Di fronte a ciò, si convertì e pregò la Madonna: “Io credo in Voi. Voi avete voluto rispondere al mio dubbio con un miracolo manifesto. Io non so vederlo, io dubito ancora. Ma il mio desiderio più vivo, il fine più alto di tutte le mie aspirazioni è di credere, perdutamente, ciecamente credere, senza più discutere, senza criticare”.

Nel suo saggio “La preghiera”, Carrel affermava che in Occidente le “attività non intellettuali dello spirito, come il senso morale, il senso del bello e, soprattutto, il senso del sacro, sono quasi del tutto neglette”. “L’atrofia di queste attività fondamentali fa dell’uomo moderno un essere spiritualmente cieco. Una tale infermità non gli permette di essere un buon membro costitutivo della società”.

Per questo, bisognava risvegliare “le attività mentali che, assai più dell’intelligenza, danno alla personalità la sua forza”, la più ignorata delle quali è “il senso del sacro o senso religioso”, che “si esprime soprattutto attraverso la preghiera”.

“Nella sua forma più elevata”, scriveva, “la preghiera cessa di essere una petizione. L’uomo dice al Signore di tutte le cose ch’egli lo ama, che Lo ringrazia dei suoi doni, che è pronto a fare la Sua volontà, qualunque essa sia. La preghiera diventa contemplazione”.

Anche se “è sempre seguita da un risultato, se è fatta nelle condizioni convenienti”, lo scienziato riconosceva che la preghiera “è considerata dagli uomini moderni come un’abitudine desueta, una vana superstizione, un resto di barbarie”.

Quando è “abituale e veramente fervente”, tuttavia, “la sua influenza diventa evidentissima”, e consiste in “una specie di trasformazione mentale e organica”.

“Si direbbe che nella profondità della coscienza si accenda una fiamma”: “l’uomo si vede tale quale è. Scopre il suo egoismo, la sua cupidigia, i suoi errori di giudizio, il suo orgoglio. Si abitua a compiere i suoi doveri morali. Tenta di guadagnare l’umiltà intellettuale. Così si apre davanti a lui il regno della grazia”.

Per Carrel, le società in cui sparisce il bisogno di pregare “non sono solitamente molto lontane dalla degenerazione”. Per questo, “tutti gli uomini civili – increduli o credenti – devono interessarsi a questo grave problema”.

A suo avviso, il senso del sacro si poteva paragonare al bisogno di ossigeno, “e la preghiera avrebbe qualche analogia con la funzione respiratoria. Essa dovrebbe essere, allora, considerata come l’agente delle relazioni naturali tra la coscienza e il suo mondo. Come un’attività biologica dipendente dalla nostra struttura. In altri termini, come una funzione normale del nostro corpo e del nostro spirito”.

“L’uomo ha bisogno di Dio come dell’acqua e dell’ossigeno”, concludeva Carrel. “Congiunto all’intuizione, al senso morale, al senso del bello e alla luce dell’intelligenza, il senso del sacro dona alla personalità la sua piena attuazione. Dobbiamo perciò amare la bellezza della scienza, come la bellezza di Dio”.
 

(fonte: Aleteia)